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N. 6 giugno 2008
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Incontri con Maria nel terzo millennio
di MARIA DI LORENZO Con l’Africa
dentro il cuore La testimonianza di fede del medico missionario
Lido Rossi, partito un giorno di oltre cinquant’anni fa per lo
Swaziland, e che nell’Africa nera lasciò il cuore e la sua stessa
vita, generosamente donata per amore di Cristo col nome di Maria sulle
labbra. «Anche se questa nave / non avesse elica / non avesse timone / sarebbe sicuro il nostro andare / perché – o Signore / Tua è ogni strada di questo piccolo mondo». Così scriveva l’11 dicembre 1956 il medico missionario Lido Rossi nella lunga traversata sulla motonave Africa che lo conduceva verso il continente nero, destinazione un piccolo ospedale dello Swaziland, nella missione di Stegi. Non era solo. Accanto a sé aveva la giovane moglie Elena, sposata appena quattro mesi prima, con la quale era partito dal porto di Venezia, alla vigilia della festa dell’Immacolata Concezione, in una giornata fredda e brumosa, certamente indimenticabile per entrambi. Il gesuita padre Domenico Mondrone ha raccontato la sua storia nel settimo volume della sua grande opera I santi ci sono ancora (Edizioni Pro Sanctitate 1982), annoverandolo fra quei luminosi testimoni della fede che egli definisce i «servi di Dio né canonizzati, né forse canonizzabili, ma che, con l’esempio della loro condotta, hanno saputo sganciarsi dal livello di una comune vita cristiana e muoversi su un piano che tocca decisamente l’eroismo». Tale è stata la vita di Lido Rossi, medico in missione. Piena di eroismo, certo, eppure straordinariamente normale. Una vita cristiana a tutto tondo, che si caratterizzava per un’adesione profonda al Vangelo, meditato e vissuto, e per una semplice e ardente devozione verso la Vergine, a cui indirizzava molti dei suoi pensieri, splendidamente tradotti sulla carta in poesie che assomigliavano a preghiere.
«Ora e nel tempo lungo della notte» Lido Rossi era nato il 13 maggio 1928 a Rosignano (Livorno), da una famiglia di modeste origini. Il padre era un operaio della Solvay. Rimasto assai presto orfano, Lido, che era l’unico figlio, fu avviato con grandi sacrifici agli studi dalla mamma Leda, una donna semplice ma di grande fede. Dotato di una natura fortemente sensibile, Lido visse un’adolescenza piuttosto malinconica e solitaria, duramente segnata dall’assenza del padre. Aveva una spiccata predisposizione per la letteratura, ma all’università scelse la facoltà di medicina. Voleva essere un medico, e in particolare un medico missionario. Tuttavia continuava nel tempo libero a scrivere poesie, nelle quali riversava tutta la sensibilità del suo cuore e la piena delle emozioni che gli urgevano dentro. Lido era profondamente credente e durante l’università, in particolare, compose un inno alla Vergine davvero stupendo, che merita di essere ricordato: «Ave, Maria, fulgida stella dei misteri, / Ave / dal cielo al colle eletto, dal mare / al sacrifico degli umili. / O mite creatura divina, o cara visione / dell’ultima agonia, / per te, o Maria, si leva il canto / flebile fino alle lacrime / e il plauso implorante dell’inno. / Ave, Maria, porto di speranza, / alba di luce diffusa negli spazi eterei, / azzurri, confusi al limite della vita, / quando immensa, infinita è la grazia, / quando i ginocchi sfioran la terra / e gli occhi il cielo. / Ave, ave per la luce serena / del tuo amore, / per il suono delle nostre parole, / per il canto delle campane, / per la gloria delle tue preghiere / al Figlio. / Ave, ave, o Maria, / ora / e nel tempo lungo della notte». Lido era un giovane esuberante, che amava nuotare e fare lunghe camminate all’aria aperta. Iscritto alla Fuci, nel circolo universitario aveva intravisto una ragazza di nome Elena Falleni di cui si era innamorato. «Tutt’e due», scriveva, «amiamo la poesia della vita». E così il 2 gennaio del 1953 si fidanzarono, per sposarsi tre anni più tardi, dopo che Lido ebbe conseguito brillantemente la laurea in medicina e assolto l’obbligo di leva. Elena era laureata in lettere e insegnava con grande passione, ma soprattutto comprendeva alla perfezione i sogni e i desideri che si agitavano nel suo cuore, «l’unica», come lui diceva, «che legge il braille delle mie cieche malinconie». Il neodottore aveva una preparazione scientifica di prim’ordine, era capace e intelligente, tanto che gli avevano suggerito di optare per la carriera universitaria, ma lui non era diventato medico per salire sulla cattedra. Al contrario, lui voleva scendere, per poter servire i fratelli bisognosi e sofferenti. «Fin da quando mi iscrissi a medicina», aveva confidato a un amico, «ebbi sempre in mente di essere medico missionario».
Una straordinaria avventura missionaria Nel febbraio del 1956 Lido scrive una lettera al Cuamm (Collegio universitario aspiranti e medici missionari), nato a Padova nel 1950, una fondazione voluta dalla diocesi per accogliere e preparare studenti di medicina italiani ed esteri desiderosi di spendersi per le popolazioni in via di sviluppo. I primi medici missionari erano partiti nel 1954. Lido Rossi, si può dire, fu tra i pionieri di questa straordinaria avventura missionaria che dura ancora oggi in terra africana (per informazioni e contatti si veda il sito www.mediciconlafrica.org). Proprio in quei giorni era giunta al Cuamm la richiesta di un medico per l’ospedale missionario di Stegi, nell’Africa del Sud. Così il giovane medico livornese e la sua giovane sposa partirono per lo Swaziland, un piccolo e remoto angolo del continente nero, dove li attendeva una casetta tutta bianca nei pressi dell’ospedale della missione e due anni circa di intenso e gioioso servizio con i fratelli poveri dell’Africa: «Una cosa bella come un sogno», la definiva Lido, «basta avere fede e coraggio». Così egli aveva potuto realizzare in pieno la sua vocazione di medico missionario. «Non è bisogno di avventura», spiegava, «ma bisogno di fare del bene in una maniera difficile…». E ancora scriveva agli amici: «Io, ogni giorno che passa, mi sento sempre più docile alla volontà di Dio e sento la pace nell’anima perché questa è la mia strada». In Africa, d’accordo con la moglie Elena, Lido avrebbe voluto rimanere tutta la vita, ma i disegni di Dio evidentemente erano diversi. Nell’estate del 1958 cominciò ad avvertire una «stanchezza tremenda», insieme ad altri sintomi che certamente sottovalutò per continuare ad operare, infaticabilmente, come faceva ogni giorno nell’ospedale di Stegi. Quando si fermò, ormai allo stremo delle forze, era già troppo tardi. Una nefrite maligna, fulminea e senza scampo, lo condusse velocemente alla morte, il 16 agosto 1958. Era il giorno seguente alla grande festa dell’Assunzione di Maria, e Lido, certo non a caso, aveva chiuso il suo breve pellegrinaggio terreno (trent’anni appena) proprio con un canto alla Madonna, con quella splendida invocazione alla Vergine scritta da lui appena cinque giorni prima di morire: «O benedetta / Tu sola non esule, / riverita dall’Angelo, / scendi nella pienezza delle tue lacrime / sulla nostra falsa solitudine. / Malati docili ci renda / Colui che umiltà di ancella / premiò / con la massima delle allegrezze. / Recline sulla spalla il capo / accetterai la stilla fredda della fronte / e la ferita piccola insidiosa / ed il sudore prossimo della morte…».
Un ricordo che non muore Quest’anno cade esattamente il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Lido Rossi, avvenuta proprio nel 1958. Il suo ricordo è più vivo che mai e sarebbe assai bello, oltre che opportuno, che la diocesi di Livorno potesse avviare quel processo di canonizzazione che in tanti si augurano, perché Lido Rossi, medico missionario, visse eroicamente tutte le virtù cristiane e il suo esempio di vita può costituire davvero un faro di fede e di carità per gli uomini e le donne del terzo millennio. «Onorare un laico missionario come Lido Rossi», ha detto don Luigi Mazzucato, storico direttore del Cuamm, «vorrebbe dire non solo esaltare le note della santità che c’erano in lui, ma riconoscere una vocazione e valorizzare un ministero di carità che certamente dà gloria a Dio e può rendere un grande servizio all’uomo». Il professor Francesco Canova, che con l’allora vescovo di Padova, monsignor Girolamo Bortignon, aveva promosso il Cuamm nel 1950, ha scritto una sua accurata biografia, Vita breve di un medico missionario (uscita nel 1962 e più volte ristampata) nella quale, prendendo le mosse dalle numerose lettere e poesie vergate dalla penna di Lido Rossi, racconta – con la freschezza e il valore di una testimonianza che non tramonta – il senso profondo della sua eccezionale donazione a Dio e ai fratelli. La moglie Elena, dopo una vita dedicata all’insegnamento, vive ancora oggi a Livorno e non ha mai smesso, neppure per un giorno, di ricordare il giovane marito scomparso dopo soli due anni di matrimonio. «Un uomo stupendo», ci ha detto commossa al telefono, «che visse anche il matrimonio come una vocazione fortemente missionaria. Assieme abbiamo sempre benedetto il giorno in cui abbiamo incontrato il Cuamm perché da allora», ha anche detto, «il nostro sogno di giovani sposi potè divenire realtà. Allo scadere dei tre anni di permanenza nella missione di Stegi noi saremmo tornati di nuovo in Africa, eppoi di nuovo ancora; non sarebbe stata una prova la nostra, perché ormai era anche per me chiaro che la ragione della nostra vita era là in mezzo ai sottomessi swazi. Il Signore non ha voluto questo da noi e ora l’unico conforto lo trovo nella preghiera: quando parlo con il Signore anche Lido mi sembra presente. Del resto, egli mi ha lasciato un indirizzo di vita fatto di estrema carità e di dimenticanza assoluta di se stessi che io sento di voler imitare». Maria Di Lorenzo |
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