Madre di Dio

 

N. 2 febbraio 2008

 La luce della Madre sul nostro cammino

 La Vergine offre il Signore per tutti

Amici lettori

Piena di grazia!
    
mons. Domenico Cancian

Lourdes, un giubileo in dodici stazioni
    
Giuseppe Daminelli

Dimenticata o andata perduta?
    
Cristina Jatta Busiri Vici

La Regina della pace
    
Domenico Marcucci

Fatima, un Dio che castiga?
   Stefano De Fiores

Per ottenere l’aiuto materno della Vergine
    
Salvatore Perrella

L’arcobaleno sulle nubi
    
Alberto Rum

Verso il sacrificio mattutino di Pasqua
    
Sergio Gaspari

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

Canzone per Maria
    Vincenzo Vitale

 Portare il bene è portare Cristo
    
mons. Giuseppe Cavallotto

Una pura trasparenza di Dio
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani d'Europa
  

Madre di Dio n. 2 febbraio 2008 - Copertina

 Nella famiglia paolina - Don Alberione e Maria

 
di ELISEO SGARBOSSA

«Maria mi salvò» 
   

L’adolescenza di Alberione fu attraversata da un periodo oscuro e difficile che più tardì definì come un «grave turbamento». La rilettura degli eventi a distanza di tempo gli fa riconoscere l’aiuto e la presenza materna di Maria nella sua vita.
  

L'affermazione, riferita nel titolo, di Giacomo, allora diciottenne (come vedremo a suo tempo), conclude una vicenda che coinvolse tutta la sua adolescenza e che potremmo definire con due vocaboli: naufragio e salvataggio.

Ma procedendo con ordine, riprendiamo il nostro ragazzo all’età di undici anni, quando, finite le elementari, fu ammesso al ginnasio in Cherasco e frequentò con successo il primo corso.

Risale forse a quell’anno il simpatico episodio che egli rivelò nel maggio del 1903, per illustrare un noto proverbio latino: «Verba movent, exempla trahunt» (le parole commuovono, gli esempi trascinano). Il protagonista è anonimo, ma ovviamente ha per soggetto lo stesso autore. Citiamo testualmente il racconto.

«Il giovane X non aveva più altro che quattro soldi, di cui abbisognava per comprarsi il necessario per la scuola, ed a tal fine gli erano stati dati dai genitori assai poveri. Costumavasi accendere molte candele in una cappella e ciò per opera dei fedeli devoti, ed il sacrestano era molto geloso e interessato per incitare i fedeli a farne accendere molte, ed a tal fine loro parlava, e li fermava ancora sulla strada.

Il cortile del seminario di Bra, dove il giovane Alberione fu dal 1896 al 1900.
Il cortile del seminario di Bra, dove il giovane Alberione fu dal 1896 al 1900
.

«Un giorno si presentò all’X, dicendo che per l’indomani ancora non v’era alcuna candela pagata per accenderla, e lo animò con alcune parole a volere farne accendere una lui. Il giovane, che era solito ad avere molta fiducia in Maria SS. e che visitava ogni giorno la cappella, sentì mescolarsi il sangue nel cuore, sentì un’interna ispirazione di Maria SS.; pensò al bisogno che aveva di quei quattro soldi che teneva in tasca, le sue strettezze, poi disse: "La Madonna che ora li domanda provvederà per me".

«E non fu deluso; ché la Mamma celeste veduta la figlial confidenza l’esaudì. Dati i quattro soldi al sacrestano provò una grande consolazione ed una convinzione profonda di trovare più abbondante aiuto anche materiale. Si recò a casa d’un suo buon zio per fargli visita; questi lo accolse bene e d’uno in un altro discorso si informò della sua famiglia, delle sue condizioni e udito che ebbe come suo padre da tanto tempo infermo causava grandi spese e quindi molta strettezza a tutta la famiglia, gli diede cento lire facendolo di più avvertito che ove le condizioni crescessero, maggior soccorso avrebbe loro dato; il giovane ne lo ringraziò..., poi corse da Maria SS., vide la candela da lui pagata ardere...

«Lo zio, che prima per questioni di famiglia non aveva mai amato quella del bravo nipote, d’allora in poi cambiò indirizzo e ancora adesso ogni anno (dopo tre anni del fatto raccontato) soccorre ampiamente la detta famiglia, ed il giovane che ora frequenta il secondo corso di università protesta che questa è una grazia segnalatissima della Vergine SS. e sempre ne la ringrazia» (Sono creato per amare Dio, 129).

Ecco, nello stile candido di allora, una testimonianza che ispirerà tante esortazioni negli anni successivi.

Alberione da chierico assieme a un compagno, il Ferrua.
Alberione da chierico assieme a un compagno, il Ferrua
.

Un "grave turbamento"

Nell’ottobre del 1896 Giacomo, anziché proseguire il ginnasio a Cherasco, entrò nel seminario di Bra (Cuneo), dipendente dalla diocesi di Torino. Vi andò con entusiasmo, non solo perché in esso vedeva aprirsi la via al sacerdozio cui si sentiva chiamato fin dall’infanzia, ma anche perché a breve distanza sorgeva il santuario della Madonna dei Fiori, a lui sempre caro.

In seminario lo studente sentì leggere e commentare per la prima volta l’enciclica Adiutricem populi di Leone XIII, pubblicata nel 1895 e dedicata a Maria «Madre della Chiesa, Maestra e Regina degli Apostoli». Quel documento, un’autentica scoperta per Giacomo, divenne un faro di luce e un orientamento determinante per lui e per l’avvenire della sua opera.

La devozione a Maria si illuminava e si approfondiva in Giacomo anche grazie a un insieme di "fioretti" e di segni che alimentavano la sua sensibilità: dai coloriti ex voto che ricoprivano le pareti e i corridoi laterali del santuario, alle statue del tempio e del seminario stesso, la cui cappella era dedicata a Maria Immacolata.

Ma tanti devoti sussidi non poterono impedire all’adolescente di subire il contagio della cultura imperante in quella fine di secolo. Papa Leone si era sentito in dovere di richiamare l’episcopato, con una lettera al cardinale Gibbons, sull’idea circolante fra gli intellettuali, secondo la quale la vita consacrata, i conventi e il Vangelo stesso erano cose adatte soltanto agli "spiriti deboli". Evidentemente il "titanismo" della filosofia tedesca e la teoria del "superuomo" cominciavano a penetrare anche nei seminari.

Non solo, ma circolavano già i dibattiti sul Manifesto di Marx e sulla questione operaia, che sollecitavano non soltanto i sindacalisti.

Alberione da seminarista durante la "notte di luce" che segnò il passaggio del secolo (31 dicembre 1900 - 1 gennaio 1901).
Alberione da seminarista durante la "notte di luce" che segnò il passaggio del secolo
(31 dicembre 1900 - 1 gennaio 1901).

«Dal 1895 al 1915», scrisse più tardi Don Alberione, «vi erano state molte deviazioni in materia sociale, teologica, ascetica, così da scuotere le basi di ogni verità e della Chiesa…». E come «esempio impressionante» citava il caso di Antonio Fogazzaro, interprete cattolico del modernismo, con il romanzo Il Santo. Molte le conseguenze di quelle deviazioni: la divisione del clero in correnti contrapposte, il "grave turbamento" e disorientamento degli spiriti, la conflittualità sociale e politica, l’uso settario dei nuovi mezzi di informazione e della scuola (cf Abundantes divitiae 49-55).

All’interno di questo «grave turbamento» si andava aggravando anche una crisi personale del giovane Alberione. Quella crisi, culminata all’età di sedici anni nella primavera del 1900, non deve essere ignorata, se determinò la sua espulsione dal seminario di Bra e incise tanto profondamente nella sua psicologia, da segnarla per sempre con le stigmate del "convertito".

Ai turbamenti dell’adolescenza si era infatti aggiunto quel contagio di cui si è detto: la seduzione della "modernità" e la scoperta di un continente proibito, identificato con tutto ciò che veniva dalla letteratura europea di fine secolo.

Di quella crisi, affettiva e intellettuale al tempo stesso (complice un’alluvione devastante di letture incontrollate: una sessantina di libri nel giro di pochi mesi), troviamo indizi nel suo diario giovanile, che potremmo definire le "Confessioni" del giovane Alberione.

Egli parla di «un’anima avvilita» e tentata dal suicidio, che non vuol morire ma accetta la morte come «sacrifizio di espiazione»; parla di un «terribile stato», di un «intreccio di sciagure e di inganni», di infelicità, di «anni turbinosi e fatali», di «illusioni» e di «abissi»; di «forze spese in olocausto al demonio»; insomma di un regno devastato, dal quale sale un grido e infine si accende una luce di speranza: «O Maria, intercedi per me; Mater misericordiæ, soccorri, difendi, proteggi. Mostrami la via... Salva me, fons pietatis!» Quindi la conclusione: «La grazia di Dio e Maria mi salvò» (Sono creato per amare Dio 93, 101).

La Madonna del Buon Consiglio che si trovava nella cappella del seminario di Alba all'inizio del Novecento.
La Madonna del Buon Consiglio che si trovava nella cappella del seminario di Alba all’inizio del Novecento.

La «luce dall’Ostia»

Quella "grazia" ebbe il suo culmine nella notte santa fra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901, durante la quale il giovane visse la forte esperienza carismatica, la luce provvida che lo illuminò circa la propria vocazione di consacrato e di fondatore (cf Abundantes divitiae 13-22).

Conosciamo i particolari di quella lunga adorazione davanti al Santissimo Sacramento, che il giovane seminarista compì in ossequio all’invito del papa Leone XIII, di inaugurare il nuovo secolo alla luce dell’eucaristia, perché nascesse consacrato a Cristo Salvatore del mondo, «via, verità e vita». L’enciclica papale Tametsi futura (1° novembre 1900) sarà poi il documento ispiratore per la devozione al Divino Maestro, caratteristica della Famiglia Paolina.

Nel frattempo, ai primi d’ottobre di quell’anno, Giacomo Alberione era stato ammesso al seminario vescovile di Alba, come prossimo alunno di liceo. Là egli trovò un clima spirituale assai favorevole: nella cappella, consacrata alla Madre del Buon Consiglio, si sentì accolto e guidato maternamente da Maria, nel difficile percorso che l’attendeva. Doveva infatti risalire compiutamente dalla sua crisi devastante e riprendere il cammino con rinnovato slancio.

In quel cammino fu aiutato da un amico paterno, il canonico Francesco Chiesa, che lo guidò come consigliere per tutta la vita. Ma la guida sempre vicina fu la Mater misericordiæ, sentita presente e invocata con sempre maggiore frequenza, come vedremo nel prossimo intervento, scorrendo il diario giovanile del chierico Alberione.

Eliseo Sgarbossa