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N. 6 giugno 2009
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Conversazione
di GIUSEPPE PELIZZA sdb L’intimità profonda
di Dio «E a buon diritto possiamo scorgere in questo
culto (Sacro Cuore) il dono che il Verbo incarnato ha fatto alla Chiesa»
(Pio XII, Haurietis aquas, 15.5.1956). Il cuore, per noi moderni, è la sede dei sentimenti e dell’affetto e parlare di devozione al Sacro Cuore di Gesù significa parlare di affezione da parte nostra a qualche gesto della sua vita terrena in cui manifestò la sua dolcezza. Certamente, non possiamo dimenticare questo aspetto della santissima umanità di Gesù, ma sarebbe riduttivo intendere la devozione al Sacro Cuore in questo modo, proprio perché il Nuovo Testamento indica col cuore la complessa profondità della persona, non solo le sue manifestazioni sensibili.
L’evangelista Giovanni dice: «Uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì [immediatamente ed in modo continuo] sangue ed acqua» (19,34). Per il sacrificio dell’agnello pasquale, la Bibbia prescriveva che non gli si tagliassero le zampe e che il sacerdote lacerasse il cuore per farne uscire sangue vivo. Solo in questo modo il sacrificio dell’agnello sarebbe stato perfetto. Il sangue era la sede della vita, e questa doveva essere completamente donata a Dio fino agli ultimi elementi vitali, offerta che il sangue coagulato non avrebbe realizzato. Gesù si presenta come il vero agnello pasquale che compie liberamente il sacrificio perfetto e totale. La presenza dell’acqua non è solo un elemento fisiologico attestato dalla medicina. In Giovanni assume un valore più profondo. La Lettera agli ebrei afferma che quando Mosé ebbe spiegato al popolo tutti i precetti della legge, volle sancire l’alleanza con Dio mediante l’aspersione di sangue misto con acqua (9,19-20). In questo modo, Gesù si presenta come il sigillo della nuova Alleanza. La lancia del soldato che penetra il cuore di Cristo esprime la malizia umana che colpisce Gesù e indica l’effetto supremo del peccato che è l’assalto a Dio per ucciderlo. Se i nostri peccati hanno diretto la lancia vibrata dal soldato, dal cuore di Gesù non sgorgano castighi e punizioni, ma sangue fluido con acqua, cioè l’Alleanza imperitura ed irrevocabile fra Dio e l’umanità. Il Figlio offerto dal Padre agli uomini è lì, appeso ad un patibolo, totalmente donato a noi. Colui nel quale tutto è stato creato, pende dalla croce e fino alla fine si dona a noi per instaurare con noi un legame che nulla può cancellare, alienare o svilire. Nemmeno il peccato, perché il suo amore è più forte del peccato e va oltre la morte stessa che pone un limite invalicabile ad ogni desiderio ed amore umano. L’uomo col suo peccato ha colpito l’Amore, ma dall’Amore è stato travolto. Nella festa del Sacro Cuore non vi sono sentimentalismi. Vi è l’amore fedele fino alla morte; la volontà che ha deciso di amarci per farci suoi; la prova che il suo amore giunge alla morte pur di non abbandonarci. Con la risurrezione, il suo cuore rivela l’incommensurabilità del suo amore che trasforma noi da mortali ad immortali. Pensare al cuore di Cristo significa guardare alla sua volontà di salvezza. Gesù ha scelto di farci suoi fratelli e ha deliberato di renderci partecipi della sua stessa vita divina. Ed era ben consapevole che per questa sua scelta avrebbe pagato il prezzo del sangue. Essere devoti al Sacro Cuore non significa provare un dolce sentimento, ma guardare alla volontà d’amore di Gesù, alla volontà che sceglie di amare, nonostante tutto. Questa volontà amorosa di Cristo è l’intimità più profonda di Dio. Giuseppe Pelizza |
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