Madre di Dio

 

N. 8 agosto-settembre 2009

 «Una felice decisione»
    Sergio Gaspari

 «Da uno all’altro»

«L’ultima consegna d’amore»
    Giovanni Ciravegna

"Madre sempre vergine..."
    Giuseppe Versaldi

Concepiti dalla Parola
    
Giuseppe Daminelli

L’Eucaristia e Maria
    
Salvatore M. Perrella

Un problema, oggi, di comunicazione
    Stefano De Fiores

Sensazione di stupore
  
 Moreno Roncoletta

Prima del riposo notturno

«Stava in piedi presso la croce»
    
Sergio Gaspari

Un segreto venuto dal cielo
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

La cura dello spirito
  
 Giuseppe Pelizza

«Quanti preghi indarno!»
  
 Eliseo Sgarbossa

«Mi ha voluto tanto bene»
    Sabino Amedeo Lattanzio

Helder Câmara, una vita per i poveri
    
Maria Di Lorenzo

«Apparve poi un segno grandioso»
    Luisa Tarabra

Opinioni

Scaffale

Nella Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 8 agosto-settembre 2009 - Copertina

 "Magnificat" 

 
a cura di ELISEO SGARBOSSA ssp

«Quanti preghi indarno!»
   

Sì, davvero: quante preghiere invano aveva elevato Francesco Petrarca durante la sua esistenza, per far coesistere due amori che dividevano il suo spirito: l’amore a Laura (moglie d’altri) e a Dio, cui era destinato con gli ordini sacri, ricevuti ad Avignone dal cardinale Giovanni Colonna. La donna era morta di peste nel 1348, ma il suo ricordo gli bruciava ancora l’anima. Solo nell’incontro interiore con la Vergine Maria il poeta scoprì quell’amore autentico che nobilita e appaga veramente il cuore.

A questo incontro il Petrarca era stato preparato da una antica nostalgia verso la vita solitaria, abbracciata dal fratello Gherardo, che gli aveva ispirato il trattato De vita solitaria (composto a Valchiusa nel 1346), e recentemente da una visita al monastero di Montrieux, seguita da un altro trattato sulla vita consacrata, il De ocio religioso.

Inoltre il poeta, assillato dal timore della morte e dalla percezione della fugacità delle creature, aveva redatto una trilogia, titolata Secretum, concepita come un dialogo con sant’Agostino sulla natura del male, la realtà del peccato e dei vizi capitali, la via del riscatto e la perfezione cristiana.

Ecco la seconda parte del Canto alla Vergine.

V - Miniatura dei secc. XIV e XV, tratta dal volume La Bibbia di Natale, Edizioni San Paolo.ergine chiara et stabile in eterno,
di questo tempestoso mare stella,
d’ogni fedel nocchier fidata guida,
pon’ mente in che terribile procella
i’ mi ritrovo sol, senza governo,
ed ò già da vicin l’ultime strida.
Ma pur in te l’anima mia si fida,
peccatrice, i’ nol nego,
Vergine, ma ti prego
che ’l tuo nemico del mio mal non rida:
ricorditi che fece il peccar nostro
prender Dio, per scamparne,
humana carne al tuo virginal chiostro.

Vergine, quante lagrime ò già sparte,
quante lusinghe et quanti preghi indarno,
pur per mia pena et per mio grave danno!
Da poi ch’i’ nacqui in su la riva d’Arno,
cercando or questa et or quel’altra parte,
non è stata mia vita altro ch’affanno.
Mortal bellezza, atti et parole m’ànno
tutta ingombrata l’alma.
Vergine sacra et alma,
non tardar, ch’i’ son forse a l’ultimo anno.
I dì miei più correnti che saetta
fra miserie et peccati
sonsen’andati, et sol Morte n’aspetta.

V. Miniatura dei secc. XIV e XV, tratta dal volume La Bibbia di Natale, Edizioni San Paolo.ergine, tale è terra, et posto à in doglia
lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne
et de’ mille miei mali un non sapea:
et per saperlo, pur quel che n’avenne
fora avenuto, ch’ogni altra sua voglia
era a me morte, et a lei fama rea.
Or tu, Donna del ciel, tu nostra Dea
(se dir lice, et convensi),
Vergine d’alti sensi,
tu vedi il tutto, et quel che non potea
far altri, è nulla a la tua gran vertute:
por fine al mio dolore;
ch’a te honore, et a me fia salute.

Vergine, in cui ò tutta mia speranza
che possi et vogli al gran bisogno aitarme,
non mi lasciare in su l’extremo passo.
Non guardar me, ma Chi degnò crearme;
no ’l mio valor, ma l’alta Sua sembianza,
ch’è in me, ti mova a curar d’uom sì basso.
Medusa et l’error mio m’àn fatto un sasso
d’umor vano stillante:
Vergine, tu di sante
lagrime et pie adempi ’l meo cor lasso,
ch’almen l’ultimo pianto sia devoto,
senza terrestro limo,
come fu ’l primo non d’insania vóto.

Vergine humana et nemica d’orgoglio,
del comune principio amor t’induca:
miserere d’un cor contrito humile.
Che se poca mortal terra caduca
amar con sì mirabil fede soglio,
che devrò far di te, cosa gentile?
Se dal mio stato assai misero et vile
per le tue man’ resurgo,
Vergine, i’ sacro et purgo
al tuo nome et penseri e ’ngegno et stile,
la lingua e ’1 cor, le lagrime e i sospiri.
Scorgimi al miglior guado,
et prendi in grado i cangiati desiri.

Il dì s’appressa, et non pote esser lunge,
sì corre il tempo et vola.
Vergine unica et sola,
e ’l cor or conscientia or morte punge.
Raccomandami al tuo Figliuol, verace
homo et verace Dio,
ch’accolga ’l mio spirto ultimo in pace.