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N. 2 febbraio 2008
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L’Ave di
Elisabetta
di monsignor GIUSEPPE CAVALLOTTO Portare
il bene è
portare Cristo Il saluto di Elisabetta alla cugina Maria
costituisce la prima traccia di preghiera mariana. Maria vi è
proclamata come la più benedetta, il tempio di Dio, la Madre del
Signore Gesù, la vera credente.
Il dono della salvezza è sempre circostanziato e personalizzato: Dio, in una forma gratuita e sorprendente, entra nella casa degli uomini, si incontra con persone concrete che hanno un nome e una storia, apre loro sentieri imprevisti di vita e speranza.
Dall’Ave di Elisabetta all’Ave Maria Il saluto o l’"Ave" di Elisabetta a Maria costituisce la prima traccia di preghiera mariana. Esso è una sorta di cantico che Luca ha messo sulla bocca di Elisabetta. Sono riportati quattro riconoscimenti. Maria è proclamata «benedetta fra le donne» (Lc 1,42), espressione che significa "la più benedetta", perché arricchita in modo singolare dalla predilezione di Dio. Si aggiunge, poi, «benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42). L’attenzione è rivolta a Gesù che, nel grembo di Maria, rende benedetta la Madre: Gesù si veste della carne di Maria e la santifica. Ad un titolo particolare Maria è il tempio di Dio, è l’arca della nuova alleanza. Maria, inoltre, è riconosciuta come la credente, «colei che ha creduto al compimento di ciò che è stato detto dal Signore» (Lc 1,45). In questo modo Maria è esaltata come la vera discepola. La sua fede è modello per tutti i cristiani. Al centro, però, del cantico di Elisabetta è l’affermazione che Maria è «la Madre del mio Signore» (Lc 1,43). Un titolo che, nel riconoscere la maternità divina, sottolinea la dimensione salvifica: Maria è colei che ci dona il Salvatore e ci conduce al Signore, il Cristo risorto e glorioso. In sintesi, nel cantico-preghiera di Elisabetta, guidata dallo Spirito Santo, Maria è proclamata la più benedetta, il tempio di Dio, la Madre del Signore Gesù Cristo, la vera credente. A sua volta, la tradizione cristiana ha elaborato la preghiera mariana, conosciuta come Ave Maria, attingendo sia alle parole dell’angelo Gabriele sia a quelle di Elisabetta.
Il significato dell’Ave Maria La prima parte dell’Ave Maria è una contemplazione stupita, che diventa esplosione di gioia e atto di fede. Inizia con le parole dell’angelo: «Ave», cioè «gioisci, rallegrati», Maria; sei «piena di grazia, il Signore è con te», perché sei la prediletta da Dio e il Signore, il Cristo, opera in te e ti ha associata alla sua salvezza e signoria. La preghiera continua con le parole di Elisabetta, che diventano ammirazione e gratitudine per quello che è Maria e per quello che ci dona: «Tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù». Nella seconda parte dell’Ave Maria, affermata l’identità di Maria, riconosciuta e invocata quale «Madre di Dio», si invoca il suo intervento: «Prega per noi», senza nulla precisare, perché il cuore di una madre sa ciò di cui hanno bisogno i figli. Questa azione vigilante e premurosa della Madre di Dio è espressa efficacemente da Dante: «La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre». Ogni volta che recitiamo l’Ave Maria prima di chiedere la protezione di Maria, ci rivolgiamo alla Madre di Dio, per affermare la sua grandezza e per contemplare il mistero di salvezza: professiamo l’iniziativa gratuita e salvifica di Dio e la sua predilezione per Maria e, indirettamente, per ogni essere umano; proclamiamo il mistero dell’incarnazione, del Verbo fatto carne, del Dio con noi; dichiariamo Maria Madre di Dio, Madre di Gesù e della nostra salvezza. «Benedetta tu fra le donne» Dinanzi al dono di Dio e alla risposta di Maria, Elisabetta proclama Maria «benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42), da intendersi come «la più benedetta», perché porta nel suo grembo Gesù. Salutando e invocando la Madre, riconosciamo e accogliamo il figlio Gesù. Nello stesso tempo con la professione «benedetto è il frutto del tuo grembo» proclamiamo il mistero di ogni maternità, il dono inestimabile di ciascuna vita umana, riconosciamo che ogni bimbo, sin dal suo concepimento, è una benedizione di Dio e ha una dignità propria e intangibile. Maria è la più benedetta, perché viene a visitarci. «In fretta Maria si mise in viaggio e raggiunse la casa della cugina». Elisabetta rimase stupita della visita: «A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me?» (Lc 1,43). Maria continua a venire nelle nostre case, nella nostra vita. La sua presenza, il suo saluto, come quello rivolto a Elisabetta, è senza parole. Chi però ha un cuore ospitale, percepisce la sua voce. È quella della Madre di Gesù che è anche madre nostra. Una voce che consola, richiama, indica la strada, prega con noi e per noi. Maria è la più benedetta, perché è la fonte di gioia. Al suo saluto, esclama Elisabetta: «Il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1, 44). La visita di Maria è apportatrice di vita, di salvezza, di speranza. È ciò che anche noi possiamo sperimentare, se la nostra invocazione a Maria si fa accoglienza ospitale della sua presenza. Nello stesso tempo, ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, ci assumiamo un compito analogo a quello di Maria: di metterci in cammino verso la casa degli uomini, di incontrare fratelli, di portare un saluto, una parola che fa sussultare di gioia e illumina, che mette in piedi e apre a nuovi orizzonti. La nostra Ave Maria diventa, così, professione di fede, lode a Dio, incontro con la Madre celeste, esperienza di salvezza, ma anche stupore e benedizione per ogni bimbo nel grembo della madre, disponibilità a incontrare fratelli per portare solidarietà e una parola di vita. monsignor Giuseppe Cavallotto |
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