Madre di Dio

 

N. 6 giugno 2009

 Ianua sacramentorum
    Sergio Gaspari

 Amore e volontà
  
 Maurizio Bevilacqua

Un semplice e grande interrogativo
    Giovanni Ciravegna

"Madre purissima..."
    Martino Canessa

«Niente è profano per chi sa vedere»
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

Verso l’elaborazione di una mariologia...
    Stefano De Fiores

Dalla Croce, la salvezza
  
 Andrea Giampietro

Un originale tocco di novità

«Fate quello che vi ha detto!»
    
Sergio Gaspari

«Ricordati, o piissima Vergine...»
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

L’intimità profonda di Dio
  
 Giuseppe Pelizza

«Puoi ciò che tu vuoli»
  
 Eliseo Sgarbossa

Unica memoria di città distrutte
    Domenico Marcucci

Una straordinaria pioniera
    
Maria Di Lorenzo

«È desiderio del Signore»
    Carlo Mafera

Opinioni

Scaffale

Nella Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 6 giugno 2009 - Copertina

 "Magnificat" 

 
a cura di ELISEO SGARBOSSA ssp

«Puoi ciò che tu vuoli»
   

Il canto di Dante alla Madre di Dio merita un secondo intervento, e sentiamo che non è soltanto doveroso per la dignità di lei e per la statura del Poeta, ma è anche istruttivo per noi, lettori del terzo millennio. Dante Alighieri (1265-1321) aveva dieci anni quando perdette la madre Gabriella, e la scomparsa di lei aprì nel suo cuore una ferita, che le successive esperienze (l’amore ideale di Beatrice e il matrimonio con la nobile Gemma Donati, dalla quale ebbe quattro figli) non riuscirono a sanare. È probabile che la nostalgia materna abbia tenuto desta nel Poeta la devozione a Maria.


Miniature dei secc. XIV e XV, tratte dal volume La Bibbia di Natale, Edizioni San Paolo.

Il celebre inno alla "Vergine Madre" che Dante pone sulle labbra di san Bernardo testimonia al vivo questa devozione, ma lascia intendere anche la non comune cultura teologica e patristica dell’autore, attinta dallo studio sistematico delle fonti allora accessibili. I versi che aprono il canto XXXIII del Paradiso traducono perfettamente la predicazione mariologica del santo Monaco di Chiaravalle, e al tempo stesso rivelano nel giovane Alighieri la serietà della ricerca scientifica. Sappiamo che egli, fin da adolescente, seguì gli insegnamenti filosofici e teologici delle scuole francescana di Santa Croce e di quella domenicana di Santa Maria Novella. Si appassionò in particolare alla filosofia di Aristotele e di san Tommaso, intendendo la filosofia come il compendio di tutte le scienze umane, la «donna gentile» che traccia l’itinerario verso la saggezza. Alla filosofia succedette, come già si è visto, la luce della teologia, idealizzata in Beatrice e culminante nella figura sublime della Vergine.

La presente preghiera di lode a Maria, vertice di tutte le preghiere disseminate lungo i canti della Commedia, si conclude con una commossa supplica di san Bernardo per la condizione precaria di Dante, che nella vita reale, fuori della finzione poetica, era esule da una corte all’altra di amici accoglienti, sempre esposto alla più temibile delle tentazioni: la perdita della fiducia in Dio e della retta via, faticosamente intrapresa dopo tante traversie.
 

Appello di Bernardo

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridiana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, Regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

L’assenso di Maria

«Li occhi da Dio diletti e venerati,
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati…

E io ch’al fine di tutt’i disii
appropinquava, sì com’io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii».