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N. 7 luglio 2008
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Celebrando
il Signore lodiamo Maria
di SERGIO GASPARI La vita
mariaforme dei discepoli di Cristo Il 16 luglio è memoria facoltativa della
Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. La Madonna è venerata come
madre, sorella e patrona, nucleo del carisma dell’Ordo totus
marianus. Se anche oggi potessimo ascoltare le omelie di sant’Ambrogio (339-397), di certo ci sentiremmo rivolgere questo pacato rimprovero: «Non tutti voi siete Maria!». Il grande pastore milanese, infatti, predicava: «Non tutti sono arrivati alla nascita, non tutti sono perfetti, non tutti sono "Maria"; anche se hanno ricevuto Cristo dallo Spirito santo, tuttavia non l’hanno generato». Ma nei suoi discorsi liturgici Ambrogio ricordava ai suoi fedeli: «Quando l’anima comincia a convertirsi, viene chiamata "Maria", riceve cioè il nome della donna che ha portato Cristo nel grembo: è diventata un’anima che spiritualmente genera Cristo». In un’altra omelia ribadiva: «Beati voi che avete creduto e ascoltato, e siete diventati madri di Cristo: ciascun’anima che crede, concepisce (còncepit) e partorisce (pàrturit) il Verbo di Dio». Paolo VI nel 1970 nel santuario mariano di Bonaria (Cagliari) ricordò: «Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani». Essere mariani perché Gesù possa continuare a nascere nel cuore dei fedeli e camminare con noi sulle strade tortuose del mondo odierno. Ma questo è un tema tipico del tempo di Avvento-Natale. Noi ora, in queste giornate assolate e calde dell’estate, vogliamo riferirci alla memoria della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (16 luglio), per conoscere la spiritualità mariana dei Carmelitani, la loro vita mariaforme e mariana, e approfondire la dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo, quale dottrina propria nella Chiesa.
La spiritualità carmelitana La memoria della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo è una festa dei Carmelitani, introdotta nell’Ordine tra il 1376 e il 1386, ed estesa da Benedetto XIII alla Chiesa universale nel 1726. Venne accolta nel calendario romano – recita il Martirologio carmelitano – «come segno dei servizi resi da Maria e in ringraziamento degli innumerevoli benefici da lei ricevuti». La grande diffusione popolare del titolo "Beata Vergine Maria del Monte Carmelo" ha suggerito, dopo qualche esitazione, di conservare questa ricorrenza anche nel calendario liturgico, riformato in seguito al Vaticano II. Se nel Codice delle rubriche del 1960, essa fu ridotta a semplice commemorazione, nel calendario romano del 1969, è stata ripristinata, sia pure quale memoria facoltativa, perché si tratta – sosteneva Paolo VI – di una delle feste che, «celebrate originariamente da particolari famiglie religiose, ma [...] oggi, per la diffusione raggiunta, possono dirsi veramente ecclesiali» (Marialis cultus 8). I primi eremiti medievali del Monte Carmelo e i loro eredi non volevano esser altro che i discepoli di Gesù, e perciò scelsero di «vivere nell’ossequio di Gesù Cristo e servirlo con cuore puro e totale dedizione» (Regola, XII secolo), come Maria, la madre di Gesù, divenuta madre dei suoi discepoli. Così il riferimento alla Vergine come madre, sorella e patrona appartiene al carisma dei Carmelitani, Ordo totus marianus.
Grazie poi al dono dello scapolare, i frati compresero più chiaramente come Dio volesse che Maria, loro sorella nella fede e nell’esperienza del discepolato, fosse il modello di vita quotidiana e di contemplazione. Chiamati a «meditare giorno e notte la Legge del Signore» (Regola, 7), i Carmelitani scoprirono che Maria li precede e li accompagna nel cammino della sequela di Cristo: ella è l’ancella disponibile al compiersi della parola del Signore (Lc 1,38) e in ciò trova la beatitudine (Lc 1,45), custodendo nel suo cuore gli avvenimenti e le parole del Figlio (cf Lc 2,19.51). Sotto la sua protezione materna, ella invita i fratelli nella fede a diventare con lei fratelli, sorelle e madri di Cristo, come proclama il Vangelo della festa (Mc 3,31-35). Con Maria, madri di Cristo Il tema "con Maria madri di Cristo" ha dato origine alla vita mariaforme e mariana, sviluppatasi presso vari autori carmelitani del 1600. Tra questi ricordiamo: Leone di san Giovanni (+1634), Maria Petyt (suor Maria di Santa Teresa, 1623-1677), Michele di sant’Agostino (1621-1684) e Marco della Natività della Vergine (+1696). I due più celebri sono Maria Petyt e Michele di sant’Agostino. Per essi l’identificazione con Maria consente di entrare a far parte della famiglia di Gesù, composta essenzialmente da chi ascolta docilmente il Maestro. La vita mariaforme è vita conforme alla volontà di Maria, esecuzione pronta e gioiosa di quanto piace a Dio e alla Vergine. La vita in Maria è conversazione filiale, affettuosa con lei [...] respirazione amorosa di lei, «madre superamabile e cara in Dio». E la vita per Maria è impegno di tutte le forze perché ella sia onorata e glorificata in ogni cosa, e il regno del suo Figlio sia promosso, realizzato ed esteso. La vita mariaforme e mariana raggiunge la perfezione quando l’anima si lascia guidare dallo spirito di Maria fino a essere trasformata in lei.
Se nel 1800 santa Teresa di Lisieux (1873-1897), carmelitana, si rivolgerà alla Vergine come «l’incomparabile Madre» che cammina con i poveri e gli umili della terra, «per la strada comune, per guidarli al cielo», nel 1900 santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), carmelitana martire di Auschwitz (1891-1942), è ben consapevole che la Vergine «può formare a propria immagine coloro che le appartengono [...]. E chi sta sotto la protezione di Maria è ben custodito». La vita mariaforme del Carmelo richiama il volto mariano della Chiesa, dottrina ecclesiale che appartiene al patrimonio teologico e spirituale della fede cristiana. «Non possiamo non dirci mariani» Pio XII nel 1958 ricordava: «Dobbiamo ritrovare in noi la vita di Maria e ritrarla nella nostra vita spirituale». Paolo VI a Bonaria rilevava: «Il pellegrinaggio dell’uomo sulla terra deve essere una giornata tutta cristiana: ma tale riuscirà ad essere solo se diverrà una giornata anche mariana». Il noto giornalista Sergio Zavoli qualche decennio fa dichiarava: «Non possiamo non dirci mariani». La marianità della vita cristiana è un tema che troviamo frequente già nei Padri e nella tradizione ecclesiale. Sant’Agostino d’Ippona (354-430), ad esempio, così si rivolgeva ai suoi fedeli: «In che modo non avreste niente a che fare con il parto di Maria se siete membra di Cristo? Maria ha partorito il vostro capo, la Chiesa ha partorito voi».
La lettera della Congregazione per l’educazione cattolica La Vergine Maria nella formazione intellettuale e spirituale (1988) afferma: «Per volontà del Signore una "nota mariana" segna la fisionomia della Chiesa, il suo cammino, la sua attività pastorale» (n.17). Poi continua: «Nella vita spirituale di ogni discepolo [...] è insita una "dimensione mariana"». Nell’enciclica Redemptoris Mater Giovanni Paolo II usa tre volte l’espressione «dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo» (nn. 45 e 46; cf Mulieris dignitatem 27; Catechismo della Chiesa cattolica 773). Il santo di Montfort nel 1700 ne aveva dato la spiegazione: i cristiani che si «perdono in Maria» facilmente diventano «una copia al naturale di Gesù Cristo» (Vera devozione 220). Se così fosse, si realizzerebbe l’auspicio di Hans Urs von Balthasar (1905-1988): «Se il cristiano fosse mariano, in lui il cristianesimo sarebbe decifrabile e comprensibile». Sergio Gaspari |
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