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N. 8 agosto-settembre 2009
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Problemi attuali di mariologia di GIUSEPPE DAMINELLI, smm Concepiti dalla Parola La lectio divina, di cui la Vergine appare
modello ineguagliato, è il mezzo che il cristiano, guidato dallo Spirito
del Signore, deve usare per rendersi cosciente di ciò che in realtà egli
è. Iniziare delle riflessioni sulla lectio divina parlando di Maria può sembrare un eccesso di devozione mariana. Eppure Maria è la madre del Verbo, la Parola che Dio mandò sulla terra e non ritornò a lui senza frutto (Is 55,10-11). Anche accettando questo fatto, come possiamo paragonarci a Maria? Eppure l’annuncio – come a Maria – viene fatto anche a noi. Il progetto di Dio svelato a Maria viene esteso a tutti gli uomini per mezzo della Chiesa, di cui Maria è il modello (Ef 3,3-13). Nella Chiesa e nel cristiano, il progetto di Dio viene attuato, come per Maria, dalla stessa potenza dell’Altissimo: lo Spirito Santo (Ef 1,19-23; Rm 1,16; 8,9-13).
Il progetto di Dio La risposta, l’apertura alla potenza che opera il disegno dì Dio, è personale, sia per Maria, sia per ciascuno di noi. Tuttavia, Maria è lì, come stella del mattino, a indicarci la strada: «Eccomi, sono la serva dei Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Poiché anche a noi, non solo viene dato il potere di divenire figli di Dio (Gv 1,12), ma che il Cristo, accolto prima da Maria e da lei nato, abiti per la fede (la quale è appunto accoglienza della potenza dello Spirito che ha reso Maria madre del Verbo) nei nostri cuori (Ef 3,17-19). In questa prospettiva, considerando cioè Maria come modello della lectio divina, ci sarà più facile intuire il coinvolgimento che l’ascolto della Parola di Dio, mediante la lectio, esige dalla Chiesa e da ciascuno di noi. Inoltre, potremo intuire come la lectio divina non è un esercizio speculativo o raziocinante, è prima di tutto accoglienza del progetto di Dio: «Che Cristo sia tutto in tutti» (Col 3,11; Gal 3, 28) e lo Spirito lo va attuando in coloro che si sottomettono a lui. In questa prospettiva del mistero della lectio è quindi indispensabile considerare la figura di Maria quale madre e modello della lectio.
La vera crescita In ogni uomo vi è la dimensione mariana di accoglienza della Parola. L’uomo è per natura un essere in divenire e perciò un essere aperto e bisognoso di ricevere. Tutta la crescita umana è contrassegnata dalla legge del ricevere. Noi sviluppiamo la nostra intelligenza accogliendo delle nozioni. Sviluppiamo il nostro corpo e lo manteniamo in vita aprendoci all’aria che preme attorno a noi, assumendo il cibo che lo nutre. Non possiamo stare senza ricevere. In fondo anche quando agiamo sulla realtà, la realtà stessa ci plasma. Un lavoro che facciamo con facilità è una espressione del nostro essere, ma è anche, di rimando, un plasmare e ampliare le nostre capacità. Gli antichi dicevano: «Fabricando fit faber» (Fabbro si diventa, non si nasce). La dinamica della crescita umana pone dunque una grande responsabilità di fronte a noi stessi: diveniamo ciò che assimiliamo. La sapienza cristiana sta appunto nel selezionare quanto ci è giovevole: tutto è vostro, tutto però deve essere in funzione della nostra vera crescita, poiché voi siete di Cristo (1Cor 3,22). La Parola di Dio, dicevamo, ci propone il progetto che in modo personale dobbiamo realizzare: Cristo, essere conformi al Figlio suo (Rm 8,29). L’uomo cede facilmente ad un’altra parola, cede a se stesso. Eva ne è un esempio. L’uomo era stato avvertito di non mangiare dell’albero della conoscenza dei bene e del male, perché sarebbe morto (Gn 2,16-17). L’uomo, cioè, non ha in se stesso la possibilità, un criterio di differenziarsi da se stesso, è chiuso nella sua limitata possibilità, e basandosi esclusivamente su ciò che sente, muore.
Un dono rifiutato A livello psicologico il peccato di Adamo e di Eva è un individualismo infantile, tipico di ogni nevrotico: la paura di crescere e al tempo stesso il desiderio di conservare se stesso racchiuso nelle sue esperienze emozionali primitive. In conseguenza Adamo ed Eva non accettano la limitazione proposta da Dio e del loro essere in divenire, bisognosi di una guida: il comando di Dio, la sua parola. Non accolgono il dono della parola, si chiudono e si basano sulle loro possibilità, non crescono più e muoiono: «Quando tu ne mangiassi certamente moriresti…». A Eva sembra limitativa questa parola, ma è un suo giudizio soggettivo. Cristo dirà poi: se tu vuoi la vita, la devi perdere (Mc 8,35), non devi credere al progetto di te stesso stimolato solo da tuoi desideri, dal tuo essere creatura. Il tuo progetto è in te, ma non l’hai voluto e pensato tu. Lo puoi conoscere nella misura che cresci e per crescere devi ricevere e per ricevere devi aprirti all’accoglienza della Parola. «Solo per la Parola» Maria al contrario manifesta un altro atteggiamento. Apparentemente, la sua vita fino all’Annunciazione è insignificante, ha solo una disponibilità verso la Parola di Dio. Crede che il modo migliore per accogliere la Parola sia non sposarsi, rimanere vergine. Il suo rimanere vergine non è principalmente un fatto biologico. È la verginità del cuore. Cioè, l’unico suo desiderio è rimanere aperta solo al Padre. Tutto il resto, la realizzazione della sua vita secondo i parametri umani, è escluso. Rimane aperta solo per la Parola. E quando la Parola fu inviata, la accolse e la Parola si fece carne ed abitò tra noi (Gv 1,14). Tutta la vita di Maria era stata preparata a questa accoglienza. Certamente lei non era cosciente di essere colei che doveva dare spazio nel suo grembo a colui che era stato promesso (Gn 3,15; Is 7,14-15). Nel suo essere, Dio aveva preparato un posto per il Figlio suo. La parola dell’Angelo fa emergere alla coscienza di Maria ciò che lo Spirito aveva già operato in lei.
Come in Maria, così in ciascuno di noi vi è un inconscio che non conosciamo. Ciò che dice san Paolo per la preghiera (Rm 8,26) vale anche per la nostra vita: noi non sappiamo cosa essa contenga nel suo progetto più vero. Sono la Parola di Dio e il suo Spirito che manifestano, fanno emergere al nostro spirito che siamo figli (Rm 8,16). La lectio divína dunque è il mezzo che il cristiano (guidato dallo Spirito del Signore) deve usare per rendersi cosciente di ciò che in realtà egli è. Siamo realmente figli, dice Giovanni (1Gv 3,1-2), anche se non si è ancora manifestato ciò che siamo. Sono la Parola e lo Spirito che ci aiutano già da ora a intuire come di riflesso e in modo confuso (1Cor 13,12) ciò che già siamo. La lectio, in altre parole, è il mezzo di cui disponiamo per rendere cosciente la presenza non conosciuta dello Spirito che è in noi e lo Spirito ci manifesta la presenza del Signore (Gv 16,13-15). Ap 3,20 Si possono intendere in questo senso le parole dell’Apocalisse (Ap 3,20). Ecco, io sto alla porta della tua consapevolezza e busso; con che cosa? Mediante lo Spirito che geme in noi (Rm 8,23); se tu mi apri questa porta della tua presa di coscienza, io entro. La chiave per aprire questa porta è la lectio divina e la teniamo noi. Maria concepisce la Parola che era presso Dio ed era Dio (Gv 1,1) per cui diviene madre di Dio in quanto è Dio la persona del Verbo che si fa uomo in lei e diventa suo figlio. Noi siamo concepiti dalla Parola che ci fa divenire figli (Gal 4,4-7; Gv 1,12-13). La lectio dunque è per crescere nella somiglianza, conformarsi, modellarsi alla stessa forma di Cristo. È, in altre parole, divenire fratello di Cristo e di conseguenza figli del Padre suo e Padre nostro (Gv 20,17). Giuseppe Daminelli E. Bianchi, Ascoltare la Parola, Qiqajon 2008, pp. 144, € 10,00. |
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