![]() |
|
|
|
N. 3 marzo 2010
|
Opinioni
di BRUNO PODESTÀ, diacono La Parola: CRISTO, FIGLIO DI DIO E FIGLIO DELL’UOMO. Si fa sempre più ricorrente l’idea di un Cristo che ha preso coscienza di essere il Figlio di Dio solo gradualmente, mediante la conoscenza delle Scritture e gli avvenimenti della sua vita. È stato scritto che sua Madre ha esercitato un influsso determinante nell’educazione e nella formazione di Gesù fino a fargli raggiungere la piena maturità umana e religiosa, come se il Bambino fosse stato totalmente ignorante della sua identità divina e della sua pienezza di grazia e di sapienza. È stato scritto, addirittura, che fu solo quando ricevette il Battesimo dal Battista sul Giordano e dopo aver udito le parole del Padre, «Tu sei il mio Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto», che Gesù si rese pienamente cosciente di essere lui il Figlio mandato dal Padre.
A me sembra che queste affermazioni non corrispondano a verità. Certo, Cristo volle vivere normalmente come tutti gli altri uomini, soggetto alle limitazioni della natura umana; ma dire che per trent’anni non fu cosciente della sua divinità e della sua missione, mi sembra alquanto esagerato e pericoloso per la purezza della fede. Qui si rischia di far risorgere l’eresia di Nestorio… L’anima di ogni uomo, quando viene alla luce, è come un libro con le pagine tutte bianche che lui stesso riempie con le sue scelte buone o cattive che farà nel corso della vita. Ma l’anima di Cristo, per la sua unione ipostatica con il Verbo, sin dal primo momento della sua concezione fu tutta "ripiena". In lui c’era la perfezione assoluta. Nulla si sarebbe potuto aggiungere a questa pienezza. Mons. Pietro Bergamaschi, che curò l’opera La vita interna di Gesù Cristo (Viterbo 1921), della serva di Dio donna Maria Cecilia Baij (1694-1766), badessa del monastero benedettino di Montefiascone (Viterbo), ha scritto queste parole del Bambino concepito nel seno di Maria: (In lui era) «la vita perfetta dell’anima per la pienezza della grazia e per la visione beatifica. Vita perfetta dello spirito per la scienza infusa. Vita perfetta del cuore, di tutte le facoltà per la pienezza delle virtù soprannaturali e dei doni dello Spirito Santo. Vita talmente perfetta che la terra e il cielo vivranno di questa vita».
Il Catechismo della Chiesa cattolica afferma: «La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare» (474). Perciò, questa pienezza della conoscenza di se stesso e della sua missione, contrariamente a quanto viene affermato, non fu acquisita gradualmente da Gesù durante il corso della sua esistenza, ma fu presente in lui sin dal primo istante della sua concezione. Anche l’affermazione del fanciullo Gesù, fatta ai genitori, in occasione del suo ritrovamento nel Tempio, che «doveva occuparsi delle cose del Padre suo», ci dice chiaramente che egli era cosciente di essere il Figlio di Dio. Maria e Giuseppe, informati nei rispettivi annunci dell’Angelo del mistero dell’incarnazione, erano pienamente coscienti della divinità del loro Figlio. Maria e Giuseppe, nella loro profonda umiltà, mai e poi mai si sarebbero permessi di fare i maestri al divin Bambino. Gesù era conosciuto come il Figlio del carpentiere Giuseppe e di Maria di Nazaret, e come tale visse. Ci sono due motivi per cui Gesù rinunciò ad usufruire della sua divinità: il primo, quello di voler vivere come un vero uomo; il secondo, la visione beatifica, di cui avrebbe goduto la sua anima, lo avrebbe reso impassibile alla sofferenza. Diacono Bruno Podestà, |
|