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N. 1 gennaio 2009
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Con
Maria nel nuovo millennio di STEFANO DE FIORES, smm Beatitudini, uno
stile di vita L’aspirazione ad essere felice attraversa la
storia del mondo. Anzi, questa stessa storia è una lotta continua e
talvolta affannosa per giungere alla felicità. Spesso però la vita
"beata" viene trasferita dalla realtà concreta al mondo delle
favole... dove, alla fine, i protagonisti dopo tante peripezie «vissero
felici e contenti». I cantanti di successo Al Bano e Romina hanno interpretato per molto tempo insieme una canzone che ha riscosso molti consensi: «Felicità», che «è tenersi per mano e andare lontano»... Purtroppo non sono andati molto lontano perché anche per loro è giunto il tempo della separazione... Felicità sembra una farfalla, quando l’hai afferrata ti accorgi che vola via e non c’è più. Il desiderio della felicità è «innato», quindi di «origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare» (CCC 1718). Profondo desiderio dell’uomo La felicità, come «stato di soddisfazione dovuto alla propria situazione nel mondo», è diversamente intesa e interpretata nel corso dei secoli e nelle differenti aree culturali. Nell’antichità greca si sono profilate tre tendenze: la prima, capeggiata da Talete, ritiene che la felicità dice relazione all’anima, consiste nella contemplazione e nel rapporto con Dio e s’identifica con la beatitudine; la seconda, iniziata da Aristippo, vede la felicità in connessione con il corpo e quindi realizzata come «sistema dei piaceri»; la terza vede scendere in campo Platone che connette la felicità con la virtù: «I felici sono felici per il possesso della giustizia e della temperanza e gli infelici, infelici per il possesso della cattiveria» (Diog. L., II,8,87).
Lo segue Aristotele che definisce la felicità «una certa attività dell’anima svolta conformemente a virtù» (Et. Nic., I,13,1102 b) ed aggiunge che essa presuppone il possesso di ogni sorta di beni: esterni, del corpo e dell’anima. Gesù rovescerà questa posizione proclamando beati i poveri. Nella grecità (come anche nell’area semita e in genere tra tutti i popoli) questa stima sentita per l’essere umano felice si esprime nel macarismo, un genere letterario «che celebra una persona per la felicità ad essa accordata e in particolare pone in risalto il motivo e la condizione di questa felicità». Il macarismo «erompe in momenti decisivi» e «divampa nel contrasto con una realtà dolorosa; perciò spesso è carico dell’emozione d’un forte sentimento». Esso è rivolto a chi possiede beni e valori, per esempio alle madri «perché i figli sono degni di ammirazione» (cf Lc 11,27). Nell’epoca moderna si riprendono le indicazioni antiche. Così l’umanesimo si schiera con la corrente epicurea antica e lega la felicità al piacere, come fa Lorenzo Valla nel De voluptate. Immanuel Kant invece riallaccia la felicità alla virtù, precisando che essa implica la soddisfazione di tutte le tendenze, inclinazioni e volizioni umane e diviene perciò inattingibile, salvo nel «regno della grazia» per intervento di un principio onnipotente (Critica della ragion pura, dottrina del metodo, cap. II, sez. 2). Infine Bertrand Russel ritiene indispensabile alla felicità la molteplicità degli interessi, dei rapporti dell’uomo con le cose e con gli altri esseri umani, ossia l’eliminazione dell’egocentrismo, della chiusura in se stessi e nelle proprie passioni (La conquista della felicità, 1930). In questa linea Russel «pone la felicità al polo opposto di quella autosufficienza del saggio in cui gli antichi ponevano il grado più alta di essa». L’ambiente semitico veterotestamentario Nell’orizzonte ebraico e biblico le beatitudini sono numerose e se ne fa uso prevalentemente nei libri sapienziali e nei salmi. L’elemento nuovo che introducono rispetto ai macarismi ellenistici è il riferimento religioso a Dio, sicché le beatitudini «significano una particolare condizione di felicità dell’uomo – sia nel campo religioso che in quello antropologico – derivantegli da un grande atto di benevolenza di Dio nei suoi confronti».
Dio è il dispensatore di ogni beatitudine, perché datore di bellezza, prosperità, fecondità. La prima beatitudine che troviamo nella Bibbia riguarda la maternità: Lia, dopo che la sua schiava ebbe partorito a Giacobbe un secondo figlio, dichiara: «Sono felice, perché le donne mi diranno beata!» (Gn 30,13). L’originalità dell’AT consiste nell’accordare la beatitudine a quanti credono in YHWH, lo adorano e lo amano: «Beato chi in lui si rifugia» (Sal 2,12). Soprattutto è felice chi riceve da lui sapienza di vita, per cui il primo salmo inizia così: «Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace nella legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte» (Sal 1,1-2). Sia il popolo che i singoli suoi membri sono dichiarati beati in quanto scelti da Dio e oggetto della sua benevolenza (Dt 33,29; 64,5; 83,5-6). È proprio dell’AT esortare alla virtù sotto forma di macarismi: si è felici solo se si opera secondo giustizia (Sal 106,3), se si cammina nella legge di YHWH (Sal 119,1-2), preoccupandosi per i poveri (Sal 41,1). Introducendo il salterio Martin Buber osserva: «Il salmista invoca: "Oh, felicità dell’uomo...". Non è un desiderio né una promessa, o che si possa essere certi di diventare felici qui o in una vita futura, ma è un’esclamazione gioiosa, una constatazione entusiasta: che felice è questo uomo! In questa esclamazione, per sé atemporale, è assorbita la dicotomia tra ora e poi, vita terrena e futura... Il salmista proclama: ecco una felicità segreta, nascosta, che compensa ogni sventura. Voi non la vedete, ma è la vera, anzi l’unica felicità». Dal "Discorso della montagna"... Gesù, come rabbi e maestro di sapienza, ricorre volentieri all’uso delle beatitudini, a cominciare dal Discorso della montagna (Mt 5,3-12). Giovanni Papini nella sua Storia di Cristo lo definisce «il Diamante unico, rifulgente nel suo limpido splendore di pretta luce in mezzo alla colorata miseria degli smeraldi e degli zaffiri... il Canto dell’uomo nuovo, l’Inno del sorpassamento». Ma «il peristilio "fulgido di fulgore" di tutto il Discorso» è costituito dalle beatitudini.
Queste beatitudini, come tutto il Discorso della montagna, non sono di facile intelligenza. Pinchas Lapide, console d’Israele a Milano negli anni ‘60, recensisce «otto interpretazioni errate»: concezione perfezionista, teoria dell’inattuabilità, proposta di etica interinale, visione utopica della vita, discorso metaforico e ingenuo per i discepoli, manuale romantico non impegnativo, guida per il giusto atteggiamento individuale di fronte a Dio, tattica di pacifismo. Lapide legge nelle beatitudini un realismo fondato su Dio, un’utopia da realizzare, poiché «puntare all’irraggiungibile è forse la caratteristica più umana della nostra specie» e nello stesso tempo un programma: «Per me Gesù non è tanto il fondatore del cristianesimo quanto il fautore di un’esistenza cristiana che nel Discorso della montagna ha il suo grande manifesto; un’esistenza cristiana che in fondo è pari a un’esistenza ebraica di fede, anche perché purtroppo entrambe non hanno trovato che pochissimi imitatori». Il genere letterario delle beatitudini implica formalmente tre elementi:
È quanto troviamo nelle otto beatitudini riferite da Matteo, ma i tre elementi non mancano in nessuna altra beatitudine evangelica, non escluse quelle indirizzate a Maria madre di Gesù. Proclamazione della felicità Non si può dubitare che Cristo lanci un appello alla gioia, alla beatitudine, alla felicità, all’appagamento. Lo spiega egregiamente il filologo domenicano Ceslas Spicq: «...a tal proposito non potremmo mai insistere abbastanza sul significato di makários ripetuto dieci volte (in Mt) e reso ancor più intenso dagli imperativi presenti cháirete kái agalliásthe («Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli», Mt 5,12; Lc 6,23): è significato, infatti, ben più di un semplice contento, ma addirittura una prorompente gioia interiore, un’allegrezza che si traduce in grida, canti, acclamazioni, la cui spiegazione è che la fonte di tale beatitudine sarà Dio». Gesù rovescia la scala dei valori umani e si dirige – secondo Ceslas Spicq – non a qualsiasi «pezzente» senza fede e ribelle, ma ai poveri di YHWH, la cui «misera condizione favorisce l’apprezzamento dei valori spirituali, che, soli, costituiscono la vera ricchezza»; «la felicità non è più legata alla ricchezza, al benessere, alla buona reputazione, alla potenza, al possesso dei beni di questo mondo, ma alla sola povertà, giacché tutte le beatitudini concernono questo o quell’aspetto dei ptochói dell’AT. Nella loro essenza detti ptochói sono creature religiose, sottomesse alla legge di Dio e docili al suo volere; Dio è il loro unico rifugio, la loro sola speranza, ed esse ne accolgono prontamente i doni. Sono, altresì, esseri profondamente umili, né possiedono un qualunque bene terreno, al contrario sono affamati e piangono. Non li avvilisce il solo disprezzo, bensì anche lo sfruttamento dei potenti e dei ricchi, di cui costituiscono la preda e dai quali vengono oppressi e perseguitati». Nella loro situazione di bisogno i poveri comprendono che i beni terreni scompaiono di fronte all’unico e supremo valore: il regno dei cieli, cioè di Dio. Stefano De Fiores, smm |
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