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N. 6 giugno 2008
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Problemi attuali di mariologia di GIUSEPPE DAMINELLI L’esemplarità di Maria
nel cammino della vita Dall’evento dell’Annunciazione fino al dramma
della croce, la Vergine Maria dischiude la ricchezza delle virtù che
hanno dato spessore alla sua persona, in ogni stagione della sua vita. Muovere dei passi, uno dopo l’altro, superando l’instabilità del mantenersi in equilibrio momentaneamente su un solo piede, è simbolo della crescita. Lo ha sperimentato Maria, donna in cammino su questa terra fino alle altezze del cielo. I percorsi da lei compiuti lungo le strade della Palestina assurgono a simbolo del suo itinerario di maturazione interiore, del suo avanzare nella peregrinazione della fede (cf Lumen gentium 58): il viaggio da Nazaret ai monti della Giudea per visitare Elisabetta; il recarsi da Nazaret a Betlemme e poi in Egitto; i pellegrinaggi a Gerusalemme per presentare il Figlio al tempio, per la festa di Pasqua con Gesù e Giuseppe, e infine la salita alla città santa per la Pasqua di morte e risurrezione del Figlio Redentore. Il battesimo instrada il cristiano in un cammino continuo, in virtù di una forza viva iniziale: la maturazione spirituale non è che il frutto di quanto si è andato sviluppando a partire da un piccolo seme. I doni dello Spirito, infatti, non sono un capitale, ma dei semi: questo è il messaggio delle parabole del seminatore (cf Lc 8,4-11) e del regno dei cieli (cf Mc 4,26-32). È dentro la logica evangelica del granello di senapa, e non in quella del capitale-mercato, che avvengono lo sviluppo dinamico dei doni dello Spirito e la crescita della vita spirituale. Del resto san Paolo parla di frutti dello Spirito (cf Gal 5,22), indicando così che si tratta di approdi cui si perviene in misura del cammino che si è disposti a percorrere. Alla meta non si arriva subito e neppure tutti contemporaneamente. È meglio procedere in compagnia, ma occorre saper affrontare tratti di strada anche da soli. Inoltre è fondamentale apprendere a muovere un passo alla volta e nella direzione giusta. Decisivo ai fini del successo di un cammino è sapere dove si è diretti e, senza dubbio, occorre perseveranza. L’incontro con se stessi Aperta a Dio e al prossimo, la Donna dell’annunciazione e della visitazione, di Betlemme e di Gerusalemme, delle nozze di Cana e della croce, dischiude la ricchezza delle virtù che hanno dato spessore alla sua persona, in ogni stagione della sua vita. Varcare la soglia della conoscenza di sé, per potenziare ciò che merita e ridurre il peso di ciò che inganna, è prezioso esercizio di crescita umana e cristiana. 1 Il cuore di Maria sa rendere grazie: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore». Solo chi si sente gratuitamente amato e salvato è capace di ringraziare, diversamente da chi pensa di fare da sé, senza avvertire di essere beneficato, aiutato, sorretto da altri. Il dire grazie libera dal protagonismo e dal tentativo illusorio dell’autosalvezza.
2 Il cuore di Maria è provato dall’esperienza: «Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Contro ideologie, astrattismi, nozioni a guisa di vernice esterna, l’esperienza invita a tener conto del vissuto, della situazione, della circostanza, dell’agire in concreto oltre che del dire in teoria. Non basta ascoltare un altro che parla di Dio per dire di conoscerlo, né è sufficiente possedere le informazioni contenute nel Vangelo per aderire vitalmente al mistero pasquale di Cristo. Occorre pregare per conoscere la preghiera, compiere azioni coraggiose affinché si sviluppi la virtù della fortezza. 3 Il cuore di Maria è normato dalla gratuità: «Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote». Ciò che fa crescere, umanamente e cristianamente, è la disposizione a uscire dal proprio interesse per porre attenzione all’altro, superando la logica del profitto, del guadagno e del sospetto per abbracciare quella del dono disinteressato e libero. 4 Il cuore di Maria pulsa di libertà: «Eccomi, sono la serva del Signore». Il camminare nella libertà è possibile sotto la signoria dello Spirito: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17). Anche se a prima vista l’obbedienza e la disciplina sembrano mal accordarsi con la libertà, la limpidezza dell’esperienza interiore permette di capire che i doni dello Spirito non si sviluppano in un clima di costrizione. La legge della libertà (cf Gc 1,25) si propone, non si impone. Il custodire di Maria Sorprende il comportamento di Maria nella notte di Betlemme: «Dopo averlo visto, [i pastori] riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,17.19). Che non sia un atteggiamento sporadico, ma caratterizzante la vita quotidiana di Maria di Nazaret, si vede dal fatto che l’evangelista Luca lo richiama anche al termine del racconto dei ritrovamento di Gesù nel tempio: «Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51). Maria non ha custodito i doni ricevuti come il servo della parabola che, preso il talento, è andato, per paura e pigro egoismo, a seppellirlo sotterra (cf Mt 25,1430). Li ha conservati in cuore come dei semi, lasciando che eventi e parole confrontati tra loro le rivelassero il significato con trasparenza, facendo nascere e sviluppare i convincimenti ispiratori di scelte di vita. Consapevoli, come dice san Paolo, che «abbiamo un tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7), custodire i doni di natura e di grazia ricevuti da Dio e dal prossimo implica: proteggerli, difenderli, conservarli, non dissiparli, non vanificarli... Per saper davvero custodire i doni ricevuti, la vita, la salute, l’amicizia, la fede, la famiglia, sarà utile coltivare la riflessione, l’esame di coscienza, la direzione spirituale, la preghiera personale e comunitaria. Il custodire nel "cuore" non solo non fa dimenticare i doni, ma permette di riscoprirli, facendo sì che non invecchino, ma sprigionino, senza stanchezze o abitudini, la loro perenne giovinezza. I doni di Dio e del prossimo vanno rivisitati nel loro valore, riconsiderati e ricontemplati, affinché non vengano meno il gusto e l’interesse: è la strada per assimilarli meglio e farli crescere. La fortezza Se il momento della nascita è la parabola dell’intera esistenza, si capisce bene che proprio dalla sofferenza fiorisce la gioia più vera della vita. Vivere richiede dunque fortezza nella prova e coraggio sotto la croce. La Madre di Gesù lo ha appreso presto, con la vocazione della maternità: il primo dolore fu il pensiero del promesso sposo, il quale l’avrebbe trovata incinta senza che ella potesse spiegargli il mistero che l’aveva pervasa. Si mostrò forte la Vergine Madre nel mettersi in viaggio, in fretta, da sola, per le montagne di Giuda: la sosteneva il coraggio della missione che doveva compiere, più forte di ogni sua debolezza. Anche nella notte di Betlemme, strapiena di gioia celeste e terrestre, sull’animo di Maria pesò la sofferenza di non aver trovato posto nell’albergo; e non tanto per sé, quanto per il Verbo di Dio che poneva la sua dimora tra gli uomini. Ci volle coraggio poi per partire verso l’Egitto, facendosi profuga in un Paese straniero. Il segno doloroso della spada che trafigge l’anima l’attendeva in cima ai gradini del tempio, dove si era recata gioiosa per consacrare a Dio il suo primogenito. E l’angoscia le prese le viscere nel sereno ritorno a casa dal pellegrinaggio familiare a Gerusalemme, quando insieme con Gesù dodicenne si sentì essa stessa una madre smarrita. E infine l’attendeva la croce, albero di morte e di vita: fu la beatitudine della fede a tenerla salda in piedi, trafitta mortalmente nell’animo ma non vinta. Come i martiri di Cristo! Così la loda infatti la Chiesa: «Beata la Vergine Maria, che senza morire meritò sotto la croce la palma del martirio» (acclamazione al Vangelo, memoria dell’Addolorata). Fortezza, coraggio, disponibilità al martirio: qualità diverse eppure connesse. Sono doni da invocare dallo Spirito Santo. Ci vuole coraggio per crescere, per vivere, per amare; non giova fuggire davanti alla fatica o muoversi dopo che i problemi siano risolti e le difficoltà superate, ma bisogna camminare anche nella prova, nello smarrimento. Ci vuole sacrificio per vivere mettendo in pratica con fedeltà il Vangelo, senza compromessi, facili correttivi, scelte di comodo, parzialità. Maria provoca a coltivare la virtù della fortezza, che anima il martirio: questo del resto vuol dire testimoniare di persona. Se è difficile ipotizzarsi martire, è tuttavia importante per il cristiano sapere che, in forza dello Spirito che lo ha cristificato, egli può anche diventarlo! Giuseppe Daminelli |
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