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N. 7 luglio 2009
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Copertina di GIOVANNI CIRAVEGNA «Iddio
ha voluto che noi tutto avessimo per Maria» Cana di Galilea, cittadina che si incontra arrivando da Nazaret, ove si può trovare la sorgente dove fino a pochi anni fa, come al tempo di Gesù, le donne andavano ad attingere acqua. Visitando la chiesa eretta dai Francescani, si può osservare nella cripta, tra gli scavi, un’anfora antica, religiosamente conservata, a ricordo del miracolo narrato dal Vangelo di Giovanni, definito come «il primo segno» operato da Gesù. Suggestivo il gesto che i pellegrini, dopo la visita, sono invitati a compiere soprattutto come coppie di sposi: il rinnovo delle promesse e degli impegni presi nel giorno della celebrazione del sacramento del matrimonio, perché quello è il luogo dove «ci fu uno sposalizio e c’era la Madre di Gesù e fu pure invitato Gesù con i suoi discepoli» (Gv 2,1-2).
Luogo e avvenimento ai quali Giovanni Paolo II, nella sua Lettera alle famiglie, ha dedicato un capitolo particolare dal titolo Lo sposo è con voi, per mettere in luce che Gesù, qualificandosi come "sposo", svela l’essenza di Dio e conferma il suo amore immenso per l’uomo. «La scelta di questa immagine – ricordava Papa Wojtyla – getta indirettamente luce anche sulla verità profonda dell’amore sponsale. Usandola infatti per parlare di Dio, Gesù mostra quanta paternità e quanto amore di Dio si riflettano sull’amore di un uomo e di una donna che si uniscono in matrimonio. Per questo, all’inizio della sua missione, Gesù è a Cana di Galilea, per partecipare ad un banchetto di nozze, insieme con Maria e con i primi discepoli. Egli intende così dimostrare quanto la verità sulla famiglia sia inscritta nella Rivelazione di Dio e nella storia della salvezza… A Cana Gesù è come l’araldo della verità divina sul matrimonio, della verità su cui può poggiare la famiglia umana, facendosene forte contro tutte le prove della vita». Segni che parlano. «Questo fu il primo dei segni, compiuto da Gesù in Cana di Galilea. Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui»: così l’Evangelista chiude e commenta il racconto dell’acqua mutata in vino, mettendo in evidenza lui stesso due "frutti" di questo segno, due manifestazioni da leggere e da accogliere: la gloria del Signore e la fede dei discepoli. Un gesto tanto semplice, in un contesto familiare di una festa, nella dimensione della quotidianità, della vita domestica, nel quale dobbiamo saper cogliere il significato profondo, il primo vero annuncio che il Vangelo vuole dare: al centro sta Gesù, l’essenzialità del suo gesto, il mistero della sua persona, la rivelazione della sua gloria; è lui il Messia. Cristo è il Messia, la nuova alleanza che sostituisce l’antica e la supera, con la sovrabbondanza del vino e la sua sorprendente migliore qualità.
Aspetto questo richiamato da Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret, per aiutare a comprendere l’episodio di Cana: «Il segno di Dio è la sovrabbondanza. Lo vediamo nella moltiplicazione dei pani, lo vediamo sempre di nuovo, ma soprattutto al centro della storia della salvezza: nel fatto che supera se stesso per la misera creatura che è l’uomo. Questa sovrabbondanza è la sua "gloria". La sovrabbondanza di Cana è perciò segno che la festa di Dio con l’umanità – il suo dono di sé per gli uomini – è cominciata. La cornice dell’avvenimento, le nozze, diventa così l’immagine che indica, al di là di se stesso, l’ora messianica: l’ora delle nozze di Dio con il suo popolo ha avuto inizio nella venuta di Gesù. La promessa escatologica entra nel presente» (pag. 294). La nostra fede in quella di Maria. «I suoi discepoli credettero in lui»: è la conclusione finale, è il risultato che sempre vorremmo vedere e che Gesù stesso certamente si attendeva. Ma non dimentichiamo che tra quei discepoli era presente la "prima discepola", colei che era andata per prima alla festa di nozze, colei che per prima, come ogni buona mamma, si è accorta della mancanza di vino, colei che in qualche modo cerca di "intercedere" presso il Figlio, ma soprattutto colei che ha creduto. È la stessa "donna" – come la chiama san Giovanni – che troveremo nello stesso Vangelo e con lo stesso nome presso la croce: è quella "Madre" alla quale tutti siamo stati consegnati. Come non avere nel cuore la certezza che, con lei presente, niente di essenziale può mancare, tutto può essere trasformato, fino alla manifestazione della "sua gloria"? Giovanni Ciravegna |
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