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N. 4 aprile 2008
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Con
Maria nel nuovo millennio di STEFANO DE FIORES La luce di Fatima
sull’oggi della Chiesa Fatima invita a considerare tutta la realtà
in visione teologale: alla luce di Dio e della sua Parola. In tale
contesto si staglia la figura luminosa di Maria, capace di neutralizzare
i tentativi distruttori del cosmo: occorre identificarsi con lei, con il
suo Cuore immacolato, per cambiare la faccia della terra. L'esperienza della maternità verginale conduce Maria a compiere un progressivo ingresso nel mistero di Dio fino a percepirlo esplicitamente come Padre di Gesù Cristo. Ella sa che Dio non è solo l’Altissimo che si china con amore su di lei, ma anche l’unico Padre di Gesù, come il Figlio stesso ricorderà a lei e a Giuseppe nel tempio: «Non sapevate che io devo stare nella casa del Padre mio?» (Lc 2,49). Ella già sapeva che Gesù aveva uno speciale vincolo con Dio Padre, «una sua filialità tutta particolare rispetto a quella terrena». E non è improbabile che Maria si sia sentita vicina al Padre e in qualche modo una sua continuazione e manifestazione visibile: unico infatti è il Figlio che può essere chiamato tale dal Padre e dalla Madre. Maria incinta o con il bambino in braccio è per noi icona del Padre generante il Verbo nell’eternità e in lei e mediante lei nel tempo secondo l’umanità, ma insieme è icona della tenerezza materna del Dio d’Israele (cf Is 49,15; 66,13; Os 11,1-8). Il tipo iconografico della Vergine della tenerezza interpreta bene Maria come manifestazione e segno umanamente comprensibile del Dio dall’amore tenero e misericordioso verso le sue creature. Maria diafania (=trasparenza) del Verbo incarnato, unico Mediatore di salvezza. L’azione propria del Verbo (non condivisibile con le altre due persone divine) è fondamentalmente l’incarnazione nel grembo della Vergine Maria. Solo il Verbo si è incarnato, e quindi egli solo ha sofferto la passione, è morto ed è risuscitato. Si raggiunge qui l’apice della storia della salvezza, poiché l’incontro d’alleanza tra Dio e l’uomo si risolve in un’unione indissolubile, anzi in un’identificazione tra Dio e l’uomo: il Verbo si fa carne. La Madre nel cui grembo avviene questa unione, più che immagine del Verbo eterno del Padre, diviene apocalisse dell’incarnazione, cioè rivelazione del fatto che ormai Dio e l’uomo sono inseparabili. Gesù è il Mediatore nato perché in lui la sponda umana e quella divina sono congiunte in unica realtà. In questo senso si comprende l’espressione di Tertulliano: «Caro cardo salutis» («La carne è il cardine della salvezza»). Maria diviene la garante dell’incarnazione contro ogni forma di docetismo e di manicheismo: in quanto Madre di Gesù, ella proclama che il Verbo si è fatto carne, divenendo il Dio vicino, il Dio degli uomini, nostro fratello. Testimone dell’alleanza o dello sposalizio tra Dio e l’uomo nell’incarnazione, la Madre di Gesù si pone a servizio di tale alleanza sponsale a Cana, sotto la croce e alla Pentecoste.
Con la sua fede nel Figlio dell’Altissimo, con la sua meditazione degli eventi e parole che lo riguardano (Lc 2,19.51) e con la sua proclamazione postpentecostale che Gesù è il Signore, Maria testimonia che suo Figlio è il Mediatore e Salvatore, il «Determinante assoluto» e il «Significante plenario». Le raffigurazioni iconografiche della Theotokos presentano l’incarnazione del Verbo di Dio nell’umanità e quelle della Déesis (intercessione) proclamano la potenza salvifica di Gesù, presso cui Maria intercede con affetto di Madre e adorazione di creatura. Maria riflesso dello Spirito, artefice delle cose impossibili. Al di là di tutte le determinazioni circa l’opera dello Spirito nella storia della salvezza, è certo che nei riguardi di Maria egli si rivela innanzitutto come dýnamis, cioè potenza dall’alto, il cui compito consiste nel rendere reale ciò che umanamente è impossibile. Lo Spirito realizza in Maria una duplice realtà paradossale: la generazione del Figlio di Dio da parte di una creatura (la sproporzione è evidente perché «il simile produce il simile», come dice Aristotele) e l’unione di due stati quali la maternità e la verginità nella sua persona di donna (situazione umanamente impossibile). Maria in quanto «Madre di Dio» e «Vergine-Madre» rivela lo Spirito come potenza che irrompe nel mondo e realizza realtà umanamente impensabili. Lo Spirito inoltre agisce in Maria mediante il dono del cuore nuovo promesso dai profeti Geremia ed Ezechiele. Infatti ella è la Figlia di Sion che ripete all’angelo la risposta del popolo d’Israele: «Serviremo il Signore [...]. Faremo come tu dici» (Gs 24,24; Esd 10,12). Lo Spirito spinge Elisabetta a interpretare la risposta di Maria come espressione di fede esemplare: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Ora la fede è opera dello Spirito (cf 1Cor 12,3). Maria proclama con la sua testimonianza di fede che lo Spirito è la forza della nuova alleanza che trasforma il cuore umano abilitandolo a credere e ad agire per amore. Il Paraclito si rivela artefice di realizzazioni umanamente impossibili nella Pentecoste, in cui la Madre di Gesù riceve di nuovo lo Spirito per parlare in lingue (At 2,1.13), avere visioni e profezie (At 2,18), essere interiormente rinnovata dal «battesimo nello Spirito» (At 1,5), essere definitivamente illuminata circa la personalità del Figlio e annunciare «le grandi opere di Dio» (At 2,11). È ancora lo Spirito a risuscitare a nuova vita il corpo mortale di Maria nell’assunzione di lei al cielo, trasformandolo in corpo spirituale, sganciato dalle leggi spazio-temporali, e «datore di vita» (cf 1Cor 15,42-45), perciò in grado di collaborare alla grande opera della rigenerazione degli esseri umani. Maria, luogo dell’azione trinitaria in tutto l’arco della sua vita, diviene icona e «trasparenza personale» dello Spirito in quanto lo manifesta nella sua caratteristica di artefice di meraviglie umanamente irrealizzabili nella storia della salvezza. Rilievi conclusivi Dalla nostra trattazione scaturiscono almeno due conclusioni di ordine teologico e vitale. Tutt’altro che trascurabile, l’evento Fatima interpella la teologia e la mariologia contemporanea sotto vari profili: riconoscere il primato dell’adorazione della Trinità, affrontare il problema imprescindibile della salvezza, vivere un’autentica spiritualità trinitario-mariana, impegnarsi profeticamente nella storia, proiettarsi sul futuro della Chiesa e del mondo. In particolare Fatima invita a considerare tutta la realtà in visione teologale: sub lumine deitatis, alla luce di Dio e della sua Parola. In tale contesto si staglia la figura luminosa di Maria, capace di neutralizzare i tentativi distruttori del cosmo: occorre identificarsi con lei, con il suo Cuore immacolato, per cambiare la faccia della terra. Fonte dello splendore di Maria è Dio uno e trino, verso cui Fatima rimanda come al primo principio e all’ultima salvezza. Solo che nella Trinità eternamente felice Fatima inserisce, come un cuneo a prima vista estraneo e scandaloso, la tristezza: Dio soffre in Gesù Cristo e in Maria, persone glorificate ed entrate nella gioia del Signore. A questo profondo mistero corrisponde l’esigenza di riparazione come contrappeso del peccato che dilaga nel mondo e come segno di una vita interpretata antropologicamente come essere-per-gli-altri.
La luce della teologia contemporanea su Fatima Da parte sua, la teologia del nostro tempo offre alcune basi fondamentali e vari sviluppi dottrinali all’evento Fatima. 1 Innanzitutto essa assume il riferimento trinitario presente nella storia della salvezza e lo sviluppa alla luce della parola di Dio. In questa luce viene considerata Maria, insistendo sulla sua condizione terrena ma anche scoprendo la situazione celeste del suo corpo dotato di gloria, ossia dello splendore attivo e benefico dello Spirito vivificante. 2 La teologia odierna affronta il problema della sofferenza di Dio e della persona glorificata della Madre di Gesù e cerca di risolverlo realisticamente in modo da salvare il dato paradossale della coesistenza della piena felicità con la sensibilità verso il gemito dell’umanità e della creazione fino a che sia stabilita definitivamente la sovranità e paternità divina. 3 La teologia supera oggi la figura del Dio irato che minaccia castighi per presentare il Dio biblico che accoglie i peccatori nella misericordia e nell’amore, anche se rimane la pena dell’inferno cui si condanna ogni peccatore ostinatamente chiuso agli appelli di salvezza. 4 Inoltre la teologia vede la riparazione all’interno del sacrificio redentore offerto da Cristo al Padre e anche come espressione coerente dell’antropologia relazionale, che si interessa degli altri con una supplenza solidale. 5 La teologia del nostro tempo, pur non avendo ancora elaborato un’organica e completa mariologia trinitaria, aiuta a comprendere la figura di Maria in relazione alla Trinità, che ha fatto di lei il luogo della sua azione tripersonale e quindi lo spazio rivelativo del proprium delle singole persone. Maria diviene un paradigma antropologico in quanto centro personale di responsabilità che decide della sua vita aderendo al piano salvifico di Dio e insieme essere «totalmente relazionale» a Dio Trinità, alla Chiesa e all’umanità. 6 Infine la teologia spirituale precisa che nel battesimo nasce l’uomo trinitario, caratterizzato dalla relazione essenziale alla Trinità essendo consacrato come figlio del Padre, membro del corpo di Cristo e tempio dello Spirito. Il legame tra Maria e il battesimo è dato dal fatto che ella «ha cooperato nella carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa» (sant’Agostino) ed è stata dichiarata da Gesù Madre dei discepoli rappresentati da Giovanni. Ora che si trova in cielo, esercita questa sua missione materna cooperando «con amore di Madre [...] alla rigenerazione e formazione» dei fedeli (Lumen gentium 63). Proprio su questa base sacramentale deve maturare il dono di sé alla Trinità sull’esempio e con l’aiuto di Maria, che Fatima presenta come consacrazione a Dio e al Cuore immacolato. Stefano De Fiores |
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