Madre di Dio

 

N. 11 novembre 2008

 «O Regina degli angioli...»
    Sergio Gaspari

 Pro orantibus
    
Silvia Grasso

Una presenza rassicurante
    Gianni Boffa

Un fenomeno complesso
    Alberto Valentini

Ci appartiene perché ci rappresenta
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

«Un diadema regale nella palma del tuo Dio»
  
 Jean-Paul Hernandez

Le sette chiavi di Lourdes

Consacrata a YHWH
    
Sergio Gaspari

Occhi da Dio diletti e venerati
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

"Lei, e il tutto della fede"
    Stefano De Fiores

«Un bisogno del mio cuore»
    a cura della redazione

«Più imito la Madre di Gesù...»
    
Maria Di Lorenzo

Una parola fuori moda
    
Giuseppe Pelizza 

Opinioni

In Libreria
    a cura di Vincenzo Vitale

Nella Famiglia Paolina
   
Eliseo Sgarbossa

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 11 novembre 2008 - Copertina

 
30 anni fa la parabola di Giovanni Paolo I

 
a cura della redazione

«Un bisogno del mio cuore»
   

Papa Albino Luciani nel ricordo di Karol Wojtyla. Il suo pontificato «si può riassumere in quest’unica frase: "Vieni, Signore Gesù, maranathà"».
  

«Il nostro pensiero si rivolge in questi giorni di agosto (udienza generale del 27 agosto 1979, ndr), agli avvenimenti che, nello scorso anno, ebbero luogo proprio in questo mese. Sabato, 12 agosto, la Chiesa romana, la città e il mondo intero davano l’ultimo saluto al grande papa Paolo VI e i cardinali riuniti a Roma iniziavano i preparativi per il Conclave, fissato per il 26 agosto. Era anch’esso un sabato.

Per la prima volta un collegio così numeroso e così vario si accingeva ad eleggere un nuovo successore di san Pietro. Eppure fu sufficiente un solo giorno, il 26 agosto, perché Roma e il mondo ricevessero nella stessa sera la notizia della elezione. Nuntio vobis gaudium magnum: habemus Papam, comunicava verso le ore 18 il Cardinale protodiacono dalla loggia della basilica. Il nuovo Papa scelse due nomi: Giovanni Paolo. Ricordo bene quel momento, quando nella Cappella Sistina egli espresse la sua volontà: "Voglio portare i nomi di Giovanni e di Paolo". Questa decisione aveva una sua convincente eloquenza. Personalmente mi è sembrata una decisione carismatica.

Giovanni Paolo I saluta i fedeli dalla finestra del suo studio.
Giovanni Paolo I saluta i fedeli dalla finestra del suo studio (foto Barontini).

Così dunque il sabato, 26 agosto, giorno dedicato alla Madre di Dio, si presentò a noi il papa Giovanni Paolo I.

E fu accolto da Roma e dalla Chiesa con grande giubilo. In questa spontanea gioia vi era gratitudine verso lo Spirito Santo perché, in modo così visibile, aveva diretto i cuori degli elettori e contro tutti i calcoli e le previsioni umane, "mostrava colui che egli stesso aveva designato" (cf Atti degli Apostoli 1,24).

E questa grande gioia e riconoscenza della Chiesa non fu turbata neppure nell’inattesa morte di Giovanni Paolo I. Solo per trentatré giorni aveva esercitato il suo ministero pastorale sulla cattedra romana, alla quale era stato mostrato piuttosto che dato, ostensus magis quam datus, parole che furono pronunciate in occasione della morte di Leone XI, anch’essa improvvisa.

Il pontificato di Giovanni Paolo I, sebbene della durata di meno di cinque settimane, ha tuttavia lasciato un’impronta particolare nella sede romana e nella Chiesa universale. Forse questa impronta non è ancora del tutto delineata: essa viene chiaramente percepita.

Per decifrarla fino in fondo occorre una più ampia prospettiva. Solo con l’andar degli anni, i disegni della Provvidenza divengono più comprensibili alle menti abituate a giudicare soltanto secondo le categorie della storia umana. Un momento però di questo breve pontificato sembra particolarmente eloquente per tutti coloro che hanno guardato alla figura di Giovanni Paolo I, ed hanno seguito con attenzione la sua breve attività. Essa si è svolta in un periodo in cui, dopo la chiusura del Sinodo dei vescovi, dedicato alla catechesi (ottobre 1977), la Chiesa incominciava ad assimilare i frutti di questo grande lavoro collegiale e, soprattutto, attendeva la pubblicazione del relativo documento, che i partecipanti al Sinodo avevano chiesto a Paolo VI.

Purtroppo la morte non permise a questo grande Papa di pubblicare la sua esortazione su quel tema chiave per la vita di tutta la Chiesa. Giovanni Paolo I non ebbe il tempo di farlo. Troppo corto, infatti, il suo ministero pontificale.

Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II in una illustrazione dei fratelli Gregori.
Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II in una illustrazione dei fratelli Gregori (foto FC).

La catechesi...

Sebbene non sia riuscito a pubblicare il documento dedicato alla catechesi, tuttavia egli è certamente riuscito a manifestare e a confermare con le proprie azioni che la catechesi è quel fondamentale e insostituibile compito dell’apostolato e della pastorale, al cui svolgimento tutti debbono contribuire e per il quale tutti nella Chiesa debbono sentirsi responsabili: il Papa al primo posto. Giovanni Paolo I non ha potuto promulgare col proprio nome il documento in parola; tuttavia ha avuto il tempo di dimostrare e affermare col proprio esempio che cosa è, e che cosa deve essere la catechesi nella vita della Chiesa dei nostri tempi. Per questo sono stati sufficienti i trentatré giorni del suo pontificato.

La domenica del 26 agosto, nella ricorrenza del primo anniversario della elezione di Giovanni Paolo I alla Cattedra di san Pietro, desidero recarmi nel suo paese natale a Canale d’Agordo. Lo faccio per un bisogno del mio cuore. Lo faccio anche per rendere omaggio al mio immediato predecessore (dal quale ho ereditato il nome) e a quel pontificato, attraverso il quale ci parla una verità che è più grande di quella umana. La Chiesa vivente in terra: a Roma e in tutto il mondo è stata illuminata da questa verità; verità, tuttavia, che è stata espressa con grande forza nel Vangelo del Signore: "Il tempo ormai si è fatto breve"; "Sì, verrò presto".

Sembra decisamente che il pontificato di Giovanni Paolo I si possa riassumere in quest’unica frase: "Vieni, Signore Gesù; maranathà" (Apocalisse 22,20). L’Eterno Padre l’ha ritenuta la più necessaria alla Chiesa e al mondo: per ciascuno di noi e per tutti senza alcuna eccezione. E su questa frase dobbiamo soffermarci».

A cura della redazione
   

«Mai tralasciare il rosario, e recitarlo bene»

Da una catechesi sulla preghiera del vescovo Albino Luciani.
  

Ed ora lasciate che vi raccomandi la devozione alla Madonna, giacché devo fare un cenno al rosario, che in parte è una preghiera vocale. Il rosario è anche la Bibbia dei poveri. Mai tralasciare il rosario, e recitarlo bene. Io sono molto preoccupato dei miei fedeli: ce ne sono ancora di quelli che fanno la preghiera in casa, ma non dicono più il rosario. Quando i figli in famiglia vedono il papà che prega, che prega insieme a tutti, questo ha un effetto sull’educazione, che le nostre prediche non avranno mai, siatene certi. Quindi nella visita pastorale faccio anche questa domanda: «Recitiamo la preghiera in casa?». Purtroppo pregano poco. Peccato! Allora lo dico in chiesa: «Fate il piacere! Dovete guardare la televisione, capisco. Ma se non potete dire il rosario, tutte le cinque poste, ditene almeno una, dieci Ave Maria, un mistero solo». Vi raccomando tanto, almeno questo. E anche voi insistete sulla devozione alla Madonna.

Un giorno mi hanno anche chiesto, sono curiose queste pie anime: «Lei quale Madonna preferisce? Quella del Carmine? Perché, vede, io sono devota della Madonna del Carmine». È gente piuttosto alla buona e io ho risposto: «Se lei mi permette un consiglio, io le suggerirei la Madonna dei piatti, delle scodelle e delle minestre». Guardate che la Madonna si è fatta santa senza visioni, senza estasi, si è fatta santa con queste piccole cose di lavoro quotidiano. Volevo dire: molta devozione alla Madonna.

Sì al rosario, la fiducia in lei, ma anche l’imitazione delle sue virtù. Quindi non stancatevi di raccomandare la devozione a Maria.

 

Percorsi

RETTÉ, A piedi a Lourdes. Cronaca di un pellegrinaggio. Impressioni di un barelliere, Effatà 1999, pp. 190, € 10,33.
  

Non ricordo esattamente come e quando mi sia capitato tra le mani il vecchio libro ingiallito di Adolphe Retté Un séjour à Lourdes. Probabilmente durante una raccolta di carta e stracci, promossa dalla Parrocchia di Costigliole Saluzzo, in provincia di Cuneo. Dopo averlo letto e riletto, assaporato in tutta la ricchezza del suo messaggio umano e cristiano, sentii un giorno impellente in me l esigenza di far partecipi altri della gioia e della commozione provate.

Ed ecco perciò alla benevolenza del lettore l umile traduzione: opera di un équipe che con me ha lavorato a lungo e seriamente.

Lo scrittore ha uno stile inconfondibile, già rilevato in Dal Diavolo a Dio: generalmente facile, ricco, brioso, dalle immagini più impensate, però mai ampolloso e fatuo.

Rivela concezioni e mentalità proprie del suo tempo: sia quando entra in apologia serrata ed acerba contro «una società odiosamente materialista che ci opprime...»; sia quando vede nei miracoli di Lourdes quasi una ricompensa, frutto di una compiuta espiazione personale o famigliare, più che un atto gratuito ed insindacabile di Dio. Ma a nostro giudizio, il contenuto del testo nel suo insieme è tuttora valido ed attuale, specie per il gran messaggio di amore e di speranza che porta; per le molte pagine pacate e rasserenanti; per le lunghe meditazioni, sbocciate sulle polverose strade di Francia d inizio secolo, o a contatto colla povera e sempre dolorante umanità che non cessa di confluire alla fortunata cittadina mariana dei Pirenei (Introduzione, di Aldo Ponso).