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N. 6 giugno 2008
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Con
Maria nel nuovo millennio di STEFANO DE FIORES Una cristologia senza
mariologia? Dopo il Vaticano II i teologi hanno
dimenticato la mariologia, non riconoscendo l’importanza dell’incarnazione.
Oggi Maria ritorna in nuove cristologie più unitarie, in cui l’incarnazione
è riconosciuta in tutta la sua pregnanza salvifica. Dopo il Vaticano II l’indagine teologica si accentra in un primo momento sulla Chiesa, intorno alla quale aveva ruotato il Concilio. Ma ben presto si opera un passaggio alla cristologia, poiché «la Chiesa non è una comunità fine a se stessa [...], è la comunità di coloro che credono in Cristo e annunciano Cristo al mondo» (Mario Serenthà, Gesù Cristo ieri, oggi e sempre. Saggio di cristologia, Elledici 2005). La riflessione teologica recupera talvolta il Cristo Verbo incarnato, sia pure dopo aver assegnato il primato assiologico (= di valore) al mistero pasquale o al ministero profetico. In posizione equilibrata si pone Bruno Forte, che ribadisce il doppio fulcro della gloria di Gesù, la preesistenza e la Pasqua: «Fra questi due poli si colloca la vita del Gesù terreno, letta come un insieme di segni che da una parte rivelano la gloria della condizione preesistente, dall’altra anticipano la glorificazione pasquale» (Gesù di Nazaret, storia di Dio, Dio della storia, San Paolo 1994). Al di là dell’accento posto sull’incarnazione, si constata senza possibilità di smentita che «la stragrande parte di questa vasta produzione libraria su Gesù sembra ignorare che egli sia figlio di Maria e non annette a questo evento nessuna importanza. Come l’ecclesiologia anche la cristologia postconciliare sembra voler marginalizzare la mariologia e non consentirle né spazio, né ruolo ermeneutico e salvifico» (De Fiores, Maria nella teologia contemporanea, Centro di cultura mariana 1991). Vari autori elaborano una cristologia senza mariologia o con brevi cenni a Maria, ma tale lacuna innegabile non equivale a un rifiuto positivo di ogni discorso mariologico. Onestamente occorre ammettere che essi tacciono di Maria e dei suoi legami intrinseci con l’incarnazione. La lasciano nella zona amorfa dell’implicito, dove si celano possibilità di ripresa e tentazioni di emarginazione. Taluni riprendono il discorso mariologico in altro volume o in un susseguente articolo.
Un caso esemplare Ci soffermiamo sul saggio di alta qualità prodotto da Walter Kasper e intitolato Gesù il Cristo. Frutto di una continua rielaborazione, questo corso tenuto all’Università di Münster nel 1964-65 costituisce un apporto lucido all’impostazione del problema cristologico e un tentativo di conciliazione tra cristologia ontologica e cristologia funzionale, tra Cristo della fede e Cristo della storia, tra cristologia dall’alto e cristologia dal basso. Egli propone «la cristologia della reciproca corrispondenza tra il Gesù terreno e il Cristo risuscitato ed elevato in cielo». Kasper focalizza innanzitutto il mistero pasquale, poiché «il punto centrale di una cristologia, che si comprenda come esegesi della confessione "Gesù è il Cristo", sono la croce e la risurrezione di Gesù». Ne consegue una relativizzazione dell’evento incarnatorio, nel senso che «se si ammette che la persona umano-divina di Gesù è costituita una volta per tutte dall’incarnazione, allora la storia e la sorte di Gesù, e soprattutto la croce e la risurrezione, non assumono più alcun significato costitutivo». Riconosciuta la legittimità della demitizzazione dell’incarnazione quando essa intende il lato umano di Gesù come «il rivestimento ed ornamento sotto il quale Dio stesso parlerebbe e agirebbe», il teologo rifiuta una demitizzazione riduttrice che dissolve la cristologia in un caso di antropologia. Kasper tratta del destino storico di Gesù cominciando dal battesimo e proseguendo con il Cristo risorto e glorificato, costituito Figlio di Dio (Rm 1,4). Egli precisa che la preesistenza di Gesù non è il risultato di un graduale processo che partirebbe dalla risurrezione per giungere al battesimo, al concepimento verginale e alla preesistenza, poiché gli asserti sull’invio del Figlio e sulla preesistenza «sono molto antichi, praticamente vennero prodotti negli anni stessi in cui si formò la cristologia dell’esaltazione». Jürgen Moltmann ritiene che il libro Gesù il Cristo di Kasper «è una cristologia senza mariologia» (Moltmann, La via di Gesù Cristo). In realtà, se contiamo le righe dedicate a Maria, giungiamo solo a mezza pagina su un totale di 380. Tuttavia il silenzio di Kasper non è necessariamente antimariologico, anzi alcune puntualizzazioni si risolvono a favore di Maria. Egli, per esempio, secondo la sua tendenza conciliatrice, scorge nel racconto del concepimento ad opera dello Spirito Santo un riferimento non solo alla «funzione», ma anche all’«essere» di Gesù, in «un profondo intreccio fra la cristologia dell’essere e quella della vocazione». A proposito del simbolo atanasiano, egli si pone in linea con von Campenhausen, ritenendo che l’asserto dogmatico della nascita di Gesù da Maria non è «un "rimasuglio gnostico", bensì un’affermazione antignostica, della quale ci si serve per esprimere il profondo legame che stringe Gesù con l’intera umanità». In linea implicita con von Balthasar, Kasper rileva che «tra il concepimento per opera dello Spirito Santo e la figliolanza divina di Gesù esiste [...] un nesso molto più stretto di quello che in genere si suppone». Ma subito stempera il dato della nascita verginale annotando che «in fondo esso non riveste che un significato simbolico, quello di accettare Gesù come il nuovo inizio stabilito da Dio, il nuovo Adamo». In conclusione, il giudizio di Moltmann resta sostanzialmente esatto.
Il recupero dell’incarnazione Attualmente da vari fronti, da quello culturale a quello biblico, qualcosa si muove. «L’incarnazione, come fatto e come criterio per interpretare, diviene, anche al di là del suo enorme significato soprannaturale, un elemento culturale di grande rilievo. Suggerisce infatti considerazioni in cui il rigore storiografico e la commossa rievocazione religiosa si intrecciano e fanno riflettere a fondo [...]» (Armando Rigobello, "L’Eterno irrompe nel tempo", ne L’Osservatore Romano, 25 dicembre 1993, p. 3). «Eppure su questo fatto "paradossale" e su questa "scandalosa" verità nasce, cresce e si regge tutta la fede cristiana nella specificità del suo annuncio, cristologico e trinitario» (Giovanni Marchesi, "Il mistero dell’incarnazione del Verbo: mito o realtà storico-salvifica?", ne La Civiltà Cattolica, 141 [1990] IV, 435). Si recupera l’incarnazione come mistero fondamentale di Cristo ed «entelecheia» (compimento) della storia del mondo. Si segue in questa traiettoria il quarto vangelo che, esplicitando un dato della cristologia primitiva, presenta il mistero di Cristo con un’ellissi a due fuochi: «L’evangelista Giovanni, oltre a tenere fisso questo fulcro, costituito dall’"ora" di Cristo, dalla sua esaltazione gloriosa attraverso la passione, la morte e la risurrezione, ha introdotto il nuovo fulcro dell’incarnazione, della venuta del Verbo di Dio nella visibilità della carne». Se la cristologia biblica trova la sua visione più matura nella riflessione di Giovanni sul Verbo incarnato, non dovremmo concludere che la cristologia contemporanea, quando si stacca dalla teologia giovannea, soffre di un certo infantilismo? Per fortuna vari teologi riscattano la cristologia da questo marchio cogliendo l’importanza del mistero dell’incarnazione e i suoi nessi con Maria. Stefano De Fiores
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