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N. 4 aprile 2008
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Uno
scrittore e un libro di PAOLO PEGORARO Se Maria
fa rima con poesia
Con il poemetto
intitolato Maria, Aldo Nove dedica la sua attenzione alla figura
della Vergine, spinto dalla nostalgia di un mondo lontano rievocato
attraverso l’onda del ritmo e molteplici suggestioni letterarie. Il titolo ha la quieta irriducibilità di un nome: Maria. L’autore è il quarantenne Aldo Nove, romanziere e poeta etichettato come "cannibale", mentre il suo sperimentalismo linguistico lo porta costantemente altrove. Anche nel poemetto Maria (Einaudi 2007, pagg. 37, euro 8,00) si avvertono le tensioni più o meno risolte – ma vive e interpellanti – della sperimentazione: trenta canti in endecasillabi rimati, anzi, sincopati e stipati a contenere più rime possibili. Così le parole si affastellano una sull’altra, l’occhio legge a perdifiato, fino a smarrire il senso, incatenato alla pagina dal ritmo talora ossessivo di filastrocca: qualcosa di più simile a un mantra che a un rosario, anche se Nove esplicita il riferimento alla litania cristiana. «Mia nonna», dice, «è stata per me l’apertura verso un mondo lontano, religioso e contadino, forse oggi perso per sempre. Mi manca la sua fede d’altri tempi, mi manca la convinzione con cui diceva il rosario... Ho sentito il bisogno di dedicarle una poesia che è poi diventata poemetto».
Attraverso questa perseguita ingenuità e questo abbandono all’onda del ritmo, Nove è arrivato a risultati notevoli: di Maria viene indagato soprattutto un aspetto – il «sì» dell’Annunciazione – spalancandone l’ampiezza e le implicazioni. Invece di scene intimistiche o smarrimenti psicologici, Nove pone come sfondo il cosmo che, con il fiato sospeso, attende la risposta della Vergine di Nazareth all’annuncio di Gabriele. Lo stesso arcangelo sembra incarnare lo sfinimento di secoli costretti a consumarsi senza un Salvatore: «Stanco era anche l’arcangelo. Mutare / per sempre è come la parola amare, / la si può dire ma non inverare. // Ma questa volta no. In due lo sapete, / e l’arcangelo che aveva di te sete, / sete della parola che ora siete: / scandalo fuori; dentro immensa quiete». Poche parole imprimono una svolta epocale alla storia: «Un attimo assoluto. Era compiuto / il disegno. Tu lo avevi voluto». Maria è poesia del sì, un sì dirompente perché «scaglia attraverso i secoli e trasforma / la vita di tuo figlio nella norma / dell’amore impossibile tradotto / per tutti nell’esempio che ha condotto». Nove insiste felicemente sull’obbedienza come scelta attiva: «quel giorno hai scelto di guarire / dai dubbi dando luce a non finire». E ancora: «cos’altro è il vizio se / non la distanza che separa il sì / tuo dolce da tutto quello che c’è». Echi di una tradizione secolare Non mancano altri aspetti, ad esempio Maria come maestra di umanità: «Dio ti guardava / attonito e il tuo sguardo gli insegnava / [...] i bisogni / continui di chi vive questa vita / terrena e la fragilità infinita / dell’uomo e come transitano i sogni, / disegni tra le nuvole che il vento / sfilaccia in macchie informi in movimento / [...] Dio lo nutrivi, dentro il ticchettio / dei giorni». Evidente l’influenza anche esplicita di Jacopone da Todi, ma Nove – che si è laureato in filosofia morale con Luciano Parinetto e ha familiarità con la patristica – aggiunge che negli anni precedenti alla scrittura del poema ha letto san Francesco, Dante, sant’Ambrogio, Anselmo, Agostino, Tommaso, i teologi della liberazione, Giovanni Paolo II, Rilke, Campana, Turoldo, nonché il comparto archetipico sul femminile, da Bachofen a Jung; ma si avverte un vuoto biblico, quel concreto aggancio a una storia personale – non solo simbolica – su cui è costruito, ad esempio, In nome della madre di Erri De Luca. Anche per questo, forse, il punto più emozionante è la conclusione che, sotto il titolo Madre di Dio, si spoglia della riflessione per restare invocazione indifesa, che attraversa i secoli e arriva fino allo hic et nunc dell’autore («Madre delle Bustecche e di Betlemme»). E nell’ultimo verso – «Madre, prima che taccia / la sera madre abbracciami...» – quel «mi» conclusivo fa saltare tutto: salta la rima a ogni costo, salta l’endecasillabo forzoso, e rimane soltanto l’invocazione, nuda e autentica, di un uomo nella sera. Paolo Pegoraro |
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