Madre di Dio

 

N. 2 febbraio 2010

 Oggi, come allora
   Ennio Staid

 Messaggio perenne
   Fiorino Triverio

"Capitale della Corona di Polonia"
    Giovanni Ciravegna

"Ammirevole per virtù..."
    Francesco Moraglia

L’Ave Maria, eco del Padre nostro
    
Giuseppe Daminelli

Maria e i sacerdoti
   Salvatore M. Perrella

Attrazione e fascino della Vergine
   Stefano De Fiores

Saggezza evangelica
  
Pier Luigi Cameroni

Il prodigio più grande nella storia

Immagine dell’umanità riconciliata
  
Sergio Gaspari

Costruire sulla Parola di Dio
  
Alberto Rum

Fatti e persone
  
a cura di Stefano Andreatta

I ricordi di un amore
    
Giuseppe Maria Pelizza

«Degnata del secondo nome»
  
 Eliseo Sgarbossa

La mariologia, un cantiere aperto
   Vincenzo Vitale

Come vivere e donare Gesù Cristo
   Carlo Recalcati

Opinioni

Scaffale

Famiglia Paolina
   
Giovanni Perego

Santuari mariani Extraeuropei
  

Madre di Dio n. 2 febbraio 2010 - Copertina

 

 

 

 

 Conversazione

 
di GIUSEPPE MARIA PELIZZA sdb

I ricordi di un amore
   

«La fede in Gesù, figlio della Vergine e figlio del Padre, ci fa tendere la mano verso la sua, lacerata dalle ferite della passione».
  

C'è chi vive di ricordi e alimenta le sue giornate, altrimenti stanche e infide, di speranza e desiderio, trovando nella memoria di chi è stato le ragioni del vivere.

Altri, invece, vorrebbero che l’oblio coprisse i loro ricordi poiché da essi sono tormentati, forse anche perseguitati, fino a provare nell’indugiare delle ore solo l’amaro che nessun tempo riesce ad addolcire, solo l’acredine che nulla riesce a stemprare. La vita pare esser stata matrigna con loro, dispensatrice di angosce più che di gioie.

Ma a tutti la fede rivolge il suo invito, tutti convoca alla speranza. Anche chi ha provato quanto crudele possa essere un tradimento, un abbandono, una solitudine, anche costui è chiamato alla fede, perché le sue porte sono aperte a tutti gli storpi della vita, sono spalancate a tutti i ciechi dell’esistenza, e non restano chiuse a nessuno che sente d’aver fallito i suoi giorni.


Foto Liquidlibrary
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Perché la fede in Gesù, figlio della Vergine e figlio del Padre, ci fa tendere la mano verso la sua, lacerata dalle ferite dell’amore, che uscendo vittorioso dal sepolcro la tende a noi, offrendoci così la sua vita immortale poiché per tutti lui è morto ed è risorto. In lui, il Vivente, il ricordo dell’amore ricevuto e donato diventa intercessione d’amore per chi ancora amiamo. In lui, l’amore con cui siamo stati amati ancora giunge a noi perché lui è la Risurrezione e la Vita. In lui, l’amore che avremmo voluto esprimere, quell’amore che nutrivamo, ma eravamo incapaci di pronunciare, può ancora essere detto con una parola mesta di desiderio, o gridato in un pianto, o proferito sommessamente nella tenerezza della notte. Perché lui è il cuore della vita e chi è in lui, di lui vive e più non muore.

Questa è la nostra fede, la nostra speranza, la nostra gioia. Una gioia che né la tribolazione del momento presente, né l’angoscia del futuro ci possono togliere, perché non è fondata in noi, ma in lui, Gesù, vita eterna di Dio.

In lui, fluire incessante di luce, ogni ombra si dipana, mentre il ricordo si sostanzia d’un amore che rischiara i nostri giorni terreni. Così, il ricordo diventa, nella preghiera, comunione. I ricordi dell’amore donato, ricevuto, sofferto, nascosto o svelato uniti nel Cristo risorto sono trasfigurati di gloria infinita e raggiungono coloro i quali hanno percorso con noi i sentieri della vita.

Solo l’amore di Cristo unisce e lui ci ama tutti e singolarmente di amore esclusivo e personale. È il Risorto che abbraccia in un solo amore tutti noi. Noi, per i quali lui ha donato la vita, noi che siamo il ricordo del suo cuore al quale rivolgiamo, forse con un po’ di stupore, le stesse parole del buon ladrone: «Ricordati di me…» e che lui assume sulle sue labbra e con noi e per noi rivolge al Padre: «Ricordati di tutti quelli per i quali ti offriamo questo sacrificio».

In lui, il Santo per eccellenza, noi tutti che crediamo e abbiamo creduto in lui formiamo la comunione dei santi. Santi dalla sua santità. Santi per la sua santità. Da lui la riceviamo e per lui la viviamo. Questa comunione dei santi, perché uniti al Santo, fa sì che il nostro ricordo umano diventi un agire di Cristo in noi a favore dei nostri fratelli. Un essere già con loro, anche se i nostri occhi, che non più li vedono, ancora non li contemplano. Uniti a Cristo, signore del tempo, permettiamo che lui assuma in sé il nostro ricordo e lo estenda sugli orizzonti infiniti dell’eternità e raggiunga così tutte le generazioni umane e in particolar modo coloro con i quali abbiamo spezzato lo stesso pane e pianto le stesse lacrime.

Nell’incanto di questa comunione, splende di luce sfavillante la Vergine di Nazaret: in lei Dio si è consegnato totalmente all’uomo e in questo suo dono indissolubile ha legato a sé tutta la nostra povera umanità intessuta di gloria e di miseria, di dolore e di speranza. In lei, la nostra gloria è divenuta umiltà, la nostra miseria si è trasfigurata in splendore, il nostro dolore in gioia e la nostra speranza ha assunto il volto del suo figlio Gesù.

Giuseppe Maria Pelizza