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N. 8 agosto-settembre 2009
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Conversazione
di GIUSEPPE PELIZZA sdb La cura dello spirito «Là dove c’è il Signore della vita, non c’è
spazio per la noia». Gli anni in cui la nobiltà affogava nella noia non appartengono ad un passato che si perde nelle nebbie della memoria. Quegli anni sono quanto mai i nostri. Non certo perché esista ancora una nobiltà tediata che si pone quale modello alla società, piuttosto perché il benessere ha distribuito un po’ a tutti quei benefici che un tempo erano appannaggio solo di una componente, peraltro molto ristretta, della società. Inutile nascondere che le condizioni di vita sono notevolmente migliorate, anche solo rispetto a cinquant’anni fa. Ma al miglioramento economico non ha sempre corrisposto un’elevazione dello spirito. Non si tratta di fare del facile pessimismo, quanto constatare come la noia sia uno dei malesseri del nostro tempo. «Il cristiano è realista, non nasconde la croce» Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura e uno dei massimi poeti italiani, aveva definito la noia come la condizione della nostra vita, una malattia da cui non si guarisce. Il cristiano non può accettare questa affermazione come una sentenza definitiva né sulla vita, né per il nostro tempo. Per qualche facile maestro dello spirito, il cristiano è ottimista per definizione. Forse, ma non è così. Anzi, talvolta, l’ostentato ottimismo produce solo una reazione avversa che allontana dalla fede, invece di avvicinare chi ne avrebbe più bisogno. Il cristiano è realista, non nasconde la croce e le difficoltà, ma assume la fatica e la fa propria accettando la condizione umana senza fughe, nascondimenti o ripiegamenti.
Come in tutte le appartenenze sociali troviamo la noia quale malattia mortale dello spirito, così in tutte le componenti della comunità umana ritroviamo persone che non conoscono il tedio e la stanchezza della vita. «Perché c’è lui» Non è quindi il benessere la causa prima dell’insofferenza, ma la perdita del senso, la scomparsa di una meta che conduce allo smarrimento dello spirito, al disagio e all’insoddisfazione. Quello che sovente abbiamo di fronte è un uomo che deve essere ricostruito e a cui occorre ridare un motivo d’esistere e non un uomo che debba riposare. Qualunque alternativa alla quotidianità, anche se ricercata con frenesia e spasmo, non induce alla riscoperta di sé o all’arricchimento, poiché il malessere della vita è già dilagato nelle regioni dell’anima. È la quotidianità che si è svuotata di senso, non sono le vacanze che hanno perso il loro fascino. Se per molti il tempo del riposo produce soltanto stordimento o apatia, è perché il tempo del lavoro si è dissipato nella ricerca di un fine che non è il suo: la realizzazione della creazione secondo il piano d’amore di Dio. Più volte il Papa ha sottolineato l’importanza delle vacanze quale tempo privilegiato che permette all’uomo di riacquistare la sua dimensione interiore. Se vogliamo che le nostre vacanze non ci regalino tediosità e insofferenza, facciamo a noi stessi il regalo di un tempo spirituale. Intessuto non solo di riposo fisico o di svago, ma un tempo in cui predomina il Signore con la sua presenza. Saranno momenti di silenzio e di preghiera, giornate di ritiro o settimane di esercizi spirituali. Le modalità sono le più varie, ma la certezza è una sola: là dove c’è il Signore della vita, non c’è spazio per la noia o lo sconforto, perché c’è lui. Giuseppe Pelizza |
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