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N. 4 aprile 2008
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Il
Rosario secondo i Papi Il vento
del rinnovamento conciliare
Paolo VI, il prosecutore del Vaticano II, si
è interessato con originalità alla question mariale. Culmine
del suo magistero mariano è la Marialis cultus del 1974,
notevole esempio di sintesi dottrinale secondo i principi del Concilio. Il papa Paolo VI (1963-1978) è stato il tenace prosecutore del Vaticano II, l’intelligente esecutore dei suoi indirizzi nel difficile ma fecondo tempo della sua recezione; si è interessato con grande congruità e originalità alla question mariale. Del suo magistero ricordiamo tre documenti sul rosario: l’enciclica Mense maio, del 29 aprile 1965, nella quale, sottolineando la caratura mariana del mese di maggio, ricorda che Maria è strada a Cristo e ciò significa che il continuo ricorso a lei comporta un cercare, in lei, per lei e con lei, Cristo salvatore, al quale sempre rivolgersi. Paolo VI chiede preghiere per il momento storico in cui vive la Chiesa che sta concludendo il Concilio; per la difficile situazione internazionale che vive momenti di tensione a causa di eventi bellici; per il progredire allarmante di attentati al carattere sacro e inviolabile della vita umana; per impetrare la pace dono divino. Esorta i pastori ad inculcare «con ogni cura la pratica del santo rosario, la preghiera così cara alla Vergine e tanto raccomandata dai Sommi Pontefici». L’enciclica Christi Matri, del 15 settembre 1966, invita la comunità cattolica a impetrare da Dio, mediante l’intercessione della Vergine con il suo rosario, il dono celeste e inestimabile della pace. «Tale fruttuosa preghiera non soltanto ha una grandissima efficacia nello stornare i mali e nel tener lontane le calamità, come chiaramente dimostra la storia della Chiesa, bensì anche alimenta doviziosamente la vita cristiana».
L’esortazione apostolica Recurrens mensis october, del 7 ottobre 1969, ove il Papa esorta a pregare per la pace tra uomini e popoli, visto che continuano ancora micidiali conflitti e appaiono nuovi "punti caldi" «e si vedono in lotta perfino cristiani, che fanno appello allo stesso Evangelo d’amore». Incomprensioni che si manifestano anche tra membri della Chiesa; per cui è necessario invocare da Dio la pace e la riconciliazione per mezzo della Madre del Principe della pace, che ha proclamato la beatitudine di essa (cf Mt 5,9). La Chiesa del Concilio non cessa di ricordare e di attingere all’opera d’intercessione della Vergine, così come fece a Cana (cf Gv 2,1-12), presso il Figlio a favore degli uomini. Anzi, «meditando i misteri del santo rosario, noi impareremo, sull’esempio di Maria, a diventare anime di pace, attraverso il contatto amoroso e incessante con Gesù e coi misteri della sua vita redentrice». I membri della Chiesa, conclude il Papa, devono avere in onore e recitare con frequenza questa «meditazione dei misteri della salvezza», ormai divenuta una consolidata pratica di devozione mariana ecclesiale. La svolta della Marialis cultus La vera svolta sulla natura, sui contenuti e sulla finalità dei pii esercizi, già annunciata dal Concilio (cf Sacrosanctum Concilium 13; Lumen gentium 66-67), si ha con l’ esortazione apostolica Marialis cultus (=MC), del 2 febbraio 1974. Papa Montini, in continuità con la dottrina esposta dal Concilio e dall’esortazione apostolica Signum magnum, del 13 maggio 1967, ha inteso proporre una trattazione teologico-liturgica finalizzata a mettere in luce il posto che Maria occupa nella pietà ecclesiale, specialmente per quanto riguarda la dottrina circa la presenza e la celebrazione di Maria nell’ambito del ciclo annuale del mistero di Cristo (MC 2-15), l’esemplarità di Maria in ordine al culto divino (MC 16-23). L’esortazione pontificia, inoltre, ha inteso offrire valide indicazioni per la revisione e lo sviluppo della pietà liturgica, dei pii esercizi dell’Angelus e del rosario. La Marialis cultus sottolinea nel pio esercizio del rosario, assai diverso dagli "atti liturgici" sacramentali per natura, virtù e finalità-operatività salvifica (n. 48), tre note fondamentali: teologica, liturgica, pastorale.
La nota teologica precisa l’indole evangelica che sgorga dalla presentazione dei misteri dell’incarnazione redentrice, per cui tale pratica è preghiera cristologica e soteriologica, ove si evidenzia la partecipazione della Madre e Serva del Signore. La nota liturgica presenta il "Salterio della Vergine" come preghiera di lode, di implorazione, soprattutto di contemplazione. La nota pastorale è caratterizzata dall’incoraggiamento a riproporre l’uso della recita del rosario nell’ambito della famiglia. È nella famiglia cristiana che deve rifiorire la recita del rosario, una delle più eccellenti preghiere "in comune" (MC 52-54). L’insieme di tutti questi elementi fa di questa trattazione sul pio esercizio del rosario un rimarchevole esempio di sintesi dottrinale, che non solo convoglia la dottrina già esposta in altri documenti dai predecessori e dallo stesso Paolo VI, ma applica ad essa, sviluppandoli, anche norme e principi generali enunziati dal concilio Vaticano II. Salvatore M. Perrella
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