Madre di Dio

n. 4 aprile 2012

 Presenza materna

 Esulta l'anima mia
   Madì Drello

 Eppure tua madre era lì
   Giovanni Ciravegna

Semplicemente, donna feriale
   Giuseppe Daminelli

«Maria, prima educatrice»
   
Salvatore M. Perrella

Pietà popolare e liturgia
   Stefano De Fiores

Una sorta di "quinto Vangelo"
   

Una maternità pasquale
   Sergio Gaspari

Quella singolare dignità
   Fiorino Triverio

Fatti e persone
   

L'altro, la mia priorità
   
Giuseppe Maria Pelizza

In filiale devozione
   
Luigi M. De Candido

Sulla buona strada
   
Mario Piatti

"Imbarcati" con Dio
   
Maria Di Lorenzo

Nel segreto della nostra salvezza
   
Luisa Tarabra

Informazioni

Annotazioni

Scaffale

"Consolatrice degli afflitti"
   
Carlo Ciattini

Famiglia Paolina
   

La Madre di Dio nella musica
   Franco Careglio

Madre di Dio n. 4 aprile 2012- Copertina

 Incontri con Maria

  di MARIA DI LORENZO

"Imbarcati" con Dio

Giulio Palumbo e Pietro Mirabile, «voci fortemente "imbevute di Assoluto", testimoni della Parola che non passa».

Recanati (Macerata), l'orto dell'ex monastero delle Clarisse, il vero «colle dell'infinito». Oggi l'edificio ospita il Centro mondiale della poesia e della cultura, dedicato a Giacomo Leopardi

Recanati (Macerata), l'orto dell'ex monastero delle Clarisse, il vero «colle dell'infinito». Oggi l'edificio ospita il Centro mondiale della poesia e della cultura, dedicato a Giacomo Leopardi (foto FERRARI).

In questa luce occidua d'inizio millennio, ci domandiamo, ha ancora un senso la poesia? E la risposta non può che essere affermativa, se si pensa che la poesia è intrinsecamente un atto di fede che può assumere a tutti gli effetti il valore di una "resistenza", una ribellione al mediocre sciupio dei giorni e al linguaggio moderno della omologazione, vale a dire le parole della "tribù". Poesia vera e autenticamente cristiana è quella di Pietro Mirabile e Giulio Palumbo, impegnata nella dizione dell'Assoluto attraverso le forme della lirica e della riflessione letteraria. Uniti da forti affinità elettive, oltre che da vincoli parentali, quasi "anime a specchio", i due professori e poeti palermitani hanno diretto a lungo (insieme a Tommaso Romano) la rivista Spiritualità & Letteratura, pubblicando nel corso della loro vita numerosi e pregevoli testi letterari, sia in proprio che a quattro mani. In un establishment culturale come quello nostrano, che più laico non si può, dove l'intellettuale credente spesso si vergogna di mostrarsi tale, autosegregandosi talvolta, Giulio Palumbo e Pietro Mirabile non si vergognavano di dirsi cristiani, con i fatti, i gesti, le parole profuse nei loro libri. Un giorno si erano "imbarcati" con Dio, per dirla con Pascal; avevano accettato la scommessa, e fino in fondo, nel buio pesto della fede, nella tenebra del dolore, della malattia, dello strappo, sicuri del fatto che «ogni sera è promessa di aurora», sicuri che «nulla muore / di quanto nella luce è costruito».

San Pio da Pietrelcina (1887-1968), il «gigante del Gargano»

San Pio da Pietrelcina (1887-1968), il «gigante del Gargano» (foto GIULIANI).

Guidato dalla stella

Giulio Palumbo, morto il 20 aprile 1997, era nato a Ficarazzi (Palermo) nel 1936. Laureatosi in lettere classiche con una tesi in letteratura francese, insegnante nelle scuole secondarie, aveva esordito nel 1985 con la raccolta poetica Speranza ed Attesa, a cui avevano fatto seguito le opere: Dal dolore la vita (1986), L'Alfa e l'Omega (1987), Il solstizio della fenice (1989), Sogno da comporre (1991), Paradisi amari (1993), Il sogno di Pigmalione (1993), L'intricata trama (1994), Inno a Maria Corredentrice (1994), Il sigillo (1996), La battaglia del tempo (postuma, 1997); e in prosa: Il gigante del Gargano (1986), Vissuti per l'amore (1991). Presente in numerose antologie letterarie, fra cui Poeti per la scuola (1987), L'impronta del sacro (1987), L'altro Novecento (1995) e Poeti europei (1995), le sue poesie sono state diffuse e tradotte in Francia, Spagna, Romania, Portogallo. Tra i molti riconoscimenti ottenuti è certamente da ricordare il Premio della cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri avuto nel 1994, appena tre anni prima della sua dipartita. «Una poesia di meditazione, colta, ben costruita, con momenti molto intensi », ha definito Giorgio Bàrberi Squarotti l'opera di Giulio Palumbo. E Gesualdo Bufalino disse a tal proposito: «Dalla sua poesia si levano voci di serenità e di grazia, una medicina per chi frequenta le strade più ampie, più dolorose ». Perché, come ha efficacemente sottolineato il poeta e critico Tommaso Romano, «in Palumbo c'è Cristo vivo, presente nel cuore e nella storia. È questo il senso della sua opera». Nei suoi versi, infatti, impressiona l'attesa anelante di Dio, il desiderio di contemplare il suo volto («Se non salti nel buio non arrivi / dove tutto s'accende e si trasforma»), desiderio che convive e fa tutt'uno nella sua poesia con l'amore per la vita, con le sue gioie e i suoi dolori, con le luci e le ombre, intera e al tempo stesso inafferrabile, prodotto di una «intricata trama» che ci sfugge e che conosceremo solo alla fine, quando il nostro viaggio dal mistero verso il mistero sarà finito e ogni cosa svelata. «Guidato dalla stella / insieme ad altri / salirò il monte / compirò il viaggio / dalla menzogna alla Casa del canto / dove regna l'infanzia / che purifica».

Un sogno di palingenesi con Maria

Pietro Mirabile era nato a Chiusa Sclafani nel 1926 ed è morto a Palermo nel 2000. Ha pubblicato diverse opere di poesia: Luci ed Ombre (1985), Olocausto di labari dissepolti (1986), Apostasia (1987), Cassandra (1988), Il ramo di bosso (1988), L'oro frantumato (1989), L'ombra di Venere (1990), L'anima del polo (1992), Le apoteosi dalle ceneri (1993), La luce del Graal (1995), Oltre la soglia (1996), Il cielo promesso (1994), Versi per Giulio (1998). In collaborazione con Giulio Palumbo ha curato le antologie Impronta del sacro e Frammenti dell'antologia perduta. Anche lui presente in numerose antologie letterarie, e tradotto in varie lingue, ha avuto molti riconoscimenti in vita aggiudicandosi, fra l'altro, nel 1996 il Premio della cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri che il cognato e sodale aveva avuto solo due anni prima. Sull'opera letteraria di Pietro Mirabile ha scritto Giorgio Bàrberi Squarotti: «Le sue opere, specie La luce del Graal, sono le cose più singolari che io abbia letto da tempo. Al di là della scrittura poetica, c'è dentro un afflato di visione e di ricerca del vero e della fede che spesso coincide col ritmo del racconto. E allora il risultato è davvero esemplare». Dei suoi testi scritti a quattro mani con Giulio Palumbo ricordiamo Le apoteosi dalle ceneri (1993), grandioso affresco dai toni mitici e simbolici di intenso e raffinato misticismo. A questo ha poi fatto seguito la raccolta L'ora settima (1997), composta da due sezioni, L'ora settima del mondo (di Pietro Mirabile) e La battaglia del tempo (di Giulio Palumbo), pubblicata a breve distanza dalla scomparsa di quest'ultimo per un male incurabile. «Cose del tempo pallido riflesso / sopra l'umanità si china il Verbo / a preparare mistici riposi…», scrive Giulio Palumbo, prefigurando la gioia riservata dal Vivente ai propri eletti nelle sue dimore ultime, «al di là della soglia» dove ancora esiste e «naviga la scintilla della vita». A far da controcanto alla speranza di Palumbo, è l'attesa espressa da Mirabile, una attesa quasi spasmodica della «ora settima del mondo», quella che già nella storia irrompe e annuncia «Cristo Giudice / nelle vesti dell'ultimo Francesco».

Un sogno di palingenesi che tarda a realizzarsi, pur regalando fuggevoli lampi del «cielo promesso» attraverso il fragore dei secoli («Le grandi cose iniziano da semi / che lenti cresceranno »), il sogno di una risurrezione anelata dalla bocca dei santi, Francesco e Paolo della Croce, e Massimiliano e «l'invisibile Mikael», alla fine trionfante «nel bacio dell'aurora». Voci fortemente imbevute di Assoluto, testimoni della parola che non passa, della Parola che è Logos e porta in sé il germe dell'eternità («Novità perenne / luce che attrae e non stanca / fiume d'amore»). Con un linguaggio apocalittico, sapienziale, denso di metafore e di echi biblici, fortemente evocativo, viene messo in scena lo spettacolo del mondo, montaliano «scialo di triti fatti », il desolante "nulla" quotidiano, dove si annida il trionfo della ruggine, il tabernacolo del male, «una gestante sofferenza / compagna d'un mistero / chiaro solo alla mente creatrice». Ed è una «gestante oscurità» la vita, in cui «ognuno segue il canto singolare » ed «eroi di puro amore rimangono lontani», risucchiati dall'ambiguità dominante del "mercato universale". Qui allora si erge Maria, «la donna che non cessa d'inseguire / la Storia che rifugge dal suo Centro / per un folle morire», Maria che dal suo cuore immacolato «fa scaturire cascate di grazia», riscattando e portando alla salvezza una umanità così dolente e disperata per «rifondare la città terrena». La scrittura, in questo modo, si fa esercizio di verità, vocazione perenne a ripetere nella profondità della carne la traccia dell'eterno che ci vive dentro, nell'anima prosciugata e sorda, nel santo e ordinario dell'esistenza, nella castità del verso che sa riprodurre l'infinita preghiera del mondo col suo respiro di dolore che sale ogni giorno verso il cielo.

Maria Di Lorenzo