![]() |
|
|
|
N. 8-9 agosto-settembre 2008
|
Alla
scuola di Maria «Ave, Maria, regina
pacis» «Quanti salariati in casa di mio padre hanno
pane in abbondanza e io qui muoio di fame!» (Lc 15,17). Di fronte al Palazzo delle Nazioni Unite, a New York, è incisa, su lastra marmorea, la voce del profeta Isaia annunziante la pace perpetua: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra» (Is 2,4). Diciamo subito che la pace perpetua non va considerata come un’utopia vanamente sognata e annunciata. La pace è dono del Dio della pace, del Dio-Amore. Un intervento folgorante di Dio può sempre sopraggiungere. È anche vero, però, che l’itinerario della pace ha un suo carattere conflittuale. La pace va anche conquistata. Gli uomini devono invocarla, accoglierla e difenderla coraggiosamente, perché guerre e liti provengono sempre dalle passioni umane. È a questa "pace cristiana" che dobbiamo educare e formare i credenti, particolarmente i giovani.
Ricorderemo le immagini e i concetti fondamentali che il Vaticano II ha dato sulla Chiesa. Essa è la casa di Dio, nella quale abita la sua famiglia; è il tempio santo, che i Padri esaltano rappresentato in santuari di pietra. Così, la costruzione e la struttura stessa del santuario visitato rammenterà ai suoi frequentatori che dobbiamo essere come «pietre vive e preziose, scolpite dallo Spirito con la croce e il martirio, ma con sapienza d’amore», al fine di formare, anche su questa terra, un tempio spirituale. Ricorderemo che la Chiesa è il nuovo popolo della nuova Alleanza, con la sua conseguente nuova legge di santità. «In ogni tempo e in ogni nazione – avverte il Vaticano II – è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia. Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse. Questo popolo ha per capo Cristo; per condizione la dignità e libertà dei figli di Dio; per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati» (LG 9). Ricorderemo quindi che come tutte le membra del corpo umano, anche se numerose, formano un solo corpo, così è dei fedeli in Cristo. Ricorderemo che della Chiesa – famiglia di Dio, popolo di Dio, Corpo mistico di Cristo – Maria è la madre, e che una vera devozione alla Madre della Chiesa deve necessariamente e più profondamente tradursi in amore e aiuto fraterno. Sia la famiglia una comunione di amore, di gioia e di pace, atta a distogliere genitori e figli da malaugurati esodi ed esperienze. La storia del figlio prodigo insegna: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!» (Lc 15,17). Dall’esempio della Santa Famiglia, che prega insieme e insieme sale a Gerusalemme per la Pasqua, scaturisce un rimprovero, un monito e un invito. Molti genitori e figli hanno disimparato a pregare, e a pregare insieme. Anche qui, la storia insegna. La famiglia che prega insieme, rimane unita!
Di Maria di Nazareth, sposa ad un uomo chiamato Giuseppe, e madre di Gesù, la Marialis cultus di Paolo VI mette in luce alcune virtù, solide ed evangeliche, che di riflesso illuminano tutta la vita della Santa Famiglia e dicono a noi quanto e come lei sappia comprendere, compatire e soccorrere le famiglie umane. Lei, donna, è stata giovane, sorella, fidanzata, sposa, madre e vedova... Ora, dopo Cristo, occupa nella Chiesa il posto più alto, e il più vicino a noi. Nella storia biblica di Giacobbe, che riesce ad ottenere la benedizione del padre, tramite le cure e l’industriosità di sua madre Rebecca, il Santo di Montfort ha visto prefigurato l’aiuto che genitori e figli debbono invocare da Maria: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta». Virtù "familiari", senza le quali... Ecco dunque le virtù "familiari" proposte alla contemplazione e all’imitazione dei genitori e dei figli: la fede e l’accoglienza docile della parola di Dio; l’obbedienza generosa; l’umiltà schietta; la carità sollecita; la sapienza riflessiva; la pietà verso Dio, alacre nell’adempimento dei doveri religiosi, riconoscente dei doni ricevuti, offerente nel tempio, orante nella comunità apostolica; la fortezza nell’esilio, nel dolore; la povertà dignitosa e fidente in Dio; la vigile premura verso il Figlio, dall’umiliazione della culla fino all’ignominia della croce; la delicatezza previdente; la purezza verginale; il forte e casto amore sponsale. Alberto Rum |
|