Madre di Dio

 

N. 11 dicembre 2009

 Esortazione
    Sergio Gaspari

 Quel giorno
   Battista Galvagno

«Impariamo ogni giorno a servire»
    Giovanni Ciravegna

"Madre del buon consiglio..."
    Alberto Maria Careggio

Vita dello spirito nel Nuovo Testamento
    
Giuseppe Daminelli

Un segno di speranza
    Nieves San Martín

Un nuovo linguaggio sulla mediazione
    Stefano De Fiores

Una «Sacra Famiglia»
  
 Giovanni Battista Magoni

Un ritratto realistico e motivato

Dogma moderno, dottrina antica
    
Sergio Gaspari

Un privilegio del Signore onnipotente
    
Alberto Rum

Fatti e persone
    
a cura di Stefano Andreatta

Il Dio per noi
  
 Giuseppe Maria Pelizza

«Stella del nostro mar»
  
 Eliseo Sgarbossa

Maria, persona in relazione
    Vincenzo Vitale

Davvero originale
    
Maria Di Lorenzo

Un profondo sentimento quotidiano
    Luisa Tarabra

Opinioni

Scaffale

Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 11 dicembre 2009 - Copertina

 "Magnificat" 

 
a cura di ELISEO SGARBOSSA ssp

«Stella del nostro mar»
   

Vittoria Colonna (Marino, 1490-Roma, 1547), poetessa e nobildonna, figlia di Fabrizio Colonna signore di Anagni e moglie di Ferrante d’Avalos marchese di Pescara, fu una delle donne più celebri del Rinascimento italiano. Rimasta vedova senza figli, cercò conforto nelle amicizie con illustri personalità della cultura e dell’arte, fra cui i cardinali Contarini, Bembo e Reginald Pole, e i più noti umanisti del suo tempo.

Coinvolta negli scontri fra le famiglie Colonna e Farnese, fu esiliata da Roma e viaggiò molto fra Napoli e il Nord Italia, ospite delle corti di Ferrara (Estensi) e di Mantova (Gonzaga), preferendo infine rifugiarsi presso diversi monasteri del Lazio: Orvieto, Viterbo, Roma. Documento di una vita così intensa è il suo epistolario (Lettere, 1530-1570).

La sua fama letteraria è dovuta alle sue opere poetiche – Rime (1538), Rime Spirituali (1546), Pianto sulla Passione di Cristo e Orazione sull’Ave Maria (1556). Ma Vittoria è altrettanto celebre per il suo stretto rapporto affettivo e intellettuale con Michelangelo, al quale fu legata da profonda amicizia. Colpita infine da una grave malattia, fu accolta dalla nipote Giulia Colonna e morì il 25 febbraio 1547 nel palazzo di Torre Argentina in Roma.

Ecco due suoi sonetti mariani dalle Rime Spirituali.

Vergine pura...

Vergine pura, che dai raggi ardenti
del vero Sol ti godi eterno giorno,
il cui bel lume in questo vil soggiorno
tenne i begli occhi tuoi paghi e contenti,

uomo il vedesti e Dio, quando i lucenti
suoi spirti fêr l’albergo humile adorno
di chiari lumi, e timidi d’intorno
stavan tremando al grand’ufficio intenti.

Immortal Dio nascosto in mortal velo
l’adorasti Signor, figlio il nutristi;
l’amasti sposo e l’onorasti padre.

Prega lui dunque, che i miei giorni tristi
ritorni in lieti; e tu, donna del cielo,
vogli in questo desìo mostrarti madre.

Stella del nostro mar

Stella del nostro mar, chiara e secura,
che ’l Sol del Paradiso in terra ornasti
del mortal sacro manto, anzi adombrasti
col vel virgineo tuo sua luce pura,

chi guarda al gran miracol più non cura
del mondo vile, e i vani empi contrasti
sdegna de l’oste antico, poi ch’armasti

d’invitta alta virtù nostra natura.
Veggio il Figliuol di Dio nudrirsi al seno
d’una vergine madre, ed ora inseme
risplender con la veste umana in Cielo;

onde là su nel sempre bel sereno
al beato s’accende il vivo zelo,
al fedel servo qui la cara speme.

Miniature dei secc. XIV e XV, tratte dal volume La Bibbia di Natale, Edizioni San Paolo.

S’è accennato all’amicizia di Vittoria Colonna con Michelangelo Buonarroti (1475-1564). Quando lo scultore terminava il suo primo capolavoro, la Pietà (1499), Vittoria non aveva ancora compiuto dieci anni, ma rimase presto affascinata dal genio di Michelangelo. Il quale la conobbe, anni dopo, e a sua volta fu colpito dalla bellezza di lei, e più tardi dalla intensità delle sue esperienze umane e religiose. Vittoria divenne per lui una amica fraterna e ispiratrice, anzi "un amico", come lo stesso artista affermò quando ella venne a mancare: «Morte mi tolse un grande amico». Ciò avveniva quando Vittoria, a cinquantasette anni, concludeva la sua esistenza terrena, dopo essere stata a lungo assistita da Michelangelo in persona. Riportiamo a confronto alcuni versi dello scultore, duri come schegge di marmo ma originali per il mistero che evocano: nella bellezza dei volti scolpiti (si pensi alle sue Madonne), l’arte rende viva e immortale l’opera, che sopravvive al suo creatore.

Come una "Pietà" vivente

Com’esser, donna, può quel c’alcun vede
per lunga sperïenza, che più dura
l’immagin viva in pietra alpestra e dura
che ’l suo fattor, che gli anni in cener riede?

La causa a l’effetto inclina e cede,
onde dall’arte è vinta la natura.
E ’l so, che ’l pruovo in la bella scultura,
c’all’opra il tempo e morte non tien fede.

Dunche, posso ambo noi dar lunga vita
sì che mill’anni dopo la partita,
quanto voi bella fusti e quant’io lasso
si veggia, e com’amarvi i’ non fu’ stolto.

Sol d’una pietra viva
l’arte vuol che qui viva
al par degli anni il volto di costei,
non già mortal, ma diva,
non solo agli occhi miei.

Poi la ferita al cuore dell’artista, quando Vittoria gli viene a mancare:

Come resterò ’n vita?
Ahi trista sorte!
Ch’io ne trarrò la morte?

(Michelangelo).