Madre di Dio

 

N. 2 febbraio 2010

 Oggi, come allora
   Ennio Staid

 Messaggio perenne
   Fiorino Triverio

"Capitale della Corona di Polonia"
    Giovanni Ciravegna

"Ammirevole per virtù..."
    Francesco Moraglia

L’Ave Maria, eco del Padre nostro
    
Giuseppe Daminelli

Maria e i sacerdoti
   Salvatore M. Perrella

Attrazione e fascino della Vergine
   Stefano De Fiores

Saggezza evangelica
  
Pier Luigi Cameroni

Il prodigio più grande nella storia

Immagine dell’umanità riconciliata
  
Sergio Gaspari

Costruire sulla Parola di Dio
  
Alberto Rum

Fatti e persone
  
a cura di Stefano Andreatta

I ricordi di un amore
    
Giuseppe Maria Pelizza

«Degnata del secondo nome»
  
 Eliseo Sgarbossa

La mariologia, un cantiere aperto
   Vincenzo Vitale

Come vivere e donare Gesù Cristo
   Carlo Recalcati

Opinioni

Scaffale

Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 2 febbraio 2010 - Copertina

 Sottolineature

   di ENNIO STAID, op

  
Oggi, come allora
   

San Domenico (1170-1221) è stato un uomo concreto. La sua vita è fatta di rapporti, di cose piccole e di grandi viaggi, di strade che non finivano mai. Strade d’Europa che percorreva a piedi cantando a squarciagola inni alla Madre di Gesù e le lodi di Dio. Severo sempre con se stesso, dolcissimo con i fratelli. Se a volte l’angoscia lo prendeva, la causa riguardava sempre il bene dei fratelli. Con tutti parlava di Dio e poteva farlo con onestà perché passava tante ore della notte a parlare con Dio nella preghiera. Come ogni buon padre soffriva pensando ai figli che sbagliano. Nei suoi lunghi viaggi portava con sé il Vangelo di Matteo e le lettere di san Paolo. Quando poi arrivava stremato in un monastero dove vivevano le figlie che aveva aiutato a seguire Cristo, chiedeva un po’ di vino misto ad acqua, felice di rimanere a colloquio con le monache.

Il Vangelo era per lui la buona notizia da far conoscere e da vivere nella letizia e se mortificava il corpo lo faceva soltanto per renderlo più docile all’annuncio della salvezza. Credo che si possa applicare anche a lui ciò che dice, nei Promessi Sposi, fra Cristoforo al fratello converso: «Tutto è puro per chi è puro». Alla fine della sua vita asserisce di aver sempre provato più gioia a parlare con una donna giovane e bella che con una vecchia e brutta. Domenico sentiva ciò come colpa; trovo in questa umanissima "colpa" un aspetto splendido della sua natura di uomo simile a tanti.

Non è uomo sdolcinato o romantico. In lui è chiara la determinazione a realizzare la sua vocazione di predicatore della Grazia. Ciò che vedeva giusto fare, s’impegnava a farlo senza tentennamenti. Non tornava indietro su ciò che aveva lungamente meditato e trovato buono per sé o per i suoi frati. Soleva dire: «So bene ciò che mi faccio», prendendosi la responsabilità di un ordine dato, e questa determinazione non era mai un peso per i suoi fratelli.

La biblioteca (part.) del convento domenicano di san Marco a Firenze.
La biblioteca (part.) del convento domenicano di san Marco a Firenze (foto Giuliani).

Sin da giovinetto è determinato. Sappiamo che era a Palencia a studiare quando una grande carestia devasta la regione. Il beato Giordano di Sassonia, suo successore, scrive ricordando questo episodio: «[Domenico] scosso per la difficoltà dei poveri e divorato dalla compassione, vendette i suoi libri (che al suo tempo erano pergamene preziosissime e costavano più di un appartamento), e tutto quello che aveva per nutrire gli affamati, dicendosi: "Non voglio certo studiare su pelli morte, mentre delle persone muoiono di fame"». Questo gesto è ben più ampio e radicale della vendita e distribuzione di beni valutabili in denaro. Il bene, in questo caso, è il sapere stesso, quel sapere che nell’uomo, tendenzialmente, prende tutti i connotati di un’autorealizzazione. In questo gesto del giovinetto vi è già tracciato il suo cammino. L’unico studio a cui si dissetò avidamente, in seguito, furono «le divine parole che il suo palato trovava più dolci del miele» (Libellus n. 6).

Una volta compreso che la gloria di Dio è l’uomo vivente, Domenico, come Socrate, eserciterà la "maieutica", cercando di far partorire l’immagine di Dio racchiusa nel cuore di ogni uomo. Per lui l’uomo con le sue gioie, i suoi dolori o i suoi errori, veniva prima delle idee che costui potesse avere. È convinto che la fragilità dei fratelli non si guarisce con il bastone, ma con l’amore. È sintomatico, a questo proposito, l’episodio di fra Giovanni, uno dei suoi primi figli, al quale era stato ordinato di recarsi a Parigi. Questi però non vuole partire senza la sicurezza di avere almeno del denaro per il viaggio. Domenico, anziché condannarlo per la sua pusillanimità, gli consegna il denaro richiesto. Per lui fra Giovanni valeva molto di più di quel poco denaro o dell’impegno che aveva preso di vivere da mendicante. Aveva sperimentato che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto.

Domenico è uomo talmente moderno che attua per la sua famiglia religiosa la democrazia così come noi la conosciamo. Prima di lui la Chiesa era guidata, oltre che dal clero secolare, dai monaci, che vivevano un’intensa vita spirituale, però chiusi nei loro monasteri sotto la guida di un abate eletto a vita. Al contrario, Domenico disperde i suoi figli per le strade del mondo e il monastero è sostituito dalla strada. C’è in lui un fortissimo richiamo a partire. Come Abramo, sente risuonare nel cuore il comando di Dio: «Vattene, lascia, abbandona, dimentica, hai trovato altro». Forse da ragazzo aveva letto ciò che Guglielmo di Saint-Thierry aveva detto ai suoi monaci: «Vi prego, nel vostro peregrinare in questo mondo, nel nostro combattimento sulla terra, costruiamo non delle case per abitarvi, ma delle tende che dovremo abbandonare… Presto emigreremo verso la Patria, verso la nostra città, nella dimora della nostra eternità» (cf Epistola ad fratres Montis Dei, 37-39).

Il convento perciò sarà come una tenda, diventerà il luogo dove i predicatori "con-vengono" dopo la santa predicazione per riposarsi, studiare e prepararsi ad uscire di nuovo. Il responsabile dei frati non sarebbe stato un abate eletto a vita, ma un priore, un primo tra pari, a cui spetta il compito di organizzare la predicazione. Priore eletto dai suoi stessi fratelli che rimane in carica per quattro anni, finiti i quali torna ed essere un frate come tutti gli altri.

Un’altra idea luminosa nasce dal suo cuore e dalla sua intelligenza ed è il Capitolo conventuale, ossia l’assemblea di tutti i religiosi. Nel Capitolo tutti si sentono costruttori della comunità. Nel Capitolo s’impara ad ascoltare il parere e le idee dell’altro e si accetta la volontà della maggioranza.

Innovativa è anche la legge della dispensa. La dispensa nelle regole monastiche era prevista solo per cause di fragilità, soprattutto riguardanti lo stato di salute dei monaci; Domenico inventa una nuova forma di dispensa: dà la possibilità ai frati di essere esonerati dall’adempimento di una o più osservanze per meglio adempiere alla predicazione, che è il fine per cui ha costituito la sua famiglia religiosa. Quando le osservanze diventano ostacolo alla predicazione, la regola della dispensa impedisce che ciò avvenga.

Domenico è profeta attuale perché parla un linguaggio sempre reale, dice cose concrete e le dice attraverso l’esempio della sua vita. Ogni albero lo si riconosce dai frutti, dalle foglie, dai rami, tanto che possiamo dire: questo è un tiglio, quest’altro è una quercia.

Nell’albero di san Domenico in questi secoli c’è stato di tutto e di più, di meno e di meno ancora. L’albero domenicano non è dissimile dall’albero dell’umanità. Anche nella nostra famiglia, come in ogni famiglia, vi sono stati e vi sono tuttora personaggi di grandissimo rilievo. San Tommaso d’Aquino, forse il più noto, e personaggi modesti come san Martino de Porres. Personaggi di animo nobile e altri meno nobili di cui è difficile parlare. Vi sono stati uomini che non hanno dato molta luce, ma anche questi sono figli di san Domenico. In questa famiglia, così particolare, ci sono i gigli e l’ortica, vi sono luci ed ombre, così come vi furono ombre e luci tra gli stessi Apostoli del Signore e come vi sono state e, purtroppo, vi sono nella santa Chiesa o in ciascuno di noi. Questa è la nostra storia, fatta di uomini e non di angeli! I primi cristiani si chiamavano tra loro santi di Dio. Il Vangelo definisce i cristiani «sale della terra». Non il sale del cielo. Sale, alimento umile, che si scioglie in una pentola e rende saporita la pasta. Gli uomini di oggi non sono diversi da quelli incontrati da Domenico. Oggi, come allora, troviamo confusione di idee, ruberie, caos morale, modi diversi di sentirsi cristiani, eresie, divisioni tra i popoli, il pericolo del fondamentalismo religioso, ma anche martiri, poeti, operatori di misericordia, testimoni di pace e di giustizia, uomini e donne semplici che riflettono la luce della misericordia di Dio. Anche a noi oggi, come ai suoi contemporanei, san Domenico rivolge l’invito di Cristo: «Andate in tutto il mondo e predicate l’Evangelo ad ogni creatura!» (Mc 16,15).

Ennio Staid, op
   

«È il Cristo risorto, al quale è stato dato ogni potere in cielo e in terra, che manda i cristiani a predicare il Vangelo ad ogni creatura».

Lino Pedron, sci

 


Apostolato della preghiera
Intenzione mariana del mese
di febbraio

Perché, come Maria, rileggiamo ogni avvenimento della nostra vita alla luce della provvidenza di Dio.