![]() |
|
| N. 10 novembre 2011
|
La parola del Vescovo "Porta del cielo..." In Betel il padre Giacobbe fece un sogno. Una scala congiungeva il cielo e la terra: gli angeli salivano e scendevano incontro all'amico di Dio. Al risveglio, egli commenta la sua esperienza: «Il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo». Il fondamento di quell'avventura che convince Giacobbe a cambiare il nome di quel luogo è un'aspirazione antica e sempre attuale: sarà mai possibile incontrare Dio? Il Dio nascosto si rende davvero conoscibile? Il Patriarca ci fa partecipi del suo approccio di fede con l'Altissimo. La fede biblica è uscire dalle favole e incontrare faccia a faccia il Creatore. La vicenda di Betel è una sfida per ogni generazione, esce dal particolare di tempi remoti e raggiunge la categoria degli universali; corrisponde a un bisogno fondamentale dell'uomo. Iddio che si fa raggiungere e che dialoga, in un salire e scendere nella storia interiore di ogni persona ci coinvolge. Attesta la necessità umana di avere una vita piena di senso. I cieli aperti sono una realtà, ma anche una forte provocazione. L'arcangelo Gabriele visita Maria di Nazaret che, forte della Parola, diventa la madre di Dio. Quella vicenda segna l'incontro tra il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe e l'umanità intera. La porta del cielo che siamo invitati a varcare sul modello della Tuttasanta è misurarsi con la storia della salvezza, con Gesù e la sua Chiesa.
Ignoto, Il sogno di Giacobbe, vetrata del sec. XVI, Duomo di Milano. Santa Maria è il modello del credente che varca la soglia del mistero e si fa protagonista di un nuovo modo d'essere uomini e donne. Bisogna avere il coraggio di essere nuovi per varcare la soglia del mistero ed accogliere la logica della Rivelazione, far nostra l'esperienza di Dio che si racconta, includendoci in tal modo nella storia della salvezza. Anche nel nostro tempo talvolta dissipato e spesso sofferente c'è bisogno di riappropriarci del cielo, di renderci conto che accanto a noi vi è la presenza di Dio provvida ed efficace. Gli occhi rivolti alla Madre di Gesù ci aiutano a ripetere l'esperienza della vicinanza di Dio ad ogni persona, ma chiede anche a noi di scegliere la via della fede, presupposto necessario alla logica dell'incarnazione. Come insegna papa Leone Magno, «Maria concepì prima nella mente che nel corpo». Allo stesso modo deve fare la Chiesa se vuole generare nuovi cristiani. La Janua coeli ci fa riscoprire la Chiesa come luogo teologico dell'incontro tra l'uomo e Dio, purché, animati da quella stessa fede che fu di Maria, torniamo a fidarci di Dio e dell'uomo e a favorire l'incontro tra il soprannaturale e l'umano nella persona di Gesù, memori dell'evento di Betlemme. Il Verbo incarnato, che non fu riconosciuto dal suo popolo né dai potenti della terra, fu incontrato dai poveri e dai pastori. Anche oggi occorre l'umiltà per ascoltare la voce degli angeli e varcare la porta del cielo dove la Vergine Madre ci attende piena d'amore e di benevolenza per i piccoli e i diseredati, per quanti si fidano di Dio anziché della logica del mondo. mons. Riccardo Fontana, |
|