Madre di Dio

 

N. 6 giugno 2008

 «Maria, grande Maria»
    Sergio Gaspari

 San Paolo e Maria

"Benedetto il frutto del tuo seno"
    mons. Antonio Riboldi

L’esemplarità di Maria, nel cammino della vita
    
Giuseppe Daminelli

Accanto alla vostra croce c’è sempre Maria
    
Remigio Fusi

Maria, porta della Chiesa
  
 Jean-Paul Hernandez

Un ponte mariano tra Fatima e Mosca
    Carlo Mafera

Maria secondo Zola
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

Rilievi su alcune feste mariane
    
Sergio Gaspari

Liberatrice degli schiavi
    
Domenico Marcucci 

Una cristologia senza mariologia?
    Stefano De Fiores

Con l’Africa dentro il cuore
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 6 giugno 2008 - Copertina

 Monsignor Luigi Novarese (1914-1984)

 
di REMIGIO FUSI

Accanto alla vostra croce c’è sempre Maria
   

Fondatore del CVS (Centro Volontari della sofferenza) e dei Silenziosi Operai della Croce, oltre che della Lega sacerdotale mariana, monsignor Novarese fu un vero uomo di Dio. Vedeva la sua opera come attuazione delle richieste della Vergine a Lourdes e Fatima.
 

Monsignor Luigi Novarese nacque a Casale Monferrato (Al) il 29 luglio 1914, ultimo di nove figli. Rimase orfano di padre a solo nove mesi. Carattere vivace e intelligente, sperimentò ben presto la sofferenza. All’età di nove anni, a seguito di una rovinosa caduta, gli fu riscontrata una coxite tubercolare destra. Fu l’inizio di un calvario da un ospedale all’altro per otto lunghi anni, uscendone nel 1931, completamente guarito, dopo una novena a Maria Ausiliatrice e a don Bosco, fatta con i ragazzi di Valdocco.

Il periodo dei ricoveri fu come un cesello che darà senso a tutta la sua vita di sacerdote e di apostolo. Così descrive quegli anni: «Ammalato per molti anni come te, ripensando a quegli anni di immobilità assoluta – pesi alle gambe, bendaggi gessati, stampelle, ospedali, ecc. – sento di poter affermare, con pieno convincimento, che quelli sono stati gli anni più belli della mia vita. Sono stati per me gli anni del noviziato, della preparazione a quell’apostolato che oggi si estende non solo in Italia ma anche all’estero. Per quegli anni di sofferenza benedico il Signore e ringrazio la Madonna».

Monsignor Novarese con Giovanni Paolo II.
Monsignor Novarese con Giovanni Paolo II.

Uomo di preghiera e umile

Viveva una vita di intensa preghiera. Riteneva che per essere di Dio occorre molta preghiera e l’approfondimento della sua Parola. Era convinto che prima occorre essere e poi agire; prima essere orante, poi oratore. Pregava molto e pregava bene. La sua era una preghiera più meditata che parlata, vissuta concretamente nella quotidianità.

Quante ore di adorazione in cappella! Più aumentavano le necessità e gli impegni, più prolungava la preghiera. Armonizzava l’attività pastorale con le esigenze della vita interiore, convinto che è Cristo che deve operare per mezzo nostro. Il suo sguardo sereno, profondo e penetrante esprimeva dolcezza, carità, anche forza, frutto di intensa comunione con il Signore. Era esigente anche con i suoi figli spirituali. Diceva loro: «Non ditemi che non avete tempo di pregare. Non tirate la scusa che il lavoro è tanto, perché io vedo che quando ho maggiormente lavoro è il momento in cui divido bene la giornata e quindi ho il tempo della preghiera».

Viveva un’umiltà profonda. Non cercava lodi né onorificenze. Riteneva le umiliazioni un atto di amore da parte di Dio per indicargli i suoi limiti e la via che doveva percorrere: «Queste mi aiutano a riconoscermi e a ridimensionarmi».

L’estendersi del suo apostolato e la conseguente fecondità gli ha procurato la gelosia di tante persone e quindi tanta sofferenza. Per la persona che lo umiliava pregava. A noi che avremmo voluto difenderlo ripeteva: «Prego ogni mattina per quella persona, perché la voglio accanto a me in Cielo».

A coloro che gli dicevano che doveva fare più propaganda della sua opera, rispondeva: «L’opera non è mia. Se la Madonna, Ispiratrice e Padrona dell’Opera, ritiene che è una cosa buona penserà a farla conoscere». Compiva le cose più strabilianti con una sconcertante naturalezza, come se non fosse lui a compierle.

Amava meditare e predicare l’umiltà dell’incarnazione: «Non basta l’umiltà dello spirito, ossia essere persuasi della propria bassezza e della propria miseria, occorre saper soffrire volentieri di essere giudicati e ritenuti tali dagli altri».

Un dono per la Chiesa

La lunga sofferenza aveva maturato in monsignor Novarese una speciale visione del malato. Da sempre i malati hanno goduto di un’attenzione privilegiata da parte della Chiesa, a imitazione di Gesù, il Maestro compassionevole, e di tanti santi che hanno fatto degli ammalati l’oggetto di cure delicate e di vivissima sollecitudine pastorale.

Monsignor Novarese ha avuto però un’intuizione rivoluzionaria e originale, capovolgendo la vecchia visione, prevalentemente assistenziale e pietistica, del «povero ammalato portato sulle spalle del buon Samaritano» e ne ha fatto un apostolo fecondo, un generatore di redenzione, un portatore di salvezza per i propri fratelli. Il malato è stato riabilitato come essere umano, come cittadino, come cristiano. Monsignor Novarese grida con tutta la forza che l’ammalato è figlio di Dio, erede del cielo, lievito di grazia per il mondo, potenziale "atomico" per la causa della Chiesa. Grazie a lui l’ammalato comincia a crescere, a prendere coscienza della sua missione nella Chiesa: da ricettore passivo diventa soggetto ecclesiale e operatore attivo, distributore di grazia, segno trasparente e convincente di valori eterni, epicentro pastorale in ogni Chiesa particolare.

Questa sua convinzione si alimenta dalla realtà della redenzione. «Il Calvario di Cristo», dice, «non è soltanto quello personale del Cristo storico, ma è anche costituito dalla somma delle sofferenze di tutti gli uomini, di tutti i tempi e di ogni luogo, che con Lui vivono la propria giornata di dolore [...]. Soltanto Gesù ha trasformato il dolore in un mistico cantiere ove tutti i sofferenti hanno un posto ben preciso e di primo piano, per la salvezza dell’umanità».

Non si è fermato, però, a considerare soltanto la sofferenza, ma guarda alle conseguenze di una sofferenza vissuta in grazia: «Il Cristo ha sempre parlato del dolore non come problema a sé stante, ma tutte le volte ha abbinato al pensiero della propria passione e morte la certezza della risurrezione».

Indica, quindi, il compito del sofferente: «Ecco il grande compito dei sofferenti: aiutare Gesù a salvare le anime». Perciò «il sofferente, vivendo in grazia di Dio non può non avere le stesse dimensioni del Cristo; non può non avere gli stessi sentimenti del Cristo».

Da qui il diritto-dovere del malato a un posto in seno alla Chiesa: «La santità di una Parrocchia, di una Diocesi dipende dal Cristo sofferente che continua la sua Passione. I sofferenti ne siano coscienti [...]. L’ammalato è fonte di speranza per la Chiesa locale; egli può dare un contributo e lo deve dare [...]. Nessun sofferente è inutile e di peso all’operosità della Chiesa in quest’epoca post-conciliare, così vivida di luce e feconda di attività».

Gli fanno eco le parole che Paolo VI rivolse ai Volontari della Sofferenza in occasione del ventesimo di apostolato: «Cari nostri malati [...], cari tesori della santa Chiesa che voi beneficate con il vostro esempio di pazienza e di pietà, che voi consolate con il dono delle vostre sofferenze, che voi edificate con la vostra unione a Cristo crocifisso» (26 maggio 1968).

Non ha timore di mettere accanto alla vocazione del sacerdote la vocazione del malato: «Il sacerdote è l’incaricato dalla Chiesa a pregare continuamente per il popolo che rappresenta. Tu devi offrire perennemente la tua passione in redenzione di molti, quelli che tu rappresenti. È per te un ufficio, un compito, una vocazione». E Paolo VI conferma: «Chi soffre ha la missione di dare la sua sofferenza per gli altri. È un servizio, morale, spirituale che voi fate, di inestimabile valore» (12 aprile 1972).

Non esita a richiamare il malato alla sua responsabilità: «Nessun ammalato abbia il rimorso di essere stato un disertore e di non aver fatto di tutto per stabilire nel mondo la vera pace».

Il pensiero di monsignor Novarese sulla vocazione del malato è riassunto in una frase della lettera inviatagli da Giovanni Paolo II, a firma sua, il 24 febbraio 1983: «Se sapranno effettivamente saldare il loro cuore col Cuore di Gesù, squarciato per amore degli uomini, allora saranno con Lui apostoli e benefattori dell’umanità».

Monsignor Novarese.
Monsignor Novarese.

Un amore intenso per Maria

Dall’inizio della sua vita c’è sempre lei, la Vergine Santa, la Madre spirituale. Da piccolo voleva che la mamma recitasse sempre alla sera la lunga preghiera Salve Regina.

Uno dei suoi primi ricordi – aveva intorno ai tre anni – è legato a una statuetta della Madonna di Lourdes, posta sull’architrave della porta, di fronte alla scala interna della casa. Egli stava ruzzolando fragorosamente lungo la scala fino a sbattere il viso a terra, ma non ebbe alcuna frattura o grave escoriazione.

Nella sua guarigione la Madonna ha un posto importante e pure l’ha nella sua formazione sacerdotale. Impegnò tutta la sua vita e quella dei suoi figli spirituali nell’attuazione dei suoi materni richiami da lei rivolti all’umanità a Lourdes e a Fatima. Aveva nei suoi riguardi la confidenza e l’abbandono di un bambino tra le braccia della mamma.

La sua devozione, però, non era sentimentale. Sentiva e viveva con lei un rapporto che nasceva dal comando di Gesù, morente sulla croce: «Ecco, tua Madre».

«L’essere Madre di Cristo, da parte di Maria», ripeteva sovente, «significa pure essere la Madre nostra». E continuava: «Più avremo per la Madonna un cuore da bambino, più Ella ci manifesterà il suo Cuore di Madre».

Con questa ottica confidava e deponeva nel cuore materno di Maria ogni suo progetto, con la semplicità del bambino e si confrontava con il suo comportamento con la forza di un saggio adulto. Concepiva la devozione alla Madonna come indispensabile per ricopiare le sue virtù, per vivere come lei di Gesù: «Se la nostra devozione alla Madonna», ripeteva, «non porta vicino a Gesù, non ci fa più osservanti della sua Legge, [...] non è una devozione sincera». Per questo motivo raccomandava a tutti gli aderenti alla sua opera: «Imitate l’Immacolata, la quale confrontava tutto quello che sentiva da Nostro Signore Gesù Cristo, tutto quello che udiva dalle sue parole, confrontava tutto e poi maturava la Volontà di Dio nei suoi riguardi e frettolosamente si poneva con il cuore pieno di carità alla esecuzione della Volontà di Dio».

E con sollievo e gioia ricordava a coloro che si trovavano sotto il peso della croce: «Accanto alla vostra croce, in modo particolare, c’è Maria santissima, la nostra Madre spirituale, che veglia, che è fedele, che ci ama, perché vede in noi Gesù che continua il suo Calvario».

Monsignor Novarese è stato veramente un uomo di Dio, un servitore fedele della Chiesa. A noi ripeteva continuamente: «Ciò che si fa per il Papa non è mai troppo, anche il dono della vita se è necessario». Ora la causa per la sua beatificazione continua. Si è chiuso anche il processo diocesano per un presunto miracolo a lui attribuito.

Remigio Fusi