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N. 8-9 agosto-settembre 2008
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La parola del Vescovo di Mons. GIOVANNI TONUCCI, delegato pontificio per il Santuario lauretano Nella seconda parte della preghiera dell’Ave Maria, chiamiamo la Vergine Santa con il titolo di "Madre di Dio", il titolo più antico e più bello, riferito a colei a cui l’Angelo aveva annunziato che il figlio da lei partorito sarebbe stato chiamato "Figlio di Dio". Per la difficoltà di capire come nell’unica persona di Gesù fossero unite le due nature, umana e divina, alcuni teologi antichi cercarono di dare risposte che non rispettavano la tradizione della Chiesa trasmessa dagli Apostoli e dalle Scritture Sante. Nel V secolo dell’era cristiana, la scuola teologica di Antiochia aveva sostenuto la teoria che in Cristo ci fossero due persone distinte, l’una umana e l’altra divina. Nel 428, Nestorio, formato a quella scuola, divenne vescovo di Costantinopoli, e sostenne che non si poteva attribuire a Maria il titolo di "Madre di Dio", ma soltanto di madre dell’uomo Gesù, con cui la persona del Verbo si era unita. La questione fu discussa al Concilio ecumenico di Efeso, che condannò la dottrina di Nestorio. Nella facciata rinascimentale della Basilica della Santa Casa di Loreto, una targa contiene la seguente iscrizione: Deiparae Domus in qua Verbum caro factum est. Quella parola latina, Deipara, mi ha ricordato un episodio, tra il triste e il comico, accaduto tanti anni addietro a Roma, quando un protestante, forte nella sua polemica anticattolica e debole nella conoscenza del latino, ci aveva accusato di chiamare Maria "pari a Dio". Deipara, invece, significa proprio la verità che stiamo ora contemplando, e cioè "genitrice di Dio", "colei che ha partorito Dio".
La maternità di Maria si esprime nella concretezza dell’espressione "partorire". L’ingresso del Figlio di Dio nel mondo non è avvenuto attraverso qualche strano processo di apparizione, come quelli descritti nelle favole della mitologia antica. L’incarnazione si compie nel rispetto delle leggi che Dio ha posto nella natura e seguendo i diversi momenti della crescita della creatura nel ventre della madre, in una intimità continua per nove mesi. È un tempo in cui il bimbo che si sviluppa è totalmente affidato alla madre. Lei gli dona quanto è necessario per la vita, togliendolo dal suo: lo alimenta con il proprio alimento; lo fa vivere con il proprio sangue e il proprio respiro; comincia a trasmettergli il suo amore, facendogli sentire la propria serenità e la propria gioia, e rattristandolo anche talvolta con i propri momenti di tristezza. Questo scambio di vita e di amore avvenne nel seno di Maria, e l’essere che viveva in lei era la persona del Dio-uomo, il Verbo incarnato, che, come lei, aveva dato la sua risposta positiva alla domanda del Padre: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,7). Il fatto che Dio abbia voluto escludere ogni intervento umano nella concezione di Gesù, e che, per singolare privilegio, abbia voluto preservare la verginità di Maria «prima del parto, durante il parto e perpetuamente dopo il parto», non limita in nulla, anzi, casomai esalta, la verità della maternità. La maternità divina è un fatto concreto e vero, che investe e trasforma in maniera radicale la vita di Maria, chiamata ad essere madre nel modo più completo. Quando però una donna esaltò la maternità di Maria, anche se in maniera un po’ sentimentale, la reazione di Gesù fu tale da lasciar pensare che egli la considerasse di poco conto, e, per lo meno, inferiore al gesto di fede di chi ascolta ed accoglie la parola di Dio (Lc 11,27-28). Per questo, guardando alla santità di Maria, sant’Agostino afferma che, più che per il fatto di aver fisicamente generato il Salvatore, la Vergine Santa si è mostrata grande nell’accogliere con fede la parola dell’Angelo: ha prima concepito il Figlio nel suo cuore, e poi nel suo corpo. Una verità, questa, che deve riempirci di gioia e di orgoglio. Nessuno di noi potrà mai confrontarsi con Maria, né pensare di poter ripetere la sua funzione unica nella storia della salvezza. Però, in qualche modo e con tutte le distinzioni e le differenze possibili, tutti noi possiamo partecipare alla sua stessa missione, aprendo il nostro cuore alla verità del Vangelo. Mons. Giovanni Tonucci |
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