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N. 8 agosto-settembre 2009
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Copertina di GIOVANNI CIRAVEGNA «La
croce, segno identificativo di ogni vero discepolo di Gesù» Di tutte le stazioni della Via Crucis – la Via dolorosa tracciata per le strade della vecchia Gerusalemme, che i pellegrini percorrono con tanta devozione – «l’unica assolutamente sicura, al cento per cento, è il Calvario». Lo ha affermato recentemente il biblista archeologo padre Frédéric Manns, direttore emerito dello Studio biblico francescano di Gerusalemme, nei giorni stessi della visita del Papa in Terra Santa. Lo studioso sottolinea che il Calvario è il luogo della sepoltura perché la tomba fu distrutta e questo divenne il motivo della prima crociata. Luogo sicuro, precisa ancora, in quanto gli scavi «hanno permesso di vedere una grande spaccatura in questa roccia», dovuta al fatto che quando Gesù morì ci fu un forte terremoto, come attestano i Vangeli stessi. «A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ...ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del Tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono… Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: Davvero costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,45-54).
Descritta questa scena, l’evangelista Matteo porta subito la nostra attenzione su un quadretto particolarmente significativo: «Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo»; sono queste le donne che «dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana andarono a visitare la tomba» (Mt 28,1). Nella narrazione di Matteo balzano subito agli occhi almeno due particolari: queste donne «osservavano da lontano», e tra queste donne non è nominata Maria, la madre di Gesù. Viene immediatamente spontaneo domandarsi il perché. Al di là di tante possibili interpretazioni e risposte, pare più opportuno andare direttamente al Vangelo di Giovanni e sapere che Maria, la madre di Gesù, «stava presso la croce» e poter ascoltare la voce di Gesù che «vedendo la Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla Madre: Donna, ecco tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! E da quel momento il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27). È a questa pagina giovannea che si ispira la nostra artista, per tradurre in forma visiva tutta l’intensità del «mistero della crocifissione». Si può anche suggerire di provare qualche volta a pregare il rosario con questa immagine davanti agli occhi, per cogliere alcuni aspetti che sicuramente aiutano a vincere le troppe "distrazioni" che spesso ci disturbano nelle nostre meditazioni. La scena più drammatica di tutta la storia – la morte di Gesù in croce – viene tradotta in un’espressione intensamente meditativa, pacata, quasi rasserenante: la centralità è riservata a Gesù che, disteso sulla croce, abbassa gli occhi socchiusi verso la Madre e il discepolo che "stanno" presso la croce. Questi non "sono fuggiti" come gli apostoli; non "guardano da lontano" come le altre donne, ma "stanno" fermi, decisi, con coraggio e con amore.
Giovanni e Maria, a loro volta, tengono gli occhi socchiusi, per non vedere e sentire altro che l’ultima consegna d’amore. Le mani di Maria sono la vera traduzione di questa totale consegna e non possono non richiamare quelle mani che hanno accolto la consegna dello Spirito Santo nell’ora dell’Annunciazione; mani che hanno stretto ed accarezzato tante volte il piccolo Gesù; mani che ora consegnano il Figlio al Padre; ma, nello stesso tempo, quelle mani sono ancora aperte per accogliere tutti coloro che "suo Figlio" le ha affidato in questo momento: in quel «discepolo che Gesù amava» ci siamo tutti noi. L’atteggiamento dell’apostolo Giovanni sotto la croce non può non richiamare la scena dell’Ultima Cena, con il capo reclinato sul petto di Gesù: quella mano che sostiene ed accarezza la guancia esprime la profondità di un amore gratuitamente ricevuto e che ora gli chiede di essere il discepolo dell’accoglienza e il testimone dell’amore. Giovanni Ciravegna |
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