Madre di Dio

 

N. 5 maggio 2009

 La "Peregrinatio"
    Sergio Gaspari

 Tutti i giorni
  
 Ennio Staid

Si è fatto veramente uno di noi
    Giovanni Ciravegna

"Madre di Cristo..."
    Pier Giorgio Micchiardi

Ciò che fa una mamma per i figli
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

E nell’orizzonte...
    Stefano De Fiores

Gioia, semplicità, povertà
  
 Andrea Giampietro e Karina Gonzales

Maurice Zundel, presbitero

La prima missionaria
    
Sergio Gaspari

Se vogliamo essere cristiani
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

«Clinica dello spirito»
  
 Emanuele Di Santo

L’«alto volo» di Dante
  
 Eliseo Sgarbossa

«Ministri della Parola»
    Giovanni Monti

«Una volta, a Roma...»
    
Maria Di Lorenzo

Nostra Signora d’Europa

Opinioni

Scaffale

Nella Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 5 maggio 2009 - Copertina

 

 

 

 

 Incontri con Maria

 
di MARIA DI LORENZO

«Una volta, a Roma,
in via dei Condotti...»

   

La serva di Dio Giuseppina Berettoni precorse i tempi come annunciatrice del Vangelo e dedicò tutta la sua vita alla salvezza dei sacerdoti, suoi «fratelli prediletti».
  

«La vita terrena è tenebre, quella celeste è luce». Aveva soltanto tredici anni Giuseppina Berettoni quando scriveva queste convinte parole, ben più mature della sua verdissima età. Eppure lei non era una ragazzina come tutte le altre, anche se era vivacissima e molto loquace, amante del canto e della musica, brava persino a suonare la chitarra...

Giuseppina Berettoni era nata a Roma nell’anno giubilare del 1875, fu subito battezzata nella Basilica di Santa Maria Maggiore, che tanta importanza avrà per la sua vita spirituale e fin dai primi anni della sua vita sviluppò un forte attaccamento alla Madonna prediligendo in modo particolare la recita del rosario come sua preghiera preferita.

Con il rosario a farle da bussola, prestissimo avvertirà anche un particolare amore per l’Eucaristia, tanto da riceverla ben prima di quando lo prescrivevano le regole del tempo. Giuseppina, infatti, potè accostarsi per la prima volta all’Eucaristia all’età di otto anni, il 16 dicembre 1883. Nella chiesina dei santi Nicola ed Orsola dei Funari, il Rettore le fece fare la prima Comunione all’insaputa della famiglia, giacché suo padre, piuttosto rigido e severo, non l’avrebbe mai permesso.

Un'immagine di Giuseppina Berettoni.
Un’immagine di Giuseppina Berettoni.

Ma Giuseppina fu precoce anche per altre cose: fece infatti la sua prima confessione all’età di tre anni (lei stessa racconta che in quell’occasione il Signore le concesse il discernimento del bene e del male tanto quanto ne avrà successivamente in età adulta); a sette anni poi fece il voto di verginità e a quattordici decise di dedicare tutta la sua vita a Gesù.

Il morbo della "monachite"

Un simile proposito di vita doveva per forza di cose cercare uno sbocco nella contemplazione. Giuseppina effettivamente si sentiva chiamata alla vita claustrale e bramava di poter entrare in convento. Tutti i suoi tentativi in questa direzione però fallirono inspiegabilmente. Il suo desiderio di farsi religiosa le fu causa di grandi "croci", di continue sofferenze spirituali per quel morbo che lei, con l’arguzia di cui era provvista, chiamava «la monachite».

A diciannove anni, il 17 settembre 1894, era entrata nel Terz’Ordine francescano, e successivamente diventerà anche terziaria domenicana. Tuttavia Giuseppina si sentiva chiamata a vivere nel chiostro, ma altri erano i progetti di Dio su di lei. Tre volte provò ad entrare in convento e tre volte fu rimandata a casa, per motivi diversi. Ci vorrà del tempo prima che lei comprenda la sua vera vocazione: Dio la voleva apostola laica nel mondo.

Nella solennità del Corpus Domini del 1896, Giuseppina ebbe una visione di Gesù che le affidò una missione molto speciale a favore dei sacerdoti, dicendole anche che il primo su cui esercitarla doveva essere il suo direttore spirituale. Questi era mons. Radini-Tedeschi, personalità di grande spicco nella diplomazia vaticana e futuro vescovo di Bergamo (di cui sarebbe stato segretario il giovane Angelo Roncalli). Radini-Tedeschi non ebbe alcuna esitazione a lasciarsi consigliare dalla sua penitente ed anzi la incoraggiò in questo compito.

La casa natale (la freccia indica l'appartamento) della Serva di Dio in via Quattro Cantoni 36 a Roma.
La casa natale (la freccia indica l’appartamento) della Serva di Dio in via Quattro Cantoni 36 a Roma.

Preghiera e digiuno

E così cominciò l’apostolato di Giuseppina Berettoni verso i sacerdoti, per i quali pregava, digiunava, faceva sacrifici, spesso li richiamava a una vita di fede e di preghiera, con fermezza e sollecitudine quasi materna. Una volta, per esempio, in via dei Condotti, a Roma, per una improvvisa illuminazione Giuseppina fermò un sacerdote che non conosceva per rivelargli, lì in mezzo alla strada, tutti i suoi peccati e indurlo, prima di andare a celebrare la Messa, a scappare nella vicina chiesa dei Domenicani, per piangere e confessarsi. Era il 30 marzo 1907.

Un’altra volta, nell’estate del 1920, mentre era in villeggiatura con l’amica Nora Massa a Santo Stefano d’Aveto, Giuseppina incontrò per la strada un sacerdote che recitava il breviario.

Dopo averlo fissato un istante, chiese alla compagna di andare a dire a quel reverendo che desiderava confessarsi. Questi chiuse il breviario ed entrò in chiesa. Al termine della confessione Giuseppina era raggiante; il sacerdote andò all’altare, dove s’inginocchiò abbandonandosi al pianto. La mattina dopo, il prete, incontrando la Massa, le confidò: «È cosa tremenda avvicinare un’anima santa».

La "galoppina" della Madonna

Ma il campo di apostolato della Berettoni non si limitava ai sacerdoti, anzi abbracciava tutte le forme di povertà, materiali e soprattutto spirituali. Ne beneficiavano vecchi, bambini, poveri, moribondi, prostitute, atei, che sapeva prodigiosamente ricondurre a Dio.

Tanto fervoroso apostolato non poteva non scatenare la rabbia del demonio. Soprattutto di notte i diavoli – spesso era una schiera di demoni che la tormentava – le rovesciavano il letto, le percuotevano le piante dei piedi, o la bastonavano sulla schiena fino a farla sanguinare.

Roma, la Basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore (sec. V).
Roma, la Basilica patriarcale di Santa Maria Maggiore (sec. V – foto Giuliani).

A volte qualche demonio le appariva sotto le spoglie di un angelo buono. Per difendersi dalle frequenti vessazioni diaboliche, Giuseppina allora invocava san Michele per il quale scrisse anche una bella preghiera.

Per affrontare tutte queste lotte, Giuseppina si sosteneva, oltre che col Cibo eucaristico, soprattutto con la preghiera – passava infatti intere notti in orazione in quelli che lei chiamava spiritosamente «veglioni» – e con le penitenze. La lotta quotidiana col maligno faceva parte di quello "straordinario" (bilocazioni, estasi, locuzioni interiori, visioni, scambio dei cuori, guarigioni) che caratterizzava gran parte della vita di questa "galoppina" di Maria.

Era la Madonna infatti che la inviava, spesso in bilocazione, a compiere salvataggi di anime in pericolo, ammalati, moribondi, sacerdoti tentati di lasciare l’abito. «Vuoi andare a portare le mie consolazioni?», le diceva. E la Serva di Dio partiva senza indugio, con la corona del rosario in mano.

«Oh la corona di Maria quanto è potente! Da ogni chicco escono scintille di carità. È impossibile scorrerli tutti senza provarne gli ammirabili effetti… La potenza del rosario è la potenza di Maria», scriveva nel suo diario Giuseppina.

Ai piedi della Madre di Dio

Il suo cammino mariano, cominciato a otto anni quando era stata ammessa al primo gradino della Congregazione delle Figlie di Maria ricevendo la medaglietta dell’Immacolata, doveva concludersi su questa terra ai piedi della Salus Populi Romani. Il 17 gennaio 1927, infatti, Giuseppina Berettoni si recò come faceva sempre a pregare nella grande Basilica liberiana, dove aveva visto la luce del Battesimo 52 anni prima, e fu qui che, subito dopo aver ricevuto la Comunione, si accasciò ormai senza vita, sotto lo sguardo materno di Maria. Il Signore le concedeva il privilegio di chiudere gli occhi nel grande tempio dedicato alla Madre di Dio.

Il 13 marzo 2000 si è ufficialmente aperta a Roma la sua causa di beatificazione e canonizzazione.

La serva di Dio Giuseppina Berettoni aveva desiderato ardentemente essere «sconosciuta in vita, in morte e dopo».

Ma la sua memoria non si è mai spenta malgrado lo scorrere degli anni e per chi passò sulla terra facendo del bene il Cielo prepara sempre una strada per illuminare il cammino di quelli che avanzano pellegrini nel mondo.

Maria Di Lorenzo
     
 

PERCORSI

A. Gelardi, «Lo avete fatto a me». Una rivisitazione delle opere di misericordia, Edb 2008, pp. 88, € 6,50.

Che cosa vuol dire amare? La domanda è molto attuale nel mondo contemporaneo, il quale sembra non capire il vero significato di questa parola. La società odierna, infatti, cerca di comprendere l’amore in modo egoistico e limitarlo alla soddisfazione dei propri bisogni. Ma l’amore rivela la sua piena ricchezza solo quando viene realizzato come dono di sé, solo quando diventa carità.

Copertina del volume.Aimone Gelardi, sacerdote dehoniano, ci propone il cammino per riscoprire la vera immagine dell’amore cristiano. Sono le opere di misericordia che ci permettono di capire come bisogna amare. Questi semplici gesti di bontà, compiuti con sincerità, aiutano non solo il prossimo che, grazie al nostro agire, possa sentirsi veramente amato. Servono anche a noi, perché sviluppiamo la nostra sensibilità umana. La vita cristiana non può essere considerata solamente come teoria oppure filosofia di vita. Il messaggio evangelico esige dai credenti un atteggiamento fattivo e questo viene realizzato attraverso le iniziative di carità.

L’autore ricordandoci tutte le opere di misericordia, sia quelle spirituali sia quelle corporali, propone strade tramite le quali concretizzarle anche oggi. Il libro può essere di grande aiuto per quanti vogliono vivere pienamente l’esistenza cristiana e mettere in pratica la Parola di Dio.

Wojciech Kuziola