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N. 11 dicembre 2009
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Problemi attuali di mariologia di GIUSEPPE DAMINELLI, smm Vita dello spirito nel
Nuovo Testamento Riconoscimento della funzione esemplare di Maria
nella storia della salvezza, atteggiamento di lode verso di lei,
accoglienza nella fede del suo ruolo materno. Il cristianesimo non si lascia catalogare in formule o concetti, perché è innanzitutto dono, presenza, esperienza, vita. Ciò spiega le molteplici interpretazioni della vita cristiana date dagli autori del Nuovo Testamento secondo l’impatto con le diverse aree culturali e la crescita nella comprensione del mistero di Cristo. Il bilancio dei testi mariani del Nuovo Testamento è alquanto sobrio: un solo passo nelle 21 lettere apostoliche (Gal 4,4), una menzione negli Atti (At 1,14), due accenni in Marco e paralleli (Mc 3,21.31-35; cf Mt 12,46-50; Lc 8,19-21; 11,27-28; Mc 6,3), due episodi in Giovanni (Gv 2,1-12; 19,26-27), una presenza più accentuata nei Vangeli dell’infanzia (Mt 1-2; Lc 1-2). Maria non ha dunque un grande rilievo quantitativo nel Nuovo Testamento; tuttavia nonostante questa discrezione, essa vi appare con «un compito unico nella storia della salvezza». Ponendoci dal punto di vista vitale, ossia della risposta dell’uomo al piano salvifico, notiamo nel messaggio neotestamentario un riconoscimento della funzione materna ed esemplare di Maria nella storia della salvezza, un atteggiamento di lode verso di lei e un’accoglienza nella fede del suo ruolo materno: elementi questi che costituiscono il fondamento biblico della presenza di Maria nella vita cristiana.
Paolo accenna una sola volta alla Madre del Messia, ma in forma anonima, incurante della personalità spirituale della «donna» che inserì Cristo nella stirpe umana (Gal 4,4) in una condizione di kenosi, debolezza e impotenza (cf Gb 14,16). A. La catechesi evangelica di Marco è dominata dalla polemica antigiudaica, nella quale occorreva sottolineare 1’insufficienza dei legami carnali per ereditare il regno di Dio e l’esclusione di ogni privilegio dei parenti del Signore nella comunità di Gerusalemme: nella famiglia spirituale di Gesù si entra solo facendo la volontà di Dio (Mc 3,35). In tale contesto un’esaltazione della Madre di Gesù sarebbe stata controproducente: ella perciò rimane confusa nell’ambito del clan familiare ostile a Gesù (cf Mc 6,4), ma chiamato come tutti gli altri gruppi a far parte dei discepoli. B. Matteo inserisce Maria nel piano della salvezza, presentando la sua maternità verginale per opera dello Spirito Santo (Mt 1,18-25). Ma, ponendosi dalla prospettiva di Giuseppe che percepisce il mistero e non vuole intromettersi arbitrariamente in un’opera divina, menziona la condivisione della sorte del Figlio da parte di Maria (cinque volte usa l’espressione «il bambino e sua madre»), senza però rilevare la partecipazione personale di lei. C. La valorizzazione piena di Maria è dovuta a Luca e a Giovanni, che la fanno entrare direttamente in scena nei misteri dell’infanzia e della vita pubblica di Cristo, rivelandone la missione e la spiritualità. A questa visione positiva contribuiscono vari fattori: a) il declino dell’attesa escatologica concentra l’attenzione sui valori messianici e quindi su Maria piena di grazia e adombrata dallo Spirito; b) l’approfondimento cristologico porta a ricercare, oltre all’avvenimento centrale della morte e risurrezione e alla vita pubblica, le origini del Cristo naturalmente legate a sua madre; c) la mentalità ellenistica più aperta alla donna e l’attutimento della polemica antigiudaica rendono più disponibili alla percezione del ruolo di Maria. Si giunge così ad un recupero dei racconti dell’infanzia fondati probabilmente sui ricordi di Maria stessa ed elaborati in circoli particolari in base alla teologia allusiva e alla meditazione midrashica. Il midrash adottato da Luca non ha lo scopo di riportare materialmente gli eventi, ma piuttosto di approfondire la loro portata teologica mediante il ricorso ai testi dell’AT in un gioco di riferimenti, allusioni, procedimenti letterari e alla luce dei fatti accaduti successivamente, soprattutto del mistero pasquale.
Luca supera la concezione biologico-naturale della maternità di Maria, insufficiente a far entrare nel regno di Dio, proponendola come vocazione e funzione salvifica accolta nella fede. L’annuncio dell’Angelo (Lc 1,26-38) è il racconto di una vocazione, di un’elezione da parte di Dio per una missione di salvezza a favore del popolo. L’inserimento di Maria nella storia della salvezza è ribadito da due espressioni: «Serva del Signore» (Lc 1,38), che pone Maria tra i personaggi prescelti da Dio come strumenti eletti per il compimento dei suoi disegni e che furono fedeli al loro compito (cf Gn 26,24; Nm 12,7; 2Sam 7,5); «Benedetta tu fra le donne» (Lc 1,42), che designa non solo la preferenza data a Maria tra tutte le sue contemporanee come madre del Messia, ma anche la funzione salvifica del suo ruolo materno. Mentre la maledizione sradica dal tronco vivo delle promesse, la benedizione indica la partecipazione ai beni messianici e un apporto alla salvezza. L’intima partecipazione di Maria all’opera del Figlio viene delineata da Simeone quando annuncia la morte violenta del Messia con una formulazione mariana: la spada che trafigge 1’anima di Maria (Lc 2,35) indica il contraccolpo dell’uccisione del Figlio, punto culminante dell’ostilità contro il Messia. La Madre è associata alla passione e all’esecuzione del giudizio messianico che svela i disegni dei cuori. L’episodio del ritrovamento di Gesù nel Tempio proietta una luce sul futuro del Messia aggiungendo un elemento nuovo: è un segno profetico della missione di Gesù culminante nel mistero pasquale. «È ritrovato dopo tre giorni nel Tempio – afferma sant’Ambrogio – perché ci fosse un indizio che dopo il triduo della sua trionfale passione sarebbe risorto». Maria, nei tre giorni di separazione dal Figlio, trascorsi in un dolore vivissimo (Lc 2,48; cf 16,24-25; At 20,38), ha avuto l’esperienza anticipata della morte e risurrezione, anche se la comprensione di questo mistero dovrà essere differita nel futuro (Lc 2,49). Durante la vita pubblica il ruolo materno di Maria si esprime nella ricerca del Figlio e nell’ascolto della sua parola, che invita a dare il primato ai rapporti di fede e di adesione alla volontà di Dio: la Madre diviene discepola (cf Lc 8,19-20; 11,28).
D. Questa prospettiva è accentuata da Giovanni, che situa Maria nei due momenti decisivi della prima manifestazione messianica di Cristo (Gv 2,1-12) e del culmine della sua missione salvifica (Gv 19,26-27): «Nel pensiero dell’evangelista Maria è dunque strettamente associata all’"ora" e alla glorificazione di suo Figlio». L’episodio delle nozze di Cana ha un signifìcato messianico: è un preludio della nuova alleanza che mette in crisi le istituzioni giudaiche simboleggiate dall’acqua, indicando il banchetto nuziale che riunirà i dispersi fìgli di Dio. Maria concorre certamente a preparare il primo segno suscitatore della fede degli apostoli, anche se la risposta di Gesù esprime un certo distanziarsi di lui da sua Madre. Egli rivendica la sua trascendenza messianica abolendo la dipendenza dalla Madre, chiamata ad esercitare il suo influsso non su Gesù, ma al suo servizio: la Madre diventa la donna, discepola e collaboratrice in ordine alla costituzione del primo nucleo del nuovo popolo di Dio che accetta nella fede l’alleanza con il Signore. Sul Calvario la relazione della Madre e del Figlio riceve una nuova trasformazione, di cui Gesù prende 1’iniziativa: la maternità fisica di Maria è come abolita dalla morte di Cristo ed è sostituita con una maternità d’altro genere, quella nei riguardi dei discepoli di Cristo, inclusi nel discepolo amato. Lo schema di rivelazione di Gv 19,25-27 proclama questa nuova maternità di Maria: è la Figlia di Sion che genera nel dolore in un sol giorno il nuovo popolo (cf Is 66,7-8; Gv 16,21), è la Gerusalemme-Madre dei dispersi figli di Dio unificati nel tempio della persona di Cristo. Giuseppe Daminelli |
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