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N. 5 maggio 2008
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La parola del Vescovo di Mons. LORENZO GHIZZONI Vescovo ausiliare di Reggio Emilia L'esclamazione «a gran voce»: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo» (Lc 1,42) è la reazione di Elisabetta all’incontro con l’altra madre, Maria. L’incontro tra le due madri è in realtà l’incontro tra i due figli. Esse però fin da questi momenti non sono passive spettatrici degli avvenimenti, ma attive collaboratrici dell’azione di Dio, come lo sono dei due figli nella loro missione: il precursore e il Messia, la voce e la Parola, colui che battezzerà con acqua e Colui che battezzerà in Spirito, per la vita eterna. La benedizione di Elisabetta nasce dalla percezione che il suo bambino, esultando di gioia, ha già ricevuto lo Spirito Santo, come lei, appena è arrivato il saluto di Maria: «Shalom». Elisabetta esulta e grida di gioia, dando voce a Giovanni, così che egli inizia la sua missione profetica di riconoscimento del Messia attraverso le parole della madre! Miracoli che possono avvenire solo quando la grazia sovrabbonda e supera le possibilità della natura umana!
Maria è benedetta perché porta in grembo il frutto più pieno della benedizione di Dio sull’umanità. Infatti la "benedizione" che sale spesso verso il Dio creatore e salvatore, dal cuore e dalla bocca dei credenti di Israele (in numerosi salmi e cantici) è una lode straripante che vuole rendere grazie a lui per le numerosissime cose belle del creato o per il bene che viene fatto, da chiunque. Si riconosce che tutto è grazia sua: ciò che di bello e buono si incontra ogni giorno è segno del suo amore gratuito, misericordioso, provvidente. La liturgia ebraica abitua fin da ragazzi a benedire Dio, spesso, con parole e canti, danze e sacrifici al tempio. Anche Elisabetta fa questo, benedicendo direttamente Maria e attraverso di lei benedicendo Dio stesso, che ha fatto opere grandi in una piccola creatura: ha racchiuso tutta la sua potenza di benedizione verso l’umanità in un bambino piccolissimo (siamo appena all’inizio della gravidanza di Maria!), ma già riconosciuto come «benedetto» e come «Signore». Anche noi credenti di oggi siamo chiamati a modellare la nostra preghiera sulla ricchezza della preghiera dei padri e delle madri di Israele, come ci insegnano la Bibbia e la tradizione della Chiesa: accogliere la benedizione che discende da Dio Padre e ricambiare con la preghiera di benedizione che sale a lui da un cuore puro e riconoscente, ringraziandolo continuamente. Come le due madri dell’episodio della Visitazione, siamo provocati a ripensare la nostra preghiera: prima di chiedere, siamo invitati a vedere quello che abbiamo già ricevuto. Non c’è nulla di buono e bello, di vero e valido, che non sia frutto della provvidenza paterna del nostro Dio. È sempre molto più quello che riceviamo dal Signore che «sa di che cosa abbiamo bisogno», rispetto a quel poco che chiediamo. Con gli occhi "risanati" dalla fede, si possono vedere le opere di Dio e il cuore si colma di gioia. Di qui sgorga la preghiera: lode, santificazione del suo Nome, benedizione, riconoscimento della sua provvidenza, canti d’amore per lui. I salmi e i cantici della Bibbia, anche nel Nuovo Testamento, sono indispensabili per imparare a pregare così, non tanto per le parole, ma per i sentimenti forti e gli atteggiamenti di fede che ci fanno esprimere insieme al resto del popolo di Dio. Un’indicazione pratica per la crescita spirituale: se amiamo e preghiamo il rosario con partecipazione, scopriremo che è intessuto di parole bibliche e che è una buona base per partire alla scoperta della Scrittura o almeno del nuovo Testamento. Sia Elisabetta che Maria nel Magnificat sanno usare parole e frasi della Scrittura per comporre anche le loro preghiere personali. Perché non proviamo anche noi a benedire Dio Padre, per averci fatto conoscere il suo amore, con questo atteggiamento di fede, di gioia, di gratitudine e, ma soprattutto, con le parole stesse che il Signore ci ha insegnato? Mons. Lorenzo Ghizzoni |
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