Madre di Dio

 

N. 6 giugno 2008

 «Maria, grande Maria»
    Sergio Gaspari

 San Paolo e Maria

"Benedetto il frutto del tuo seno"
    mons. Antonio Riboldi

L’esemplarità di Maria, nel cammino della vita
    
Giuseppe Daminelli

Accanto alla vostra croce c’è sempre Maria
    
Remigio Fusi

Maria, porta della Chiesa
  
 Jean-Paul Hernandez

Un ponte mariano tra Fatima e Mosca
    Carlo Mafera

Maria secondo Zola
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

Rilievi su alcune feste mariane
    
Sergio Gaspari

Liberatrice degli schiavi
    
Domenico Marcucci 

Una cristologia senza mariologia?
    Stefano De Fiores

Con l’Africa dentro il cuore
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 6 giugno 2008 - Copertina

 
 Gli interventi di Dio nelle vicende degli uomini

 
di DOMENICO MARCUCCI

Liberatrice degli schiavi
   

Diversi santuari vicino al mare conservano i segni di riconoscenza alla Vergine da parte di persone catturate da pirati turchi o musulmani. Ricordiamo alcune vicende emblematiche di soccorso di Maria.
  

Presso alcuni santuari, specialmente in quelli posti sul mare, sono esposti come ex voto dei ceppi, delle catene o anche capi di abbigliamento moreschi: sono i segni di riconoscenza di persone che erano state catturate dai pirati turchi o comunque musulmani, che fino all’inizio del 1800 infestavano il Mediterraneo e condizionavano pesantemente la vita delle cittadine rivierasche. Queste, quale più quale meno, sono state tutte assalite dai pirati e hanno avuto distruzioni e concittadini trascinati schiavi in Nord Africa o a Costantinopoli.

Il flagello dei saraceni

Il ricorso alla protezione di Maria in questi casi era pressante e sono tanti i racconti di salvataggi, magari in extremis, di persone o di intere comunità. Il ricorso a lei non cessava neanche quando i malcapitati e le malcapitate erano condotti nei Paesi musulmani e venduti sul mercato degli schiavi. La preghiera a Maria e la certezza della sua assistenza materna li sostenevano anche davanti alle minacce e alle lusinghe messe in opera dai musulmani perché abiurassero la fede cristiana.

Veduta di Carloforte.
Veduta di Carloforte.

Uno degli ordini che si interessavano di raccogliere fondi per riscattare gli schiavi cristiani caduti nelle mani dei musulmani porta un titolo mariano: i Mercedari, il cui titolo completo è "Ordine di Santa Maria della Mercede". Essi sono stati fondati in Spagna da san Pietro Nolasco nel 1218; il titolo mariano, che è successivo di alcuni anni alla fondazione, deriva dal fatto che la raccolta delle elemosine per mettere assieme la "mercede" (il prezzo del riscatto) degli schiavi veniva fatta in nome della Vergine e quindi interpretando la sollecitudine di lei per quelli infelici.

Uno dei santuari che maggiormente hanno avuto a soffrire per le incursioni dei pirati è stato quello di Santa Maria de Finibus Terrae, presso Leuca, sulla punta estrema della Puglia, al congiungimento dei mari Adriatico e Jonio. La costruzione del santuario, per sfuggire all’attenzione dei pirati che spessissimo incrociavano in quelle acque, non aveva la forma di una chiesa, ma di un normale edificio. Nonostante questa precauzione, molte volte sia il santuario che il paese sono stati assaliti dai saraceni.

Uno dei racconti (non si sa dove finisce la storia e dove comincia la leggenda, come sempre in questi casi) riferisce che in uno scontro notturno fra gli abitanti di Leuca e i saraceni questi, pur respinti, condussero con sé dieci giovani del paese. La notte seguente altro allarme, perché si vedevano delle luci in mare: ma non si trattava di navi pirate, bensì delle teste dei dieci ragazzi – rese luminose – che erano riusciti a liberarsi e a tornare a nuoto verso il lido del loro paese.

San Pietro Nolasco, tela di Francisco de Zurbaran, Madrid.
San Pietro Nolasco, tela di Francisco de Zurbaran, Madrid.

Ultime vicende di pirateria a Carloforte

Uno degli ultimi episodi di pirateria, almeno in grande stile, risale al 1798, esattamente al 3 settembre: nelle primissime ore del mattino, al buio, gli equipaggi di tre navi corsare algerine sbarcarono nel porto di Carloforte (una piccola isola della Sardegna sud-occidentale, colonizzata da immigrati liguri) e fecero prigionieri ben 933 persone, circa la metà degli abitanti dell’isola. La prigionia durò circa cinque anni, fino al 24 giugno del 1803, quando furono riscattati e poterono tornare in patria.

Solo sei carlofortini, per scampare alla schiavitù, abiurarono la fede cristiana divenendo musulmani. Gli altri perseverarono, sostenuti da un certo don Nicolò Segni, che aveva seguito volontariamente i suoi concittadini nella prigionia; può essere interessante sapere che tale don Segni è un lontano parente della ben nota famiglia di politici sardi. Ma la straordinaria perseveranza dei prigionieri è dovuta soprattutto al rinvenimento, sulla spiaggia di Algeri, di una rozza statua mariana, che poi verrà chiamata "Madonna dello schiavo" e darà origine, a Carloforte, al santuario omonimo.

Un certo Nicola Moretto, un ragazzo che era riuscito a farsi benvolere dal suo padrone e quindi a godere di qualche libertà, passeggiando sulla spiaggia rinvenne una polena di nave (la punta della prua, che era in genere una scultura simbolica): quel pezzo di legno, nonostante fosse corroso dalle burrasche e dalla salsedine, conservava ancora la forma di una Madonna con il Bambino. Al ragazzo parve bellissima e, dopo averla nascosta nel suo mantello, la riportò a casa e la difese come potè dalla curiosità indiscreta degli altri servitori musulmani. La statua fu poi consegnata a don Nicolò Segni, che la pose in venerazione.

Il ritrovamento fu sentito come un segno tangibile della protezione della Vergine e il morale dei carlofortini, testimoniato anche dal tono delle lettere che scrivevano ai parenti in patria e che ci sono conservate, mutò immediatamente: alla disperazione era subentrata la speranza e la fiducia in una prossima liberazione. È interessante notare che anche i musulmani si resero conto del significato del fatto, per cui non solo non osarono toccare la statua, ma da allora in poi trattarono con maggiore umanità e rispetto gli schiavi cristiani.

I padri Mercedari si impegnarono a fondo nella raccolta della somma necessaria per il riscatto, che, rispetto ai valori di allora, fu enorme: 655.000 lire sarde; della somma il 12% era stato raccolto dai frati, mentre il resto fu a carico delle famiglie degli schiavi e del Regno sardo. L’evento della liberazione ha avuto il suo epilogo nel santuario di Bonaria (Cagliari), retto dagli stessi Mercedari, con una particolare celebrazione di affidamento a Maria Santissima.

Il viaggio di Andrea Anfossi, chiesa di Castellaro Ligure.
Il viaggio di Andrea Anfossi, chiesa di Castellaro Ligure.

Matrimoni da fare e un quadro come vela

È interessante notare ancora come la Madonna dello Schiavo abbia operato, poco più di un secolo dopo, un altro miracolo, forse anche più grande del primo. I carlofortini ritornati in patria si buttarono negli affari e ci riuscirono bene, ma, anche per opera della massoneria, perdettero ogni senso religioso, tanto da diventare quasi certamente il paese più scristianizzato d’Italia: basta pensare che vi erano qualcosa come 400 matrimoni civili. Un sacerdote zelante, don Gabriele Pagani, parroco di Carloforte dal 1923 al 1940, proprio facendo leva sulla Madonna dello Schiavo, il cui culto era praticamente scomparso, riuscì a rianimare la fede degli isolani; segno dell’efficacia della sua opera fu il fatto che, di quelle 400 coppie sposate civilmente, ben 350 riuscì a farle sposare in chiesa. E ancora adesso il culto alla Madonna dello Schiavo e la vitalità cristiana dell’isola sono ben saldi.

Infine un altro episodio che sembra avere dell’incredibile, ma che pure è perfettamente storico. Nel 1602 un certo Andrea Anfossi, un marinaio di Castellaro Ligure, fece ritorno fortunosamente in patria: egli raccontò che, caduto schiavo dei pirati, era stato portato a far legna nella boscaglia dell’isola di Lampedusa. Una volta lì, era riuscito a nascondersi nella vegetazione e far perdere le sue tracce. Vagando per l’isola, aveva trovato un quadro della Vergine con santa Caterina d’Alessandria: con un autentico colpo di genio, pensò di costruirsi una zattera e di usare il quadro come vela e così tentare di raggiungere la patria. C’è da pensare che la Vergine abbia contribuito a qualcosa di più che a far da semplice supporto al vento... Il quadro è ancora adesso venerato nei pressi di Imperia, nel santuario appositamente costruito e dedicato, significativamente, a Nostra Signora di Lampedusa.

Domenico Marcucci