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N. 8-9 agosto-settembre 2008
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Nella
famiglia paolina - Don
Alberione e Maria
Uno schiaffo alla
bomba Quali motivazioni spinsero il Fondatore
della Famiglia paolina ad edificare una chiesa, anzi un santuario, in
onore di Maria, regina degli Apostoli? E perché a Roma e non altrove?
Significative affermazioni della venerabile suor Tecla Merlo. A tutti coloro che hanno visitato e conoscono il santuario a Maria Regina Apostolorum in Roma, è noto l’episodio che sta all’origine della sua edificazione. Ne parlò il Fondatore stesso, in occasione della consacrazione del tempio, nel dicembre 1954: «Sono circa 15 anni dacché si era scatenata la seconda guerra mondiale: essa causò tantissime vittime non solo tra i combattenti, ma pure tra i civili, tra le popolazioni inermi. Già allora la Famiglia paolina era sparsa in diverse nazioni e composta di molti membri; e tanti di essi giorno e notte stavano trepidanti nel timore di una morte tragica. Le pene ed i timori di ognuno si assommavano nel cuore del Primo Maestro [don Alberione]. Questi, preso consiglio, fiducioso per molte esperienze nella bontà di Maria, nel maggior pericolo, interpretando il pensiero di tutti prese l’impegno: "O Maria, Madre e Regina degli Apostoli, se salverai tutte le vite dei nostri e delle nostre qui costruiremo la chiesa al tuo nome". Il luogo della promessa è presso a poco il centro della chiesa costruita; ed è compreso nel circolo segnato nel pavimento e circoscritto dalle parole lapidarie [in latino, ma qui tradotte in italiano]: cioè, "Al termine dell’Anno mariano – usciti incolumi dalla tremenda guerra – i Figli offrono alla Madre in adempimento del loro voto – il giorno 8 dicembre 1954"». «Per maggior precisazione – proseguiva don Alberione – un giorno verso le ore 14 le sirene diedero l’allarme: uno stormo di aerei da bombardamento avanzandosi da Ostia verso Roma si avvicinava a queste case paoline. Tutti, allora, si diressero nella grotta-rifugio! Questo era l’ordine; e tutti i giovani e professi vi accorrevano. Il Primo Maestro volle rendersi conto anche delle Figlie di San Paolo; e si avviò verso la loro casa passando per il sentiero di allora. A circa metà strada una bomba cadde a pochi metri; qualche scheggia [gli] sfiorò il capo...». Non successe nulla: il sacerdote, superato il comprensibile spavento, prese atto che ancora una volta Maria lo aveva salvato e confermò quel voto, dal quale nacque la mole del grande santuario. Ne riparleremo a suo tempo.
Lo "schiaffo alla bomba" fu ripetuto un anno dopo, quando un’altra bomba cadde nei cortili di Casa Madre in Alba, e poteva compiere una carneficina, ma nessun membro della Famiglia fu ferito. Fatima Commentando quell’episodio, la venerabile Maestra Tecla disse pittorescamente alle sue Figlie che quell’ordigno, come avrebbe voluto il diavolo, poteva uccidere il Primo Maestro, ma «la Madonna diede uno schiaffo alla bomba» e ne deviò il percorso, così da non fare alcun danno. La data dell’episodio era il 28 dicembre 1943, tempo natalizio, nel quale spirava ancora l’intenso fervore di tutta la Chiesa, dopo la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, che il pontefice Pio XII aveva fatta pochi mesi prima, nel 1942, commemorando il 25° anniversario delle apparizioni di Fatima. Era stata la Vergine stessa a chiedere tale consacrazione dell’umanità, particolarmente della Russia. E don Alberione volle dare il suo personale contributo a quell’evento, scrivendo un libro, La Madonna di Fatima: preghiamo il Cuore Immacolato di Maria. Questo libro faceva seguito a una serie di volumi, che il Fondatore andava pubblicando fin dagli anni Trenta, per arricchire lo spirito – per «costruire l’anima» come egli diceva – delle sue comunità, che andavano diffondendosi nel mondo. Maria era sempre un argomento privilegiato in tali pubblicazioni, associata al Divino Maestro e all’apostolo Paolo. La serie più estesa di tali pubblicazioni, contenenti meditazioni, discorsi, esortazioni spirituali, era denominata con titolo latino Hæc meditare, cioè Medita queste cose, espressione attinta dalla Prima Lettera di san Paolo a Timoteo (4,15). L’Apostolo si rivolgeva al suo giovane discepolo; ma don Alberione aveva in mente la parallela affermazione di Luca, riguardante Maria: «La Madre di Gesù meditava tutte queste cose nel suo cuore» (cf Lc 2,19).
Maria nostra speranza Il Cuore di Maria, ricco di sapienza e di amore, era considerato il "rifugio" più sicuro per tutti, in quel tempo di contese politiche e di guerre promosse dai regimi totalitari del momento: occupazione italiana dell’Etiopia e dell’Albania, guerra civile in Spagna, occupazione tedesca della Cecoslovacchia e invasione della Polonia, scoppio della seconda guerra mondiale... Si viveva in ansia crescente, ma don Alberione non perdeva la fiducia; anzi accresceva la sua attività apostolica, dando vita a una nuova congregazione, le "Suore di Gesù Buon Pastore", dette poi "Pastorelle". La loro icona esemplare era Maria, madre del Buon Pastore e di tutti i pastori della Chiesa. Iniziate discretamente dopo un pellegrinaggio del Fondatore al santuario della B.V. Maria del soccorso a Cori di Latina (19 maggio 1935) e ufficialmente nate a Genzano (Roma) il 7 ottobre 1938, queste giovani suore portavano nelle parrocchie la presenza femminile di Maria, il suo stile materno e fraterno nello svolgere le attività pastorali accanto ai parroci. I diffusi riferimenti mariani, enunciati anche nelle date, erano l’espressione concreta di quella devozione a Maria, che don Alberione volle esplicitare ancora una volta, e ampiamente, con tre volumi dal titolo unitario: Maria nostra speranza (1937-1939). Nelle intenzioni dell’autore tali volumi potevano giovare per la celebrazione devota del mese di maggio; erano infatti strutturati in tre tematiche: la Vita di Maria (episodi evangelici), i Privilegi di Maria (i dogmi mariani: Immacolata Concezione, verginità, divina maternità, Assunzione...), le Feste di Maria. E ognuna delle 31 meditazioni si sviluppava secondo il metodo della "integralità" caro all’autore: "Verità, Via e Vita" (fede, virtù morali, vita di comunione con Dio mediante la preghiera e i sacramenti).
"Abuna Messias" Il 13 giugno 1936 don Alberione trasferì stabilmente la sua sede da Alba a Roma. Ne abbiamo già considerato le ragioni ideali: essere più vicino al Papa, centro e faro della cattolicità, e guardare da questa vedetta la situazione religiosa del mondo. In Africa, "terra di missione" per eccellenza, si giocavano le sorti ambiziose delle conquiste coloniali, ma si svolgevano anche le imprese di missionari eroici come il cardinal Massaia. E se per il regime fascista di allora era gloria aver conquistato l’Etiopia al Regno d’Italia per trarne motivo di una campagna nazionalista spinta sino alla idolatria, per don Alberione l’Etiopia era il teatro non meno glorioso di "Abuna Messias" come veniva chiamato il cardinale missionario. Pensando a lui, don Alberione iniziò a riflettere su un nuovo campo di apostolato: quello del cinema, per contrapporre alla ideologia del potere – che aveva la sua "cattedra" nel nuovo centro di produzione cinematografica Luce (poi Cinecittà) – la visione cristiana delle imprese umane. Il 22 marzo 1937, per seguire da vicino il Fondatore, anche la sede ufficiale della "Unione Cooperatori Apostolato Stampa" veniva trasferita a Roma, divenendo una generosa collaboratrice del Fondatore stesso nelle sue nuove iniziative. Quella che più gli urgeva nell’animo allora era appunto il cinema cristianamente inteso, e lo spunto gli veniva proprio dal cardinal Massaia. Don Alberione decise di interpellare in proposito i Cappuccini del Piemonte, alla cui provincia apparteneva il missionario, e chiedere notizie e collaborazione; poi senza indugi avviò le trattative con le autorità consolari e un celebre regista, Alessandrini, per effettuare le riprese in Africa. Il film Abuna Messias, costato fatiche e denari senza numero, fu ultimato in tempo per essere presentato, nell’estate 1938, alla Mostra del cinema di Venezia, dove conquistò il primo premio. Com’è noto, il film fu presto oscurato dalla guerra e dalle sorti del partito fascista, al quale la pellicola aveva dovuto pagare il tributo di una sequenza finale, inneggiante alla civiltà italica nelle colonie. Ma la frustrazione postuma non scoraggiò don Alberione nel proseguire sulla via dell’apostolato cinematografico. Anzi fu lo stimolo per incrementarlo. E fu il momento in cui la cinematografia, nel nome di Maria, compiva un passo in avanti anche dal punto di vista tecnico: per la prima volta in Italia fu prodotta una pellicola a colori ("Ansco-color"), e questa dedicata alla Vergine, con la fortunata trilogia di Mater Dei. Eliseo Sgarbossa |
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