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N. 6 giugno 2009
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La parola del Vescovo di mons. MARTINO CANESSA, vescovo di Tortona Tra le invocazioni contenute nelle Litanie lauretane, Madre purissima è una delle più profonde e commoventi. Riservando a Maria questo titolo, il popolo cristiano riconosce nell’umile fanciulla di Nazaret il capolavoro dell’opera di Dio. Maria è tutta di Dio, da sempre e per sempre. Essa è davvero la Tutta bella, libera da ogni ombra di peccato. Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in te, prega la Chiesa nella festa dell’Immacolata Concezione, ispirandosi al libro del Cantico dei Cantici (4,7). Cantare la purezza di Maria significa rendersi disponibili ed umili ad accogliere il dono di Dio: lui infatti è la fonte della purezza. In un mondo dove essere cristiani diventa sempre più difficile, Maria madre purissima ci invita a riconoscere il primato di Dio nella vita dell’uomo recuperando uno sguardo buono e limpido su noi stessi, sugli altri, sulle cose. L’amore stesso di Dio verso l’uomo e verso il creato infatti nasce da uno sguardo buono che fa vedere il bene e induce a farlo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona», è detto nella Bibbia (Gn 1,31). Un tale sguardo permette di cogliere tutto il positivo che c’è nella realtà e conduce a considerare, al di là della superficialità, dell’apparenza e della strumentalizzazione la sola bellezza che salva il mondo (F. Dostoevskij): quella dell’amore di Dio.
Invocare Maria purissima significa ritornare a fidarci di Dio, a lasciarsi guidare da lui, mettendo da parte il nostro orgoglio e la nostra autosufficienza, provando nostalgia e stupore per ogni opera buona; significa tornare a vedere il mondo con gli occhi stessi di Maria, quegli occhi da Dio diletti e venerati, come recitava Dante nella Divina Commedia (Paradiso, Canto 33). Significa ancora accogliere in noi il progetto originario di bene che Dio vuole attuare: Benedetto XVI lo ha ricordato in una sua omelia per la festa dell’Immacolata Concezione: «L’uomo che si volge verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande, perché grazie a Dio e insieme con lui diventa grande, diventa divino, diventa veramente se stesso» (8 dicembre 2005). Questo non vuol dire fuggire dalla realtà rifugiandosi in un mondo irreale soli con se stessi: l’uomo, più è vicino a Dio, più è vicino ai fratelli. Così Maria: il fatto che sia totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini. «Una Madre – continua il Papa – alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa». Questo sguardo puro riesce a cambiare il modo d’intendere la vita, secondo quanto descritto dal poeta francese Péguy in una sua preghiera alla Vergine di Chartres: «Ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile rimpianto. Il solo angolo della terra dove tutto si fa docile […]. Ciò che dappertutto altrove è un’aspra lotta […]. Ciò che dappertutto altrove è solitudine. Qui non è che un vivace e forte germoglio […]. Ce ne han dette tante, Regina degli apostoli, abbiamo perso il gusto per i discorsi. Non abbiamo più altari se non i vostri. Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice». Qual è questa semplice preghiera? Quella che tanti anni fa abbiamo imparato a cantare nelle tiepide sere di maggio sulle ginocchia delle nostre nonne e delle nostre mamme, quando ci insegnavano a chiedere a Maria una vita pura: «Quando nell’ombra cade la sera – è questa, o Madre, – la mia preghiera: fa’ pura e santa – l’anima mia: Ave Maria!». mons. Martino Canessa |
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