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N. 8 agosto-settembre 2009
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"Magnificat"
a cura di ELISEO SGARBOSSA ssp «Quanti
preghi indarno!» Sì, davvero: quante preghiere invano aveva elevato Francesco Petrarca durante la sua esistenza, per far coesistere due amori che dividevano il suo spirito: l’amore a Laura (moglie d’altri) e a Dio, cui era destinato con gli ordini sacri, ricevuti ad Avignone dal cardinale Giovanni Colonna. La donna era morta di peste nel 1348, ma il suo ricordo gli bruciava ancora l’anima. Solo nell’incontro interiore con la Vergine Maria il poeta scoprì quell’amore autentico che nobilita e appaga veramente il cuore. A questo incontro il Petrarca era stato preparato da una antica nostalgia verso la vita solitaria, abbracciata dal fratello Gherardo, che gli aveva ispirato il trattato De vita solitaria (composto a Valchiusa nel 1346), e recentemente da una visita al monastero di Montrieux, seguita da un altro trattato sulla vita consacrata, il De ocio religioso. Inoltre il poeta, assillato dal timore della morte e dalla percezione della fugacità delle creature, aveva redatto una trilogia, titolata Secretum, concepita come un dialogo con sant’Agostino sulla natura del male, la realtà del peccato e dei vizi capitali, la via del riscatto e la perfezione cristiana. Ecco la seconda parte del Canto alla Vergine. et stabile in eterno, di questo tempestoso mare stella, d’ogni fedel nocchier fidata guida, pon’ mente in che terribile procella i’ mi ritrovo sol, senza governo, ed ò già da vicin l’ultime strida. Ma pur in te l’anima mia si fida, peccatrice, i’ nol nego, Vergine, ma ti prego che ’l tuo nemico del mio mal non rida: ricorditi che fece il peccar nostro prender Dio, per scamparne, humana carne al tuo virginal chiostro. ò già sparte, quante lusinghe et quanti preghi indarno, pur per mia pena et per mio grave danno! Da poi ch’i’ nacqui in su la riva d’Arno, cercando or questa et or quel’altra parte, non è stata mia vita altro ch’affanno. Mortal bellezza, atti et parole m’ànno tutta ingombrata l’alma. Vergine sacra et alma, non tardar, ch’i’ son forse a l’ultimo anno. I dì miei più correnti che saetta fra miserie et peccati sonsen’andati, et sol Morte n’aspetta.
che possi et vogli al gran bisogno aitarme, non mi lasciare in su l’extremo passo. Non guardar me, ma Chi degnò crearme; no ’l mio valor, ma l’alta Sua sembianza, ch’è in me, ti mova a curar d’uom sì basso. Medusa et l’error mio m’àn fatto un sasso d’umor vano stillante: Vergine, tu di sante lagrime et pie adempi ’l meo cor lasso, ch’almen l’ultimo pianto sia devoto, senza terrestro limo, come fu ’l primo non d’insania vóto. Vergine humana et nemica d’orgoglio, , et non pote esser lunge, sì corre il tempo et vola. Vergine unica et sola, e ’l cor or conscientia or morte punge. Raccomandami al tuo Figliuol, verace homo et verace Dio, ch’accolga ’l mio spirto ultimo in pace. |
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