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N. 10 ottobre 2008
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Con
Maria nel nuovo millennio di STEFANO DE FIORES, smm Per le sue
preghiere... Icona di pace escatologica con la sua
assunzione e glorificazione, Maria sostiene il cammino dei suoi figli
pellegrinanti verso l’eterna comunione con Dio dove li ha preceduti.
Nell’itinerario di Maria si chiarisce il percorso spirituale del
cristiano. Sia nel popolo che tra i monaci fiorisce la preghiera mariana, che si rivela un ambiente vitale adatto per un incontro non solo con la Vergine, ma anche con le persone della Trinità. Innanzitutto il luogo più appropriato per un’esperienza della Trinità e di Maria è la liturgia, fonte e culmine della vita della Chiesa. Nella liturgia della Chiesa copta, per esempio, la Salmodia annuale all’invito "Venite, adoriamo la Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo" fa seguire il saluto: "Ave, o Maria, bella colomba, che ci generò Dio, il Verbo". Dopo il Trisaghion e il Padre nostro è collocata una "dossologia mariana" che a sua volta termina con una dossologia trinitaria: «Proclamiamo la ss. Trinità, unico Dio, che adoriamo e glorifichiamo». Come è risaputo, l’anafora bizantina di san Giovanni Crisostomo contempla una dossologia rivolta direttamente a Maria dopo le parole del Signore nella cena. «Non sorprende, quindi, che Maria sia invocata e glorificata accanto alle dossologie trinitarie. Il theotokion (tropario, breve canto alla Madre di Dio) viene, quindi, associato negli Uffici bizantini alle dossologie trinitarie». «Salvaci!» Nella liturgia romana sono rare le preghiere a Maria, perché in essa vige l’antica taxis di rivolgere la preghiera al Padre mediante Cristo nello Spirito. È importante la menzione della Madre di Dio nel Communicantes della prima anafora. Di solito le orazioni delle Messe in onore della beata Vergine sono rivolte al Padre, ma con motivazione mariana (per es. l’antica colletta Gratiam tuam che conclude l’Angelus). Spesso l’invocazione alla Trinità e quelle a Maria sono giustapposte, come nelle Litanie lauretane. Il riferimento alle tre persone divine è abituale nei 46 formulari della Collectio Missarum de beata Maria Virgine (1987), in particolare nei prefazi dove convergono le acquisizioni della mariologia conciliare e post-conciliare. Nella preghiera non strettamente liturgica si distinguono in oriente e in occidente le formule ripetitive, il cui scopo è di assimilare vitalmente il mistero oggetto di contemplazione o motivo di supplica. Maria è menzionata nella preghiera di Gesù nella sua forma monastica greca: «Signore Gesù, Figlio e Verbo di Dio vivo, per le preghiere della tua purissima Madre e di tutti i santi, abbi pietà di noi e salvaci». Similmente san Serafino di Sarov (+1833) invita a dire sottovoce nel pomeriggio: "Santa Madre di Dio, salva me peccatore", oppure: «Signore Gesù Cristo, per intercessione della tua santa Madre, abbi pietà di me peccatore». In occidente una funzione mistagogica è riconosciuta al rosario, che con la meditazione dei misteri e con le clausole cristologiche corrispondenti all’infanzia, vita pubblica e passione di Gesù costituisce un vero metodo di vita spirituale. Il riferimento mariano è evidente nella ripetizione delle Ave, ma è costante pure il riferimento alle persone della Trinità che agiscono nei misteri evangelici e alla fine vengono celebrate nel Gloria al Padre.
Modello consacratorio Sebbene si siano talvolta verificate nel corso della storia impostazioni mariocentriche, che lasciavano nell’implicito la relazione trinitaria, normalmente da sant’Ildefonso fino a Montfort ed a Giovanni Paolo II si è avuto cura a inserire il rapporto con Maria nel contesto globale della storia della salvezza e nella vita in relazione con la Trinità. Questa impostazione si trova in alcuni autori le cui testimonianze aiutano a immettersi nelle vie da loro indicate per raggiungere con Maria una più profonda assimilazione del mistero trinitario. Già nell’epoca patristica Ildefonso di Toledo (+667) nel Libretto sulla verginità di santa Maria contro tre infedeli propone di divenire servi di Maria, ma si tratta di un atteggiamento spirituale orientato a Cristo e alla Trinità. Nella preghiera finale Ildefonso si augura di dare «gloria a Dio, lode a Dio, onore a Dio» e di ricevere «onore da Dio e il perdono da Dio, la salvezza da Dio, la vita da Dio e l’esultanza da Dio». Erede della tradizione spirituale e missionaria della Francia post-tridentina, Luigi Maria da Montfort (+1716) rappresenta un apice della devozione a Maria: «Si può dire che con lui l’idea di consacrazione ha raggiunto la sua perfetta espressione». Maturata in un periodo di piena crisi mariana, tale consacrazione riceve da Montfort una svolta cristocentrica, che la distingue da quella proposta dai suoi predecessori. Essa rispetta l’unica mediazione di Cristo e costituisce una via semplice e impegnativa per giungere alla maturità spirituale. Sebbene Montfort ricorra a vari termini per spiegarne il contenuto (schiavitù d’amore, contratto di alleanza...), quando deve definirla fa perno sul concetto di consacrazione, collegandola direttamente con il battesimo. Nel Trattato della vera devozione a Maria (divenuto ben presto un best-seller con oltre 300 edizioni in 30 lingue), il Montfort intitola questa parte La perfetta consacrazione a Gesù Cristo e la presenta con le celebri parole (che saranno valorizzate da Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris Mater, n. 48): «La perfetta consacrazione a Gesù Cristo, quindi, non è altro che una consacrazione perfetta e totale di se stessi a Maria; o, in altre parole, una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo battesimo. È questa la devozione che io insegno» (VD 120). Un traguardo ignoto Pur avendo attinto da tanti predecessori, come Boudon, Bérulle, Eudes, Montfort raggiunge in questa identificazione tra la consacrazione a Cristo per le mani di Maria e i voti battesimali un traguardo prima ignoto, che preserva il rapporto con Maria da ogni devozionalismo e lo mette al servizio della vita in Cristo. Egli intende introdurre nel cattolicesimo popolare del suo tempo, dimentico degli impegni battesimali, una devozione a Maria che superi il criterio delle pratiche per essere un atteggiamento interiore e un modo per vivere responsabilmente la fedeltà al battesimo. Per il Montfort non si può restare cristiani per procura, ma occorre darsi a Cristo volontariamente e con cognizione di causa (n. 126); il dono di sé a Maria si inserisce in questo progetto, quale elemento che «ci conforma, unisce e consacra perfettamente a Gesù Cristo» (n. 120).
Massimiliano Kolbe Anche la consacrazione all’Immacolata vissuta da san Massimiliano Kolbe (+1941) è fin dall’inizio orientata ad «estendere, in tal modo, quanto più è possibile il benedetto Regno del sacratissimo Cuore di Gesù» (SK 37). Egli percorre una triplice fase, vivendo innanzitutto la Consacrazione all’Immacolata (1919) come una realtà costante, dinamica e unificante. Segue una fase d’immedesimazione con l’Immacolata (1932-1935), quando mediante un annientamento mistico di sé, iniziato da molti anni di esercizio a «non ostacolare» l’Immacolata, Kolbe intende scomparire per «diventare lei» (SK 579). A partire da una lettera indirizzata da Nagasaki nel 1935 a fra Matteo, che trovava difficoltà nell’armonizzare l’amore di Gesù con quello di Maria, Kolbe allarga il raggio di riflessione inserendo il discorso sull’Immacolata nell’ambito trinitario: «Mio caro, sicuramente la sorgente di ogni bene, in qualsiasi ordine, sia naturale che soprannaturale (cioè della grazia), è Dio Padre il quale opera sempre attraverso il Figlio e lo Spirito santo, cioè la Trinità santissima» (SK 643). L’Immacolata è presente in questo circuito d’amore come «il vertice dell’amore della creazione che torna a Dio» proprio perché «in lei avviene il miracolo dell’unione di Dio con la creazione» (SK 1310). Giovanni Paolo II A sua volta Giovanni Paolo II racconta la sua esperienza che muove dalla tradizione mariana polacca e matura teologicamente quando da seminarista clandestino si imbatte nel Trattato della vera devozione a Maria di Montfort. Esso ha segnato nella sua vita «una svolta decisiva» facendogli sostituire alla devozione della sua infanzia «un nuovo atteggiamento, una devozione venuta dal più profondo della mia fede, come dal cuore stesso della realtà trinitaria e cristologica»: «Grazie a san Luigi Grignion de Montfort compresi che la vera devozione alla Madre di Dio è invece proprio cristocentrica, anzi è profondissimamente radicata nel mistero trinitario di Dio, e nei misteri dell’Incarnazione e della Redenzione». Stefano De Fiores,
smm
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