Madre di Dio

n. 4 aprile 2012

 Presenza materna

 Esulta l'anima mia
   Madì Drello

 Eppure tua madre era lì
   Giovanni Ciravegna

Semplicemente, donna feriale
   Giuseppe Daminelli

«Maria, prima educatrice»
   
Salvatore M. Perrella

Pietà popolare e liturgia
   Stefano De Fiores

Una sorta di "quinto Vangelo"
   

Una maternità pasquale
   Sergio Gaspari

Quella singolare dignità
   Fiorino Triverio

Fatti e persone
   

L'altro, la mia priorità
   
Giuseppe Maria Pelizza

In filiale devozione
   
Luigi M. De Candido

Sulla buona strada
   
Mario Piatti

"Imbarcati" con Dio
   
Maria Di Lorenzo

Nel segreto della nostra salvezza
   
Luisa Tarabra

Informazioni

Annotazioni

Scaffale

"Consolatrice degli afflitti"
   
Carlo Ciattini

Famiglia Paolina
   

La Madre di Dio nella musica
   Franco Careglio

Madre di Dio n. 4 aprile 2012- Copertina

 Prospettive

  di STEFANO DE FIORES, smm

Pietà popolare e liturgie

Possibilità e utilità di un reciproco influsso, «espressioni "legittime" del culto cristiano».

Sacra rappresentazione durante la Settimana santa a Romagnano Sesia (Novara). La manifestazione si svolge ogni anno, dal 1729, al Venerdì santo

Sacra rappresentazione durante la Settimana santa a Romagnano Sesia (Novara). La manifestazione si svolge ogni anno, dal 1729, al Venerdì santo (Foto FC).

Mentre normalmente dal Concilio in poi si tendeva a sottolineare non solo il primato della liturgia, ma anche la sua autosufficienza, oggi si riconosce la possibilità e l'utilità di un reciproco influsso. La sintesi ufficiale circa questo rapporto è codificata dal Direttorio su pietà popolare e liturgia, dove si riconosce che «liturgia e pietà popolare sono due espressioni legittime del culto cristiano, anche se non omologabili. Esse non sono da opporre, né da equiparare, ma da armonizzare» (n. 58). Certamente la liturgia ha molto da dire alla pietà popolare, riempiendola di parola di Dio e conducendola al mistero pasquale e alle sue implicanze vitali. Il pellegrinaggio, per esempio, deve considerare la Confessione o Riconciliazione come tappa importante, in quanto incontro con Cristo che perdona, e riconoscere alla Messa e Comunione eucaristica il carattere di culmine o traguardo. Ma anche la pietà popolare, con le sue forme espressive portatrici di valori creativi, intuitivi, significanti ed eloquenti, può apportare nuova linfa alla liturgia. Questa guarderà ad esse per recuperare il senso della festa, della comunità, della partecipazione cordiale.

Circa la presenza di Maria nel mistero pasquale, espressa dalla pietà popolare, bisogna cedere la parola al Direttorio che opera al proposito un significativo cambiamento. Al contrario di alcuni vescovi che assunsero dopo la seconda guerra mondiale una posizione negativa circa le funzioni popolari del Venerdì santo e della Pasqua, il Direttorio le interpreta in chiave positiva come rappresentazioni di asserzioni liturgiche: «La pietà popolare ha intuito che l'associazione del Figlio alla Madre è costante; nell'ora del dolore e della morte, nell'ora del gaudio e della risurrezione. L'affermazione liturgica, secondo cui Dio ha riempito di gioia la Vergine nella risurrezione del Figlio, è stata, per così dire, tradotta e quasi rappresentata dalla pietà popolare nel pio esercizio dell'Incontro della Madre con il Figlio risorto: la mattina di Pasqua, due cortei, l'uno recante l'immagine della Madre addolorata, l'altro quella del Cristo risorto, si incontrano per significare che la Vergine fu la prima e piena partecipe del mistero della risurrezione del Figlio» (n. 149). Unire pietà mariana e vita. Giungiamo al punto più delicato e difficile: come operare nuovamente un'inculturazione del messaggio biblico nella vita del popolo? Non partiamo dal nulla, poiché la pietà popolare è considerata una prima forma d'inculturazione del cristianesimo. Ma poiché tale operazione è stata automatica e inconsapevole, occorre una nuova evangelizzazione, questa volta cosciente e quindi in grado di evitare l'eccesso, cioè l'infeudazione in cui la cultura ha il sopravvento e condiziona l'accettazione integrale della rivelazione, e il difetto, ossia un'inculturazione labile in cui prospera il sincretismo e la magia.

Si dovrebbe mirare ad alcuni obiettivi. La prima questione da affrontare è il rapporto tra antropologia e mariologia. Partendo dall'antropologia attuale e dai problemi del mondo latino-americano, occorre operare un confronto e una verifica con la parola di Dio circa la Vergine Maria. Questa è la consegna lungimirante di Paolo VI nell'esortazione apostolica Marialis cultus (1974): «Desideriamo, infine, rilevare che la nostra epoca, non diversamente dalle precedenti, è chiamata a verificare la propria cognizione della realtà con la parola di Dio e, per limitarci al nostro argomento, a confrontare le sue concezioni antropologiche e i problemi che ne derivano con la figura della Vergine Maria, quale è proposta dal Vangelo. La lettura delle divine Scritture, compiuta sotto l'influsso dello Spirito Santo e tenendo presenti le acquisizioni delle scienze umane e le varie situazioni del mondo contemporaneo, porterà a scoprire come Maria possa essere considerata modello di quelle realtà che costituiscono l'aspettativa degli uomini del nostro tempo» (MC 37). Chi sono l'uomo e la donna d'oggi e quali sono i loro principali problemi? L'identità della persona non è facilmente definibile, date le differenze di situazione sociale e religiosa profondamente diversificata. Si parla addirittura di non-persone, in quanto sfruttate e asservite, poste in condizione di non poter esercitare la propria libertà con influsso nella società. Occorre ribadire l'identità religiosa dell'uomo e della donna come immagini di Dio, che trovano in Maria come descritta dalla Bibbia un tipo antropologico di elevato valore. Un esimio rappresentante della mariologia del Novecento, Heinrich Köster (+ 1993), ha salutato nella risposta responsabile di Maria all'Angelo «la data di nascita della personalità cristiana ». Questa felice intuizione è in linea con la figura evangelica di Maria, che realizza in sé due caratteri fondamentali costitutivi della persona: la responsabilità e la relazionalità.

Roma, 9.4.2006: Domenica delle palme in piazza San Pietro (foto COLARIETI).

Roma, 9.4.2006: Domenica delle palme in piazza San Pietro (foto COLARIETI).

Maria, libertà che diviene responsabilità. Lo schema di vocazione, che più di quello dell'annuncio di nascita meravigliosa conviene al racconto lucano dell'Annunciazione (1,26-38), fa emergere la persona della fanciulla nazaretana chiamata a divenire madre del Messia, figlio dell'Altissimo, mediante un consenso di fede. Sconfessando gli ingiusti pregiudizi della cultura mediterranea, sia semitica che ellenistica, che ritenevano la donna incapace di decidere nelle grandi questioni, Dio chiede la libera decisione di Maria prima di procedere a «quell'"opera dei secoli", come è stata giustamente chiamata l'incarnazione del Verbo» (MC 37). La pagina aurea dell'annuncio a Maria evidenzia il pieno coinvolgimento di lei nel mistero della salvezza e termina con il dono incondizionato di lei al Dio altissimo, potente, misericordioso e fedele. Il Fiat di Maria è espresso con il greco ghenóito, un ottativo di desiderio, che «non è una semplice accettazione, ancora di meno una rassegnazione. È, al contrario, un desiderio gioioso di collaborare a ciò che Dio prevede per lei. È la gioia dell'abbandono totale al buon volere di Dio». Maria si fa dono a Dio, dichiarandosi «serva del Signore» e mettendosi a sua disposizione (cf Lc 1,38). Con questo libero consenso alla proposta divina, Maria appare in continuità e perfezionamento del popolo dell'alleanza, poiché ne attualizza la risposta di servizio e piena disponibilità, ma allo stesso tempo travalica la storia d'Israele per rappresentare tutta l'umanità in dialogo con Dio.

Roma, Anno santo 2000 (21 aprile): partecipanti alla solenne Via Crucis al Colosseo.

Roma, Anno santo 2000 (21 aprile): partecipanti alla solenne Via Crucis al Colosseo (foto GIULIANI).

Relazionalità a Dio e agli uomini. Maria è la prima persona cristiana della storia perché essenzialmente relazionale alle persone della Trinità che si rivelano a lei e agiscono in lei. Ella non si comprende senza la relazione al Padre, all'Altissimo che manda a lei il Verbo eterno, senza il rapporto costitutivo con il Figlio unigenito che diviene suo figlio, senza il riferimento allo Spirito che come dinamismo d'amore rende possibile la concezione di Cristo nel suo grembo verginale. Questo riferimento trinitario è stato colto dalla tradizione cristiana che convergerà nel Vaticano II che chiama Maria «madre del Figlio di Dio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo» (LG 53). La totale relazionalità di Maria a Dio è colta in modo particolare dal santo missionario Luigi Maria di Montfort (+1716) che definisce la Vergine mediante la categoria della relazione, affermando che Maria è «tutta relativa a Dio». Egli si fonda sull'evento biblico della Visitazione (Lc 1,42-56) e adotta un linguaggio lineare e assimilabile dal popolo. Ecco il celebre testo monfortano: «Ogni volta che tu pensi a Maria, Maria pensa per te a Dio. Ogni volta che tu dai lode e onore a Maria, Maria con te loda e onora Dio. Maria è tutta relativa a Dio, e io la chiamerei benissimo l'essere relazionale a Dio, che non esiste se non in relazione a Dio, o l'eco di Dio, che non dice e non ripete se non Dio. Se tu dici Maria, ella ripete Dio. Santa Elisabetta lodò Maria e la disse beata per aver creduto. Maria – l'eco fedele di Dio – intonò: "L'anima mia magnifica il Signore". Ciò che Maria fece in quella occasione, lo ripete ogni giorno. Quando è lodata, amata, onorata o riceve qualche cosa, Dio è lodato, Dio è amato, Dio è onorato, Dio riceve per le mani di Maria e in Maria» (Vera Devozione, 225).

Stefano de Fiores, smm