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N. 10 ottobre 2008
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ARTE
Un nuovo schema iconografico
di JEAN-PAUL HERNANDEZ,sj «Una magnifica
corona nella mano del Signore» Bonaventura e Tommaso d’Aquino: «I
sensi e la corporeità come essenziali nel cammino di salvezza». Dal punto di vista teologico l’Incoronazione di Maria può essere considerata come il compimento (il "coronamento", appunto) della sua Assunzione, tale come viene già descritta nel sec. VI da san Gregorio di Tours nella sua opera La gloria dei martiri. Non a caso a Strasburgo l’altro timpano della stessa facciata rappresenta la Dormizione di Maria, inizio dello stesso mistero. I due timpani, come un dittico di altare, "dicono" a chi arriva: «Tu che entri in questo Duomo, sappi che inizi un percorso di glorificazione, come quello di Maria, in cui la morte non ha l’ultima parola, neanche sul corpo».
Siamo di fronte a una nuova teologia del corpo espressa attraverso la vita di Maria. Nello stesso secolo, Bonaventura e Tommaso d’Aquino riscopriranno i sensi e la corporeità come essenziali nel cammino di salvezza. Maria con la sua Assunzione e la sua Incoronazione è l’annuncio vivente della pienezza a cui è destinato ogni corpo umano. Ma dal punto di vista iconografico confluiscono nell’episodio dell’Incoronazione di Maria numerosi filoni che si sviluppano già lungo il primo millennio. Ripercorrere la "preistoria" di questo schema è scoprire la profondità teologica di ciò che il popolo cristiano contempla nel rosario come "quinto mistero glorioso".
Incoronazione di Maria, facciata meridionale del Duomo di Strasburgo (1220 circa). "Regina madre" Il primo filone che confluirà nello schema dell’Incoronazione di Maria è quello di Maria come "Regina madre". Avevamo già visto la maestà con cui è rappresentata la Vergine dopo Efeso sull’arco trionfale di Santa Maria Maggiore (sec. V). La "Madre del Kyrios" è anche lei "Signora". L’imperatrice reggente durante la bassa età del figlio (futuro imperatore) diventerà presto modello iconografico di Maria sul trono, con il bambino sulle ginocchia. Nel sec. VI ne abbiamo un esempio nel "palinsesto iconografico" di Santa Maria Antiqua. In esso vediamo Maria sul trono imperiale e con la corona. Nel sec. VIII una icona conservata a Santa Maria in Trastevere presenta una Madonna con una corona molto simile all’imperatrice Teodora che due secoli prima era stata rappresentata a San Vitale di Ravenna. Qui la corte imperiale è formata dagli angeli, di cui Maria diventa "regina".
Una storia travagliata La corona regale di Maria ci riporta alla travagliata storia della regalità in Israele. Il popolo eletto sapeva che il suo unico "Pastore" era Dio e che nessun altro poteva essere "re" al suo posto. Ciononostante il popolo si accanisce a chiedere un re umano per non essere diverso dai popoli limitrofi. Il primo libro di Samuele (capp. 8 e seguenti) racconta come, dopo molte resistenze, il Signore accondiscende alla richiesta di Israele e gli concede un re: Saul. Il suo successore, Davide, diventa il re per antonomasia nella storia di Israele. Il rito di consacrazione del re consiste in un’unzione sulla testa. Perciò il re di Israele è l’Unto del Signore (in ebraico "Messia", in greco "Cristos"). La corona sulla testa è allora il ricordo materiale dell’unzione regale. Da Saul in poi la regalità umana e la regalità divina viaggiano su binari separati in Israele. Solo i profeti cercheranno disperatamente di richiamare i re alla loro vocazione di "rappresentanti di Dio". Si inizia allora a sperare nella venuta di un discendente di Davide come "Re di giustizia", Messia della fine dei tempi, sovrano definitivo. Rimane diffusa al tempo stesso la consapevolezza che il vero re, il vero Messia, non può essere che Dio stesso.
L’unico Re Per i primi cristiani, Gesù di Nazareth è il ricongiungimento di questi due binari. Egli è al tempo stesso l’atteso discendente di Davide e il Dio incarnato, cioè l’unico re legittimo di Israele. Ma la convergenza in Gesù Cristo della regalità umana e della regalità divina diventa il capovolgimento di ogni nostra idea di regalità. La corona di spine e la scritta "Gesù nazareno re dei giudei" rivelano il modo divino di essere re: l’amore della croce. Questa regalità, questa vicinanza «ai piedi della croce» è quella offerta a Maria e poi a tutti i credenti. Lo schema dell’Incoronazione di Maria, tale come lo vediamo a Strasburgo, si rivela allora come l’interpretazione teologica dello schema del Calvario. Maria è ammessa a sedere sullo stesso trono, cioè diventa partecipe della stessa croce, unico trono di Dio.
L’unità ritrovata Un’altra idea viene associata alla tradizione regale, da Davide in poi: l’unità ritrovata. Davide è colui che raduna le tribù disperse di Israele. Il nuovo Davide, una volta innalzato, «attirerà tutti a sé» (Gv 12,32). In Gesù Cristo, sul trono della croce, l’uomo ridiventa re legittimo, cioè ritrova l’unità di se stesso. In altre parole: solo chi ama è se stesso. Questa è la nuova regalità consegnata a Maria e annunciata a chi entra nel Duomo di Strasburgo. In esso, cioè nella preghiera e nei Sacramenti, l’uomo ridiventa se stesso perché impara ad amare. Cioè non conoscere più la morte. Maria è la prima che vive già in questa unità «che non conosce più la morte». Questa è la "regalità" del suo corpo, l’incoronazione della sua vita. In questo contesto, il simbolo della corona sintetizza anche le molte valenze che esso ha preso nell’antichità pagana e cristiana. La corona è segno di vittoria. Maria è allora colei in cui il Signore ha mostrato la sua vittoria. La corona è segno di appartenenza all’ambito cultuale e divino. Maria è infatti colei che è stata del tutto "assunta in cielo". In molti mosaici paleocristiani vediamo anche la mano del Padre porgere la corona sulla croce del Figlio o sul cristogramma. La corona è allora la relazione fra Padre e Figlio: lo Spirito. L’Incoronazione di Maria è dunque la manifestazione piena della promessa compiuta: «Lo Spirito Santo scenderà su di te» (Lc 1,35). Il conferimento a Maria di questo "modo divino di regnare" che è lo Spirito, è sottolineato a Strasburgo con il gesto di benedizione che Cristo compie con la sua mano destra. È un gesto liturgico perché liturgico è lo spazio in cui lo spettatore entra attraverso la porta del Duomo. Ma è un gesto che riprende l’esclamazione di Elisabetta «benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42) e che rimanda a un mistero di predilezione. Gli occhi del Re si sono fermati sulla sua ancella. Jean-Paul Hernandez Pio XII, Dignità regale della Santa Vergine Maria, lettera enciclica, 11 ottobre 1954. |
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