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| N. 10 novembre 2011
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Celebrando il Signore lodiamo Maria Segno luminoso di speranza «Pellegrini sulla terra, abbiamo "due vite" Nel mese di novembre il nostro pensiero di credenti corre spontaneamente ai santi e ai defunti; non di meno alla certezza della morte e quindi al giudizio inevitabile di Dio che attende tutti noi, come ricorda Benedetto XVI nell'enciclica Spe salvi (nn. 41-48). Mentre gioiamo per i santi, giardino fiorito dalla risurrezione di Cristo, e preghiamo in suffragio dei defunti, nel contempo riscopriamo che, quali pellegrini sulla terra, noi abbiamo "due vite" da spendere e "due città" in cui dimorare. Di fronte alla tentazione dell'«offuscamento della speranza» anche nelle Chiese, come afferma Giovanni Paolo II in Ecclesia in Europa n. 7, pure per i cristiani cresce il timore dell'inevitabilità della morte, definita da Dante Alighieri (+1321) «il duro calle». Ecco allora una viva esortazione: la certezza della morte insegni a vivere orientati verso l'eternità celeste. Fino a condividere l'assioma di sant'Agostino (+430): «Non la vita mortale, ma la morte vitale», cioè la morte quaggiù a vantaggio della vita che non tramonta lassù o, in tono più rasserenante, con Maria "madre della santa speranza" nel pellegrinaggio terreno verso l'eternità.
G. Bellini, La morte di Gesù e angeli (sec. XV), Museo civico, Rimini. (foto LORES RIVA). 1. Certezza della morte. Il poeta latino Lucrezio (+55/51 a.C.) sostiene: «Un termine certo della vita attende i mortali, né possiamo evitare la morte, sottrarci al suo incontro... Puoi dunque seppellire, vivendo, quante generazioni tu voglia; ti aspetterà non meno, sola eterna, la morte» (De rerum natura, III). Il noto detto di Orazio Flacco (+8 a.C.), poeta dell'aurea mediocritas, recita: «Carpe diem!», ma il verso continua: «Quam mimimum credula postero », «Cogli l'attimo fuggente, confidando il meno possibile nel futuro». Il proverbio «Malo quod teneo quam quod spero», «Preferisco ciò che ho a ciò che spero», riportato da sant'Agostino, fa eco a quello greco, attestato a sua volta da san Giovanni Crisostomo (+407): «Dammi l'oggi e prenditi il domani». Però già il poeta greco Esiodo (VIII-VII sec. a.C.) sottolineava che la speranza rimasta in fondo al vaso di Pandora, dopo che tutti i mali si sono sparsi sulla terra, è l'unica risorsa disponibile per non farsi annientare dal male. Il pensatore e filosofo pre-cristiano Cicerone (+43 a.C.) sperava che la parte migliore di sé, il suo spirito, libero dalle pastoie della materia, potesse entrare a far parte del «divino consesso e convegno d'anime». E dichiarava: «Che se io sbaglio a credere che le anime degli uomini sono immortali, sbaglio volentieri, e non voglio che, fin da vivo, mi si strappi quest'errore, del quale mi allieto » (De senectute, XXIII). Tra i cristiani notiamo che il senso della caducità della vita spinge il frate GerolamoSavonarola (+1498) ad un più pressante richiamo alla conversione. Per altri invece diviene motivo per cogliere i piaceri del momento presente. Ecco che Lorenzo de' Medici, il Magnifico, nel 1500 fiorentino canta: «Chi vuol esser lieto sia», perché «di doman non v'è certezza». Il motto Spes ultima dea, La Speranza ultima dea del tardo latino, ma già conosciuto da Esiodo, in U. Foscolo (+1827) suona: «Anche la Speme / ultima dea / fugge i sepolcri ». Per noi credenti vale l'aforisma: il fedele «reciso in terra, torna a fiorire nel giardino di Dio». La speranza non fugge di fronte alla morte, poiché: «Se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consoli la promessa dell'immortalità futura» (Prefazio dei defunti, I).
N. Grassi, La Speranza (1750), Museo civico, Udine (foto BONOTTO). 2. Certezza della speranza cristiana. San Paolo constata che «il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore» (Rm 6,23). Poi specifica: «Nella speranza noi siamo stati salvati» (Rm 8,24). In quanto figli di Dio siamo orientati verso la speranza certa della gloria eterna (cf Rm 8,22-39). Altrove Paolo raccomanda: voi non dovete «affliggervi come gli altri che non hanno speranza» (1Ts 4,13). Sant'Agostino precisa: «Propter unam (= spem) proprie nos christiani sumus» (De civitate Dei, 6,9,5): è «solo la speranza che ci fa propriamente cristiani», ed aggiunge: noi non perdiamo la speranza che i morti si desteranno per la risurrezione e l'incorruttibilità eterna. La liturgia conferma: «Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo » (Prefazio dei defunti, I).3. "Madre della santa speranza". La Chiesa pellegrina in Maria trova un segno luminoso di speranza. Il Prefazio dell'Assunta canta: «In lei, primizia e immagine della Chiesa, hai rivelato (Padre) il compimento del mistero di salvezza e hai fatto risplendere per tutto il tuo popolo, pellegrino sulla terra, un segno di consolazione e di sicura speranza». Il Vaticano II aveva già puntualizzato: nella gloria del cielo la Vergine «brilla ora innanzi al pellegrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (LG 68). Italo Mancini (+1993) così spiegava il dogma dell'Assunta definito nel 1950: «Questo evento realizza uno dei più antichi sogni dell'uomo: dalla terra alzarsi ai cieli, unire ciò che è in alto con ciò che è in basso, la materia con lo spirito, l'inizio con la fine, l'uomo con Dio». In Maria «la speranza dei millenni doveva diventare realtà», annota Benedetto XVI (Spe salvi, 50). Ora, il fatto che il futuro eterno di Dio esista già nella madre Maria, cambia il presente dei suoi figli. Il Vangelo: Gv 2,1-11 della Collectio MissarumBVMn. 37: Maria, "madre della santa speranza", mostra che la speranza fiduciosa dei credenti alle nozze di Cana, dove "c'era la Madre di Gesù", diviene gioiosa certezza: ottiene il dono del vino nuovo, simbolo dello Spirito datore della vita che non conosce tramonto. Da qui emerge la duplice dimensione della "beata speranza nella Pasqua eterna" del regno di Dio (Prefazio VI delle domeniche del Tempo ordinario). 3.1. Dimensione escatologica. Il Vaticano II insegna: Maria assunta in cielo «è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura » (LG 68). Nella I Colletta della Collectio n. 37, l'assemblea chiede a Dio «di elevare fino alle realtà celesti gli orizzonti della speranza», in modo che l'impegno «all'edificazione della città terrena» sia la condizione per «giungere alla gioia perfetta». La morte del credente, pio e ricco di opere buone nella città degli uomini, segna il passaggio «all'età futura», al luogo cioè della gioia perfetta di Dio e dei salvati. Oreste Benzi (+2007) ripeteva: «La morte non esiste, perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all'infinito di Dio». Mentre sant'Ambrogio di Milano (+397), nel discorso funebre per il fratello Satiro, predicava: «Non deve esser pianta la morte, perché è causa di salvezza» (citato da Spe salvi, 10). 3.2 Dimensione temporale. Fin dal 1050 circa la Chiesa nella Salve Regina invoca la Vergine «vita, dolcezza e speranza nostra». Dante pone sulle labbra di san Bernardo questi versi: «Giuso, infra i mortali se' di speranza fontana vivace» (Paradiso, 33,10-12). La II Colletta della Collectio n. 37 chiede che «quanti sono oppressi dal tedio della vita trovino in lei rifugio e conforto; e quanti disperano di salvarsi, si aprano a una fiducia nuova». Paolo VI specifica: «La beata Vergine Maria, contemplata nella sua vicenda evangelica e nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione serena e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull'angoscia... della pace sul turbamento, della gioia e della bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali, della vita sulla morte» (Marialis cultus, 57). Benedetto XVI presenta la Vergine «donna di speranza» (Deus caritas est, 41) che va accolta quale «stella della speranza », in grado di illuminare il nostro cammino verso Cristo, sole che brilla sopra le tenebre della storia umana (Spe salvi, 49). Sulle labbra dei fedeli fiorisce spontanea la preghiera alla Madre della speranza. Giovanni Paolo II termina l'esortazione Ecclesia in Europa rivolgendosi a Maria «creatura nuova», che «fa crescere in noi la speranza» (n. 125). In lei la speranza che non delude è già inizio di quella realtà che avrà il suo pieno compimento nel regno eterno di Dio. Sergio Gaspari, smm |
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