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N. 6 giugno 2009
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Editoriale di MAURIZIO BEVILACQUA All’indomani della solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, il calendario liturgico propone la memoria del Cuore immacolato di Maria (quest’anno sabato 20 giugno). Già tale collocazione evidenzia il nesso tra le due feste, che guardano al simbolo del cuore. È un nesso che si ritrova anche nella storia di queste devozioni, diffusesi parallelamente nella Chiesa a partire dal XVII secolo. In esse possiamo ravvisare una reazione della comunità cristiana alle tendenze giansenistiche presenti in tanta pastorale e spiritualità dell’epoca. A quella visione rigoristica, che portava molti a disperare persino della salvezza, l’immagine del cuore di Gesù, e poi del cuore di Maria, rispondevano ricordando l’amore infinito di Dio. Un ruolo importante nello sviluppo della devozione lo ebbe Giovanni Eudes (1601-1680). Il Santo francese volle i membri della sua Congregazione – fondata per le missioni popolari e la formazione dei preti – impegnati a rendere omaggio di adorazione al Cuore di Gesù, che rivela agli uomini l’amore di Dio, e ad onorare il Cuore di Maria, unito inseparabilmente a quello di Gesù e modello di questa unione. I riferimenti evangelici fondamentali al cuore di Maria sono indubbiamente le brevi annotazioni dell’evangelista Luca nei racconti dell’infanzia: «Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19; cf 2,51). Nella Scrittura il cuore è considerato come la sede dei sentimenti, ma anche dei pensieri: è la profondità della persona; potremmo dire che ne è la coscienza. Per questo molti testi profetici e sapienziali affermano che Dio scruta il cuore degli uomini (cf Ger 11,20; 17,10; Sal 7,10; 44,22; Pr 15,11). Le parole di Luca significano quindi che Maria conservava e meditava nel profondo di sé tutto ciò che avveniva nel Figlio, cioè l’evangelo della nostra salvezza. Partendo da queste brevi affermazioni, la tradizione spirituale cristiana ha sviluppato forme diverse di devozione. L’Ottocento è ricco di queste espressioni e più ancora lo è la prima metà del XX secolo, dopo l’esperienza di Fatima. La devozione al Cuore immacolato di Maria assume connotazioni davvero diverse e se talune sottolineano prevalentemente la dimensione affettiva, altre hanno tratti decisamente apostolici. Fra coloro che hanno sviluppato una spiritualità missionaria del cuore di Maria vi è sant’Antonio Maria Claret (1807-1870). Nelle alterne vicende della sua vita – che lo videro predicatore popolare in Catalogna, sua terra natale, vescovo a Santiago di Cuba e confessore della Regina di Spagna – l’elemento unificante è l’aver interpretato tutto come missione evangelizzatrice. Egli volle intitolare al cuore di Maria proprio le opere apostoliche nate dal suo ministero, soprattutto la Congregazione dei missionari. Scrive il Claret che il cuore è l’amore e la volontà. Maria rispose con l’amore all’amore di Dio, mettendosi a disposizione dei suoi progetti e divenendo così il trono donde vengono dispensate grazia e misericordia. L’annunzio del Vangelo è obbedienza al progetto di Dio e strumento perché la sua grazia raggiunga gli uomini. Tutti possiamo guardare a Maria come modello per la testimonianza che siamo chiamati a rendere al Vangelo. Maurizio Bevilacqua, |
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