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N. 6 giugno 2009
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Incontri con Maria
di MARIA DI LORENZO Una straordinaria pioniera Una sequela di Cristo con al centro l’Eucaristia
e l’imitazione della Madonna: tutto per amore di Dio e per l’unità
dei cristiani. Svedese di nascita, romana per vocazione, è stata definita, non a caso, «la seconda Brigida». Come la grande mistica scandinava, infatti, Maria Elisabetta Hesselblad fu una instancabile cercatrice di Dio. La luce del suo sorriso rifletteva la sua profonda carità. Nella finezza del suo nobile profilo, si intuiscono racchiuse – mirabilmente fuse insieme – la dolcezza senza limiti e una adamantina severità. La parola "impossibile" non apparteneva al suo vocabolario, per questo la Beata svedese viene ricordata come una straordinaria pioniera della causa ecumenica. Tutta la sua vita, come la sua opera, si inserisce infatti nel solco luminoso del carisma di santa Brigida di Svezia, che fu, possiamo dire, un’ecumenica ante litteram e alla quale la rifondatrice dell’Ordine brigidino assomigliava senza dubbio per temperamento e per forza di volontà. Maria Elisabetta Hesselblad era nata nel villaggio di Faglavik, in Svezia, il 4 giugno 1870, in una famiglia di confessione luterana. Carattere forte e vivace, fin da piccola prese l’abitudine di leggere una pagina della Bibbia ogni giorno e continuò a farlo per tutta la vita.
Saggia e riflessiva, indubbiamente molto più matura della sua età, provava uno spiccato interesse verso il tema religioso. «Da bambina, andando a scuola e vedendo che i miei compagni appartenevano a molte chiese diverse – ricorderà – cominciai a domandarmi quale fosse il vero ovile, perché avevo letto nel Nuovo Testamento che ci sarebbe stato "un solo ovile e un solo pastore". Pregai spesso per essere condotta a quell’ovile». A New York All’età di dodici anni Elisabetta si ammala di ulcere intestinali, di cui soffrirà poi tutta la vita senza mai riuscire a guarire completamente. In casa Hesselblad, inoltre, le cose si mettono presto assai male quando il babbo, malato, non potrà più lavorare. Sono tredici figli, una piccola tribù di fratelli e sorelle, e ciascuno deve darsi da fare per sbarcare il lunario. Così, appena diciassettenne, la ragazza prende una decisione molto coraggiosa per quei tempi: imbarcarsi alla volta di New York per cercare un lavoro con cui poter aiutare la sua numerosa famiglia. Ma, appena arrivata in America, Elisabetta s’ammala gravemente e viene ricoverata in ospedale. Sola e in fin di vita, fa un voto: se riuscirà a guarire, diventerà infermiera. Ristabilitasi, prende il diploma e viene assunta come infermiera al Roosevelt Hospital. Non lontano da lì stavano costruendo in quei giorni la Cattedrale cattolica di san Patrizio e quasi ogni giorno venivano ricoverati in ospedale manovali caduti dalle impalcature. Un giorno sentì uno di essi, un giovane irlandese, invocare la Madonna come "Madre" e ne fu molto impressionata. Come poteva parlare in quel modo? Aveva due madri, forse? Una delle cose, infatti, che più infastidiva la luterana svedese era proprio l’atteggiamento dei cattolici verso Maria e i santi, e ciò era indubbiamente dovuto alla sua educazione protestante. Le sue Note riflettono puntualmente questi suoi dubbi: «Come potrei credere – scriveva – nel potere d’intercessione della Beata Vergine Maria e dei santi? Non diminuirebbe i meriti della passione e morte di Cristo? Non toglierebbe l’onore e la gloria dovuta soltanto a Dio?». Fondamentale si rivelò per lei l’incontro con il gesuita padre J.G. Hagen, direttore dell’Osservatorio di Georgetown. Grazie alla sua guida, il 15 agosto 1902 ricevette il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Inspiegabilmente... Nel 1903 Elisabetta giunge a Roma dove scopre la casa di santa Brigida, in piazza Farnese, restandone molto colpita: era infatti la stessa casa che una notte di molti anni prima, in Svezia, aveva visto in un sogno. Sia pure in maniera ancora confusa, comprende che il Signore la sta chiamando a una missione speciale. Tornata in America, non ha più pace: una voce interiore la spinge a ripartire per l’Italia. Su suggerimento di padre Hagen, scrive alla Priora delle Carmelitane, che allora abitavano la casa di santa Brigida, perché la accolgano in una stanzetta della foresteria. La sua richiesta viene accettata e lei giunge a Roma il 25 marzo 1904, festa dell’Annunciazione. Del suo segreto progetto di ridar vita all’antico Ordine fondato dalla sua connazionale, non è in condizione di metterne in pratica neppure una parte. Gravemente ammalata e senza speranza di guarigione, riceve infatti l’Unzione degli infermi, ma poi, inspiegabilmente, si ristabilisce ed emette i primi voti, prendendo il nome di suor Maria Elisabetta di santa Brigida. «Ho lasciato tutto nelle mani di Dio e lui ha fatto tutto…», dice. Suor Elisabetta intraprende così una serie di viaggi in Europa per far conoscere la sua intenzione di far risorgere l’Ordine brigidino alle poche e disperse comunità allora esistenti. Ma è un cammino irto di difficoltà, umiliazioni, impedimenti. Un lungo cammino La casa di santa Brigida, a Roma, è nel cuore di Trastevere. La si raggiunge costeggiando una via di rigattieri e, una volta arrivati a piazza Farnese, basta alzare lo sguardo verso l’austero palazzo che vi troneggia su di un lato, con il suo aspetto imponente e rassicurante al tempo stesso. Qui visse già santa Brigida nell’ultimo scorcio della sua vita, e qui visse pure Madre Elisabetta Hesselblad. Qui vivono attualmente le Suore brigidine, e la vita quotidiana di queste religiose contemplative congiunge mirabilmente l’aspetto propriamente monastico all’azione apostolica, in una sequela che ha al centro l’Eucaristia e l’imitazione di Maria e che si fonda tutta sulla personale consacrazione a Dio per la causa dell’unità dei cristiani.
Lungo fu però il cammino di Madre Hesselblad per ridare vita all’antico Ordine del Santissimo Salvatore fondato settecento anni prima da santa Brigida. Incoraggiata da Pio X, Madre Elisabetta poté dare inizio alla sua opera solo nel 1911, per riceverne la definitiva approvazione nel 1940. Le Suore brigidine celebrano tuttora in modo solenne l’8 settembre, memoria della nascita della Vergine Maria, nel quale rinacque a nuova vita, nel 1911, l’Ordine di santa Brigida, allorché tre signorine londinesi giunsero a Roma per cooperare con Madre Hesselblad alla fondazione del nuovo ramo. E nel 1931 finalmente le Brigidine poterono tornare nella vecchia casa di piazza Farnese. Aiutava tutti Durante la seconda guerra mondiale Madre Hesselblad esercitò eroicamente la carità verso ebrei, perseguitati, poveri, rifugiati e abbandonati; aiutava tutti senza distinzione, prodigandosi incessantemente. Mentre Roma era occupata dalle truppe tedesche, rischiando la sua stessa vita e quella delle sue consorelle, fece della casa di santa Brigida un ostello di carità ecumenica. Maria Elisabetta Hesselblad, che Giovanni Paolo II ha proclamato
beata nel corso del grande Giubileo del Duemila, morì a Roma il 24
aprile 1957, all’età di 87 anni. C. Dobner, L’unico ovile. Maria Elisabetta Hesselblad, San Paolo 2004, pp. 304, € 18,00. Maria Di Lorenzo
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