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N. 5 maggio 2010
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Incontri
con Maria
di MARIA DI LORENZO Il
lavoro e la fede di un imprenditore «Io posso vedere il sole anche quando sta piovendo». Non è la frase suggestiva di un pazzo, o di un visionario, ma la concreta convinzione di un laico, profondamente immerso nel suo tempo, da qualche anno avviato alla santità degli altari: Uberto Mori, nato a Modena il 28 gennaio 1926 e morto il 6 settembre 1989, dopo una grave operazione al cuore, all’ospedale di Pavia. Sessantatré anni di vita, e di vita spesa bene fino all’ultimo spicciolo, interamente per il Vangelo. Un imprenditore di successo, l’ingegner Mori, che aveva scommesso però tutta la sua esistenza su Dio. E Dio gli aveva restituito di ogni cosa il cento per uno, anche i dolori e le amarezze, da convertire – attraverso l’esercizio della fede – in certezze e speranze di vita futura.
«Spiegare la croce: il sacrificio di un Dio, l’amore che egli porta agli uomini, a un uomo del 2000, non è cosa facile – diceva – ma se quello stesso uomo, in un atto di abbandono e di fede accetta le parole di Maria, la madre di Gesù Cristo, e comincia a viverle, ecco che allora assumeranno concretezza e significato parole come vita eterna, paradiso e salvezza». Nella bufera della guerra. Uberto Mori, figlio di un ufficiale di artiglieria, compie i suoi studi elementari e ginnasiali nelle città di Firenze, Trieste, Gorizia e Casale Monferrato, in ragione dei numerosi spostamenti del padre. Nel 1940 la famiglia si trasferisce a Verona. Il padre, Mario, nominato generale, parte per il fronte e Uberto può proseguire con profitto i suoi studi classici. Nel 1943 è sfollato con la madre e la sorella Paola a Monticello di Levizzano Rangone. Durante l’estate il padre viene ricoverato all’ospedale militare per un tumore. Il Comando della Repubblica sociale richiama ugualmente il generale Mori, nonostante le sue condizioni di salute, e Uberto si offre di sostituirlo, pur avendo appena 17 anni. Lo scambio è accettato e il ragazzo è destinato a Nonantola e poi a Pavia. A Nonantola appunto, a soli 17 anni, dopo l’armistizio dell’8 settembre, con un intervento tempestivo e determinante, Uberto avverte 107 ragazzi ebrei, rifugiati a villa Emma, che possono così mettersi in salvo prima dell’arrivo dei tedeschi trovando riparo in seminario e in case private.
Mario Mori muore nell’agosto del ’44. Uberto pensa di essere ormai sciolto dal generoso e gravoso impegno assunto e di potersene restare a casa, non avendo ancora l’età per la leva. Ma i partigiani, che lo considerano un avversario, irrompono a casa sua insultandolo, finché con la rivoltella del padre tentano persino di ucciderlo, ma la pallottola non parte ed egli riesce miracolosamente a mettersi in salvo. Nell’autunno di quello stesso anno Uberto si iscrive all’Università di Bologna, Facoltà di ingegneria meccanica, riuscendo a laurearsi a pieni voti solo nel 1959, perché nel frattempo deve mettersi a lavorare. Diventa docente presso la cattedra di chimica e tecnologia dei prodotti ceramici all’Università di Bologna e nel 1952 si sposa con Gilda Cavedani, da cui nasceranno i figli Mario, nel 1953, e Maria Teresa, nel 1955. Un terzo figlio, che aspettano nel 1958, non vedrà la luce. Nascerà invece nel 1961 Maria Manuela, ma il morbo blu la porterà via a solo un anno di vita. Attività e preghiera. Nel 1960 viene aperto lo studio tecnico Mori, nel 1968 nasce la società Forni impianti industriali ceramici Mori con l’inizio della progettazione e della produzione dei forni a rulli per ceramica, con cottura rapida in monocottura. Si trattava allora di una innovazione prodigiosa, destinata a trasformare il settore della ceramica in Italia e all’estero. Nel 1980 Uberto Mori dà vita infine al Gruppo Mori, comprendente la Mori spa., la Mori iberica, la Ing. Uberto Mori spa e l’emittente televisiva Antenna Uno. Come vediamo, un impegno lavorativo a tutto campo, coronato da un grande successo imprenditoriale che però non ostacola – anzi, rafforza – il forte impegno ugualmente profuso da Uberto nel campo della perfezione cristiana.
Nel 1958 c’è l’importante incontro con padre Pio da Pietrelcina ed un maggiore approfondimento della fede e della spiritualità francescana. Si rafforza anche la devozione alla Madonna e nel 1963 i coniugi Mori vanno in pellegrinaggio a Lourdes. Quattro anni più tardi, il 19 febbraio 1967, Uberto entra formalmente nel Terz’Ordine francescano a Modena. Con la moglie Gilda inizia una fitta collaborazione, materiale e spirituale, con il santuario Nostra Signora della salute di Puianello, che diventerà ben presto un frequentato centro di spiritualità e di preghiera. Apostolo mariano. Successi, progetti, iniziative continue e grandissime opere di solidarietà e di promozione umana e cristiana. Uberto Mori vive intensamente gli anni della piena maturità coinvolgendo un gran numero di persone che incontra, giorno dopo giorno, nel suo cammino di uomo, di marito, di padre, di imprenditore. La famiglia sarà fonte di gioie profonde e di acute sofferenze per Uberto ed avrà sempre un posto particolarissimo nel suo cuore. Fin dal 1953 aveva consacrato tutti i suoi membri alla Madonna. Nella quotidianità della vita familiare, con le sue gioie e i suoi dolori, portava la sua fede salda come una roccia, profondamente incardinata nell’amore di Dio e nell’intercessione potente ed umile di Maria. «La Madonna – sosteneva – ci ricorda che l’amore è sacrificio. Un sacrificio che va accettato e vissuto nella vita quotidiana, rinunciando a noi stessi, perché solo Gesù viva e trionfi in noi. Se pensiamo a noi stessi, amarci (ed è il nostro primo dovere) vuol dire accettare ciò che è il nostro vero bene: non ciò che maggiormente ci attira, ci alletta, ci seduce, ma ciò che produce il nostro bene. Se pensiamo al nostro prossimo: amarlo vuol dire accettare nel nostro cuore, per poi attuarlo, tutto ciò che è il suo bene. Non dunque l’accondiscendenza, ma anche la severità, l’impopolarità, se sono necessari per il suo bene. Si comincia così a capire perché amore vuoi dire sacrificio perché la risposta che dovremo attenderci sarà di riconoscenza e di ricompensa, ma solo da Dio, non dal nostro prossimo».
«Cercate prima il Regno». Gli ultimi anni della sua vita sono di fatica, malattia e preghiera. Il 7 aprile 1987 viene colpito da infarto e inizia la sua personale via crucis nei vari ospedali. Morirà due anni più tardi, il 6 settembre 1989, lasciando il ricordo di un uomo interamente dedito al bene degli altri, in cui vedeva riflesso l’amore misericordioso e provvidente di Dio. «Cercate prima il Regno e la suo giustizia, e tutto il resto vi sarò dato». Potremmo dire che in questa frase evangelica si trova riassunto tutto il senso della sua vita. «Chi vive la vita di Gesù è inevitabilmente condotto ad accettare il suo modo di vivere e di considerare Dio Padre, e nello stesso tempo il mondo e se stesso in rapporto al Padre», sosteneva, «con umiltà, consapevoli cioè del nostro niente di fronte alla grandezza, alla misericordia ed all’amore di Dio». È Dio che agisce in noi e attraverso di noi: per questo è necessario «che tutto il nostro essere si apra maggiormente all’azione divina, che il nostro abbandono diventi totale, fiducioso, senza riserve e timori». Era, questo, un pensiero pressoché costante in Uberto Mori: l’uomo deve aprirsi a Dio per raggiungere la pienezza della propria identità e personalità. Il 29 giugno 2000 si è chiuso nel Duomo di Modena il Processo informativo diocesano sulla vita e le virtù del servo di Dio Uberto Mori. Una brillantissima intelligenza, un’umiltà profonda, un abbandono fiducioso nella preghiera e un lascito spirituale tutto racchiuso nella sua costante e sincera devozione alla Vergine Maria. «Continuate così, cercando una cosa sola: di capire l’amore di Dio e di aumentarlo sempre in voi. È l’unica cosa che conti». Maria Di Lorenzo
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