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N. 3 marzo 2008
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Nella
famiglia paolina - Don
Alberione e Maria
Un diciottenne
innamorato Dopo la profonda crisi che lo turbò tra la
primavera e l’estate del 1900, il giovane Alberione ha una forte
esperienza della guida e della protezione della Vergine, tanto da poter
scrivere nel suo diario giovanile: «La grazia di Dio e Maria mi salvò». Emerso rinnovato dal gorgo della crisi – primavera-estate 1900 –, l’adolescente Alberione poté confessare: «La grazia di Dio e Maria mi salvò». Lo abbiamo lasciato, nell’ultimo intervento, pieno di fervore in adorazione del Santissimo Sacramento, nella notte di fine secolo. Tre mesi prima era stato accolto nel seminario diocesano di Alba, dove aveva iniziato il primo corso liceale, o di filosofia come allora si diceva. Quel corso accese in Giacomo l’amore alla riflessione e all’analisi delle proprie esperienze, argomentando secondo il metodo della dialettica aristotelica: tesi – prova – conclusione. Documento eloquente di questa analisi è il quaderno di appunti autobiografici, noto come Diario giovanile (stampato postumo col titolo Sono creato per amare Dio), la cui redazione risale al 1902. Giacomo Alberione stava per compiere diciotto anni e ardeva di un’acuta sete di amore.
«Quanto è buona questa Mamma!» Scorrendo le sue prime pagine, ci imbattiamo subito in un classico "sillogismo": «L’amore è tanto più nobile quanto più sublime è l’oggetto amato. – Ora, Gesù Cristo è la persona più sublime che si possa amare. – Dunque la perfezione di un’anima sta nell’amare Gesù Cristo». – Ma ciò vale anche per Maria, nella quale "Dio operò grandi cose", e altrettanto ella fece a favore del povero giovane. – Conclusione: «Quanto è buona questa Mamma! Quanta cura ha degli infelici!» (cf SC 4). Davvero infelice si sentiva il liceale Alberione, ogni qualvolta ripensava alle sue disavventure di adolescente. Ancor più infelice quando lo studio della filosofia e della letteratura recenti lo portava a contatto con le esperienze tragiche di tanti suoi coetanei, come il discepolo di Silvio Pellico, suicidatosi dopo aver letto Le ultime lettere di Jacopo Ortis. Analoga sorte toccava a quanti si lasciavano trascinare dal fascino mortale degli eroi "romantici"; fascino dal quale egli stesso si sentiva spesso attratto. Quale la causa di tali drammi? Quella di non amare, o amare soltanto persone indegne, o inseguire ideali deludenti. Quale invece il rimedio? Quello indicato, nove secoli prima, dal monaco san Bernardo: «Respice stellam... Guarda la stella, invoca Maria!» (SC 21-22). Perciò, a mano a mano che passavano i mesi e che Giacomo procedeva nella foresta insidiosa della cultura contemporanea, si moltiplicavano i suoi appelli a Maria, perché gli facesse da guida e protezione. Se il dilagante ateismo e gli amori devianti scavano nei cuori tanti abissi, ecco l’invocazione: «Salvami, o Maria, da sì terribile stato!» (SC 11). Se le profanazioni dell’amore causano tanta infelicità, «Mater intemerata, ora pro nobis!» (SC 14). Se la carenza di ideali e di princìpi morali provoca tanti fallimenti, «Mater Boni Consilii, ora pro nobis!» (SC 18). Se le ripetute colpe induriscono i cuori, «Mater misericordiae, ora pro nobis!» (SC 25). Benché non ancora ventenne, Giacomo lo ha già compreso: «L’uomo che non ama, cerca il bene particolare e fugace; l’uomo che ama, cerca il bene eterno, immutabile». Per parte sua, egli propone: «Voglio amare: per amore voglio fare i sacrifici, e questi fortificheranno l’amore eterno» (SC 62).
«Sete di amore» Dopo quanto abbiamo letto finora, non ci fa meraviglia il grido del giovane liceale: «Maria, soccorrimi!... Mamma, dammi amore! Il mio cuore ha sete di amore! Ma il bene finito non gli basta. L’illusione è troppo incerta e crudele!» (SC 65). Erano state le illusioni che avevano sviato il seminarista adolescente. A causa di esse, confessava ripetutamente, «trascorsero anni turbinosi per il mio naturale carattere, fatali per il mio istinto che anelava alla lode, alla grandezza… Ed ora – concludeva – conto diciotto anni… Le illusioni tenner dietro all’illusione, abisso ad abisso. Ma la grazia di Dio e Maria mi salvò» (SC 93). Conosciamo l’esito di quella salvezza, intravista nella "notte di luce" davanti al Tabernacolo. Il naufrago Alberione comprese, nella luce del Maestro eucaristico, «la missione vera del sacerdote» quale egli si preparava ad essere, e la propria vocazione particolare: predicare il Vangelo alle nuove generazioni con i mezzi adottati dagli avversari nel mondo attuale. E, come dirà più avanti, imitare la missione di Maria: donare al mondo Gesù. In uno dei ricorrenti esami di coscienza, confrontando le proprie debolezze con il sacrificio di Gesù assetato di anime, il diciottenne Giacomo chiede ancora una volta il soccorso della celeste Madre: «Maria, donami il tuo amore e la tua pace; prendi tutto il resto». (L’aveva scritto in latino, parafrasando il motto di Don Bosco: «Da mihi animas, cetera tolle»). Proprio in tali momenti egli confessava la ragione della sua fiducia: «Io amo molto recitare la Salve Regina, perché in essa l’invochiamo "Madre di misericordia, Vita, Dolcezza e Speranza nostra"; perché siamo "gementi e piangenti in questa valle di lacrime", bisognosi di misericordia» (cf SC 65-66).
Nuovi orizzonti Al termine del suo breve diario spirituale, il giovane Alberione eleva ancora una volta l’invocazione: «O Maria, Mater misericordiæ, intercedi per me… Salva me, fons pietatis!» (cf SC 101). Interprete di Gesù misericordioso, la Vergine Madre è per Giacomo la «fonte della pietà». Sentiamo qui l’eco della sequenza funebre Dies irae; ma non si tratta di un presagio di morte, bensì di vita rinnovata, purificata dall’amore materno di Maria. Due anni più tardi, il seminarista Alberione compiva i suoi vent’anni e guardava fiducioso davanti a sé. Egli ancora non lo sapeva, ma la Provvidenza scandiva il suo cammino con alcune pietre miliari. In quel 1904, a Benevello d’Alba nasceva Maggiorino Vigolungo, che sarà «il primo fiore dell’apostolato-stampa», l’alunno più generoso ed entusiasta di don Alberione fondatore. Ma allora lo studente Giacomo non poteva saperlo. Egli veniva attratto da due eventi ecclesiali di grande portata. Il 2 febbraio, il nuovo papa Pio X aveva emanato l’enciclica Ad diem illum per annunciare il 50° anniversario del dogma dell’Immacolata Concezione (1854) e per mettere in risalto l’opera mediatrice di Maria, Madre delle Grazie. In quello stesso anno, riceveva l’approvazione pontificia definitiva la Società dell’Apostolato Cattolico, fondata dal santo Pallotti, che promuoveva la devozione a Maria "Regina degli Apostoli". Dunque il messaggio mariano di papa Leone XIII, che aveva dichiarato Maria «Madre della Chiesa, Maestra e Regina degli Apostoli», trovava la sua solenne attuazione in un istituto missionario. Ciò sarà per don Alberione una conferma ispiratrice della propria devozione e una luce direzionale per la sua missione.
Le esperienze diventano vita Tre anni più tardi, a fine giugno 1907, Giacomo Alberione fu ordinato sacerdote nel presbiterio di Alba, e (come presto vedremo) impostò il proprio sacerdozio in vista di un ministero nuovo, nel quale porre a frutto tutte le sue esperienze giovanili. L’esperienza mariana in particolare, cioè della presenza di Maria nella vita del fondatore, è determinante nella storia della Famiglia Paolina. E per "esperienza mariana" intendiamo quell’evento umano fondamentale che impresse un sigillo speciale all’esistenza di Giacomo Alberione. Tale esperienza cominciò a manifestarsi fin dalla sua infanzia, come assunzione serena della pietà familiare, nella recita del rosario e nelle pratiche di devozione. Si sviluppò successivamente nell’adolescenza, con momenti drammatici di crisi e slanci di fervore commoventi. Trovò la sua fioritura nella giovinezza, durante gli ultimi corsi di seminario e nei primi anni di ministero, come vedremo. Ebbe infine la sua piena maturità nei frutti delle fondazioni, quando migliaia di giovani, ragazzi e ragazze, ricevettero da lui orientamento e carica apostolica. Quell’esperienza personale di don Alberione divenne esperienza fondante e "archetipica" per tutti i membri della sua Famiglia. E mentre egli la trasmetteva, come fiamma da fiamma, come eredità viva da padre a figli, questa si chiariva progressivamente, si delineava nei contorni e assumeva il "colore" di devozione "apostolica". Eliseo Sgarbossa |
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