Madre di Dio

 

N. 11 novembre 2008

 «O Regina degli angioli...»
    Sergio Gaspari

 Pro orantibus
    
Silvia Grasso

Una presenza rassicurante
    Gianni Boffa

Un fenomeno complesso
    Alberto Valentini

Ci appartiene perché ci rappresenta
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

«Un diadema regale nella palma del tuo Dio»
  
 Jean-Paul Hernandez

Le sette chiavi di Lourdes

Consacrata a YHWH
    
Sergio Gaspari

Occhi da Dio diletti e venerati
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

"Lei, e il tutto della fede"
    Stefano De Fiores

«Un bisogno del mio cuore»
    a cura della redazione

«Più imito la Madre di Gesù...»
    
Maria Di Lorenzo

Una parola fuori moda
    
Giuseppe Pelizza 

Opinioni

In Libreria
    a cura di Vincenzo Vitale

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 11 novembre 2008 - Copertina

 Problemi attuali di mariologia

 
di GIUSEPPE DAMINELLI, smm

Ci appartiene perché ci rappresenta
   

La figura della Vergine realizza pienamente quel discepolo che entra nel mistero grande del Dio di Gesù Cristo vivendo la totale docilità allo Spirito Santo e incarnando la misteriosa, ma regale, fecondità della croce.
 

L'approfondimento teologico della pietà e della devozione mariana non è solo questione di contenuto, ma anche, e forse soprattutto, di scelte di metodo, di rigore nello sviluppo dei punti di vista, di attenzione al linguaggio, aspetti questi ancora troppo poco considerati sia nell’ambito della ricerca teologica che della pratica pastorale.

«Ciò che gli altri non vedono»

La figura di Maria va compresa nell’ambito di quell’evento in cui il Dio che si autocomunica suscita l’umanità di Gesù come una umanità in cui l’obbedienza della fede e la piena concentrazione della personalità attorno al Padre corrispondono all’eterna filialità del Verbo. Maria appartiene a questa kenosis (abbassamento) e la vive in modo del tutto personale; dentro questa realtà umile e nascosta è lei a sperimentare la presenza del mistero del Dio santo e salvatore e a darle voce: attraverso l’obbedienza (Lc 1,38), la lode (Lc 1,46) e la meditazione orante (Lc 2,18-19.51), Maria giunge a vedere ciò che gli altri non vedono, le "grandi cose" che Dio sta compiendo, quel Dio che ormai, in un piccolo bambino, ha spiegato la forza del suo braccio.

Questo cammino appartiene anche a noi. Lungi dall’essere una questione personale, il Dio che si fa carne è "Vangelo", buona notizia per l’intera umanità: «Oggi vi è nato un salvatore che è Cristo Signore» (Lc 2,11). In questo modo la figura di Maria ci rappresenta: realizza pienamente quel discepolo che entra nel mistero del Dio di Gesù vivendo la totale docilità allo Spirito e incarnando la misteriosa ma regale fecondità della croce. A questo punto le nostre domande risultano ancora più importanti e decisive: Come dobbiamo pensare la figura di Maria? Con quali criteri?

Gregorio Magno (540 ca-604 - foto Lores Riva).
Gregorio Magno (540 ca-604 – foto Lores Riva).

Vi è sempre il rischio che la fede e la pietà mariana costituiscano un mondo a sé, del tutto particolare; vi è sempre il rischio che il movimento mariano proceda mirando a delle espansioni dottrinali e a degli ampliamenti di titoli. È quanto si è fatto sviluppando la categoria del "privilegio"; si cercava per prima cosa quanto rendeva Maria una persona caratterizzata da doni eccezionali, che la rendevano diversa da noi.

La nostra prospettiva attuale è diversa. Vogliamo cogliere Maria nella unità della sua persona e riportare questa nella grande corrente della fede della Chiesa, che è fede cristologica e pneumatologica, biblica e liturgica; riportarvi Maria non equivale a ridimensionare la figura di Maria, ma a perseguire un arricchimento vicendevole, un arricchimento, cioè, tanto della figura di Maria quanto della fede della Chiesa. Non vi è dubbio, infatti, che il carattere personale ed affettivo che la fede assume in Maria, sia un singolare contributo per ogni riflessione ecclesiologica: l’esperienza di Dio non è mai per Maria un fatto intellettuale o dottrinale, una questione di sapere, ma è sempre una relazione nella quale entra con tutto il suo essere, con tutta la sua personalità. L’esperienza complessa di quel figlio che, in più momenti la sconcerta, è per lei l’esperienza del mistero: a differenza di Zaccaria e di Pietro, ella sa bene che «né la carne né il sangue» possono penetrarlo, ma solo l’aiuto del «Padre che è nei cieli» (Mt 16,17). Aperta alla totalità del mistero, Maria appare il primo frutto di quella umanità nuova inaugurata dall’uomo Gesù: in lei la sequela del Gesù storico e la docilità allo Spirito del Risorto si saldano a tal punto da dar vita ad una personalità che ha così interiorizzato i tratti obiettivi della discepolanza da risultare normativa per ogni vero credente.

Lasciare a Gesù il suo unico posto significa parlare di Maria come di colei che chiarifica il cammino personale che porta ogni credente al Risorto. Non solo non usurpa il posto di Cristo, ma nemmeno quello dello Spirito: la sua realtà di figura spirituale la destina a significare come l’azione dello Spirito lega definitivamente l’uomo Gesù all’umanità intera. È quanto ricorda Ildefonso di Toledo in una splendida preghiera: «Ti invoco, o Vergine Santa per poter accogliere Gesù nella forza di quello Spirito per il quale tu hai generato. Accolga la mia anima Gesù per l’azione di quello stesso Spirito per il quale la tua carne ha concepito Gesù. Mi sia dato di conoscere Gesù da quello stesso Spirito dal quale ti fu reso possibile conoscere, accogliere e partorire Gesù».

<<Il Dio che si fa carne è "Vangelo">> (Natività di Gesù, lunetta ascrivibile ai fratelli Rodari, sec. XVI, del portale del Santuario della Madonna della Sassella, Sondrio. La struttura originaria risale all'anno 932 - foto Bertotti).
«Il Dio che si fa carne è "Vangelo"» (Natività di Gesù, lunetta ascrivibile ai fratelli Rodari, sec. XVI, del portale
del Santuario della Madonna della Sassella, Sondrio. La struttura originaria risale all’anno 932 – foto Bertotti).

La via della bellezza

Il punto fondamentale è qui il fatto che il ruolo di Maria non può in alcun modo venir dedotto da un qualche principio fondamentale: il posto di Maria può solo venir riconosciuto come frutto del libero e gratuito gesto di Dio.

In questo contesto prende piede una forma di pensiero non deduttivo, non causale, che la tradizione medioevale ha precisato come argomentazione di convenienza. Si tratta di un singolare genere letterario per il quale la verità non può essere analizzata razionalmente secondo i metodi propri della razionalità discorsiva, ma va illustrata dall’interno in forza dei suoi nessi profondi e vitali. «L’autorità della verità è, infatti, feconda – scriveva lo Pseudo-Agostino – mentre viene accuratamente discussa, ci si rende conto di come (la verità) generi da se stessa ciò che essa è veramente». L’argomento della convenienza si fonda così sulla fiducia nella forza della verità: questa si illustra da sola, per la forza spirituale che possiede in se stessa. Le verità sono il fondamento di quella crescita di fede che modella il suo oggetto sul suo soggetto. «Le parole divine – osserva già Gregorio Magno – crescono insieme con colui che le legge». Lungi dall’essere fredda razionalità, la verità mostra tutta la sua bellezza quando è carica di poesia, di forza educativa, di capacità di attirare le persone e di manifestare la gloria del Salvatore.

L’argomento di convenienza si avvicina così a quella via pulchritudinis (via della bellezza) di cui parlava Paolo VI al VII Congresso mariologico internazionale nel lontano 1975: la bellezza della verità la lascia fruttificare in suo favore di immagini, in un pensiero simbolico, in una ricchezza di valori e di vita.

Giotto (1267-1337), Natività di Gesù, Basilica di san Francesco, Assisi (foto Paolo Ferrari).
Giotto (1267-1337), Natività di Gesù, Basilica di san Francesco, Assisi (foto Paolo Ferrari).

Critica scientifica e fede ecclesiale

Infine mi pare importante richiamare il valore ed il limite della esegesi scientifica. Soprattutto nell’ambito mariano l’esegesi scientifica ha spesso giocato un ruolo demistificante: in effetti il silenzio mariano dei testi più antichi e il riserbo delle Scritture di fronte all’ampiezza delle tesi della Tradizione non possono non far pensare. Nasce da qui il dibattito sul valore e sui limiti dell’esegesi scientifica.

Il punto fondamentale è il passaggio da una interpretazione storica ad una interpretazione teologica; questo passaggio si fonda sulla rilevanza dogmatica di fatti che, proprio per questo, sono i presupposti della fede, ma non ne sono mai la radice: la radice sta nell’atto di Dio e non nella scienza storica.

La conoscenza storica non potrà mai concludere al mistero della Theotokos: questa appartiene alla confessione di fede ed è possibile solo sotto l’azione dello Spirito Santo.

La fede non è creata dai fatti storici: la fede non può dipendere da qualcosa che stia al di fuori di essa. La critica storica appartiene ai presupposti della fede, ma non alla sua sostanza.

Il vero problema è quello di non spezzare la continuità tra il kerigma, l’annuncio di salvezza, e la storia: il loro nesso evidenzia come in Maria si dia davvero l’agire di Dio ed evita di ridurre l’agire divino ai soli interessi delle persone. Dio va riconosciuto così come si è mostrato e l’evento Gesù non si è compiuto senza Maria. Sta qui tutta la sua importanza.

Giuseppe Daminelli