Madre di Dio

 

N. 5 maggio 2008

 Maria, tempio della Trinità

 Un mese con Maria

Amici lettori

Benedetta tu fra le donne
    mons. Lorenzo Ghizzoni

Adamo, Abramo e Maria
    
Giuseppe Daminelli

La santità quotidiana di mamma Rosa
    
Saverio Gaeta

Maria, genitrice di luce
  
 Jean-Paul Hernandez

Una nuova Pentecoste?
    
Alberto Rum

Perché salvare gli alberi e non le madonnelle?
    
Domenico Marcucci

L’ultimo «adesso»
    Giuseppe Daminelli

La presenza di Maria nel cammino spirituale
   Stefano De Fiores

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

La missione di Maria e della Chiesa
    
Sergio Gaspari

 Una preghiera al ritmo della vita umana
    
Salvatore Perrella

La chiamata improvvisa di Miryam
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 5 maggio 2008 - Copertina

 

 

 

 

 Incontri con Maria nel terzo millennio

 
di MARIA DI LORENZO

La chiamata improvvisa di Miryam
   

«Lasciami camminare / Madre di Dio nel tuo rosario finale», scriveva il poeta Elio Fiore (1935-2002). Un grande innamorato di Maria, un poeta profondamente cristiano e mariano da non dimenticare.
  

«Vergine Madre, io non ti chiedo nulla, / Ma dal Cielo, ti prego, assicura / Mio padre e mia madre che sono attento / Alla legge di tuo Figlio / Al suo amore che mi chiede di perdonare / A chi mi ha fatto del male. / Miryam, in questo antico Ghetto, / Eternamente lordo del sangue di David / Mi preparo con il rosario / Di Lucia dos Santos / Alla tua chiamata improvvisa…». Così scriveva il poeta Elio Fiore in Assunzione di Miryam in Cielo, che fra le sue liriche dedicate a Maria – e molte ce ne sono nella sua produzione poetica che si ispirano alla Madre di Dio – è forse una delle più belle, certamente la più profetica.

La «chiamata improvvisa» è arrivata in una notte calda d’estate (20 agosto 2002) e non si fatica a immaginare che il poeta sia giunto preparato al grande incontro, avendo fra le mani quel rosario che qualche anno prima gli aveva regalato suor Lucia di Fatima e da cui egli non si separava mai, segno della sua devozione semplice e tenace alla Madre celeste.

Nato a Roma nel 1935 e battezzato in San Pietro, Elio Fiore è stato bibliotecario per vent’anni al Pontificio istituto biblico, in piazza della Pilotta. Ha esordito come poeta nel 1964 con una raccolta di versi, Dialoghi per non morire, che fu allora presentata da Giuseppe Ungaretti, quasi un’"investitura" poetica, e per un quarantennio circa ha rappresentato nel panorama letterario italiano una voce assolutamente fresca e originale, indissolubilmente legata ai grandi temi della fede cristiana. «Ecco, la fede e nient’altro è la vita. Il resto non conta, è Storia», scriveva il poeta, e questo riassume bene il senso stesso della sua esistenza e l’essenza della sua poesia.

Elio Fiore.

Il cammino di un poeta e di un uomo

Lo incontro un caldo pomeriggio di primavera nella sua casa del Ghetto, in via del Portico di Ottavia, cuore pulsante della Roma israelita, dove ha vissuto per oltre vent’anni, in un spirito di grande amicizia e condivisione con i fratelli ebrei. La sua storia è fortemente intrecciata infatti a quella del popolo ebraico, a ciò che esso visse durante la Seconda guerra mondiale, come mi racconterà nella lunga intervista che mi ha concesso.

  • Elio Fiore, lei ha detto più volte che il suo cammino di poeta e di uomo nasce da una tragica data, il 16 ottobre del 1943, quando i tedeschi fecero irruzione nel Ghetto di Roma, dove si trovava lei allora, e deportarono più di duemila ebrei, donne, vecchi e bambini compresi. Perché lei, cristiano, si trovava là quel giorno e perché da adulto è tornato ad abitare nel Ghetto?

«Sono tornato nel Ghetto per caso, dopo aver vissuto in altre città dell’Italia per motivi di lavoro. Cercavo una casa a Roma e l’ho trovata nel quartiere ebraico. Col passare del tempo, però, ho riflettuto su tale coincidenza e ho compreso che doveva essere un segno del destino che io ritornassi proprio lì, dove avevo assistito – bambino – all’immensa tragedia del popolo ebraico. Avevo otto anni nel ’43, e non sapevo nulla di tedeschi e di ebrei. Quella mattina, quando ci fu il rastrellamento, io mi trovavo nella Piazza in Piscinula, perché non avevo più una casa mia: durante l’estate era successa una cosa tremenda, la nostra casa venne rasa al suolo nel bombardamento di San Lorenzo al Verano, che costò più di tremila morti e tantissimi feriti.

«Io ero rimasto sepolto sotto le macerie, abbracciato a mia madre, per dieci ore, aspettando i soccorsi. Fummo salvi per miracolo, e fu la Madonna a salvarci. Ricordo che mia madre pregò tutto il tempo: "Madre di Dio, salva mio figlio!". Ci portarono feriti all’ospedale, io ne ebbi uno choc. Ma quel fatto cambiò da un giorno all’altro il mio rapporto con Maria: lo rese più forte, e anche più maturo.

«Prima ero solo un bambino, ignaro di tante cose: per esempio, la prima volta che avevo sentito parlare della Madonna era il Natale del 1939, quando mio padre allestì un favoloso presepe su un pianoforte verticale e mi disse, indicandomi la statuina della Madonna, che quella era la Madre di Dio, la madre di Gesù. Non capii nulla, naturalmente. Avevo solo quattro anni. Poi mi ricordo anche, piuttosto vagamente, un pellegrinaggio notturno fatto con mia madre alla Madonna del Divino Amore. Era quasi l’alba, ricordo, e faceva tanto freddo».

  • Che posto occupa oggi la Madonna nella sua vita di tutti i giorni?

«Un posto molto importante: Maria è sempre presente nella mia mente e nel mio cuore».

  • E nella sua esperienza di poeta?

«È la mia prima ispiratrice».

Elio Fiore con un'amico illustre: il poeta Mario Luzi (1914-2005).
Elio Fiore con un’amico illustre: il poeta Mario Luzi (1914-2005).

Maria aveva gli occhi chiusi

Fiore è talmente innamorato di Maria da riconoscerne i tratti moderni, attualissimi, nel volto di una homeless con figlio al seguito, su una strada addobbata per le feste natalizie, tra gente frettolosa e distratta, di una qualunque città dell’opulento mondo occidentale: una sorta di natività mendicante, che ben poco ha da spartire con l’immagine, oleografica e un po’ dolciastra, di tanta poesia devozionale mariana.

Scrive infatti: «Maria era tutta vestita di nero, /stava per terra, ferma, composta, / tra le braccia stringeva Gesù. // Sull’affollato corso i passanti / andavano distratti, senza guardare, / senza dare una lira di elemosina. // Maria aveva gli occhi chiusi, / ma due lacrime scendevano / dal viso. Gesù mi sorrideva, // mentre s’accendevano le luci / sul mercato di lusso, sfavillante / di regali, di stelle e di angeli. // Gesù mi stringeva forte la mano / e in quel sorriso innocente, / sentivo tutto il dolore del mondo…».

  • Lei non manca mai di rivolgersi alla Vergine nelle sue poesie e in tutti i suoi libri. Però a un certo punto ha deciso addirittura di dedicare un’intero poemetto a Maria. Perché ha composto Miryam di Nazareth?

«Nella Bibliotheca Domus dei padri Gesuiti al Pontificio istituto biblico, dove ho lavorato per vent’anni come bibliotecario, un giorno ho scoperto nella sezione della letteratura tedesca un poemetto di Rainer Maria Rilke dedicato alla vita della Vergine; la sua lettura mi ha affascinato, tanto che ho voluto leggere il poemetto anche nell’edizione della Locusta con la prefazione di David Maria Turoldo. Ho riletto i Vangeli, soprattutto Luca, e la voce "Maria" della Bibliotheca Sanctorum. Così ho iniziato il poemetto nella casa al Portico d’Ottavia, l’ultima stesura però l’ho terminata nella pace dell’abbazia di Viboldone, dalle mie care monache benedettine».

  • Ma i poeti amano la Madonna secondo lei?

«Certo, pensiamo a Dante, o Petrarca. Non dimentichiamo poi il grande Giacomo Leopardi, che nel 1819 – dunque, a soli 21 anni – compose una stupenda preghiera a Maria».

  • Vogliamo ricordarla?

«È vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici. È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili. Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie».

Fiore nel suo studio addita la Magnani.
Fiore nel suo studio addita la Magnani.

Il rosario di Lucia dos Santos

«Fiore è un mistico», ha detto di lui Valerio Volpini, «perché rifrange nell’amore rivelato attraverso la croce ogni ragione e momento del suo essere e anche del suo essere immerso nel tempo con le atrocità e gli orrori, con ogni emblema di morte e con ogni metafora del male».

La follia dell’Olocausto, la dura memoria dei morti, la fede nella poesia e nei poeti, la ricerca di Dio non in astratto, ma «nel sangue e nel grido della Storia», il bisogno di guardare e di raccontare, perché la scrittura è un dovere, un imperativo morale, così come un dovere è la memoria. Sono questi i temi portanti della sua poesia, espressi soprattutto nelle raccolte In purissimo azzurro (Garzanti 1986), Myriam di Nazareth (Ares, 1992), Il cappotto di Montale (Scheiwiller, 1996), insieme alla fede nell’invisibile, il primato della persona, la necessità del canto e della profezia.

La casa del poeta, al Portico di Ottavia, dove mi trattengo per circa due ore in piacevole conversazione, è un guscio di memorie vive, zeppa com’è di disegni e di quadri, quasi presenze sacrali i molti volti che occhieggiano dai muri: lo sguardo felino di Giuseppe Ungaretti, il fiero profilo di Sibilla Aleramo, la verace vitalità di Anna Magnani, splendida interprete di Roma città aperta a cui Fiore ha dedicato versi di compiuta bellezza. Lari domestici in quotidiano colloquio col poeta. Un uomo mite e gentile, dalle abitudini appartate e schive, ma dotato di grazia e di comunicativa vivace.

  • È vero che ha un rosario donatole da suor Lucia, la veggente di Fatima?

«Un giorno di molti anni fa, ebbi l’indirizzo di suor Lucia a Coimbra e così decisi di scriverle. Nella lettera le parlavo di me, ma soprattutto le parlavo di lei, di Maria. Ne nacque una corrispondenza, e un giorno con mia grande sorpresa, senza che avessi osato chiederglielo, suor Lucia mi inviò un rosario, a cui sono legatissimo: è con esso infatti che mi preparo ogni giorno alla chiamata del Signore».

Lo scrive anche nella sua ultima raccolta di versi, ed è un po’ il suo congedo dal mondo e il sigillo del suo totale affidamento a Maria: «Lasciami camminare / Madre di Dio nel tuo rosario finale, / arco che squaderna luce e tenebre. / C’è tanto buio ancora, figlia di Sion, / ma voglio, nella salita aspra, superare / ogni prova, per ritrovare mia madre, /la Rosa che s’ingioia nel tuo Segreto:/ l’Amore incarnato dell’Unigenito Figlio».

Maria Di Lorenzo