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avremo recitato la nostra ultima parte,/ quando avremo deposto cappa e
mantello, /quando avremo gettato maschera e coltello, /ricorda il nostro
lungo peregrinare./ Quando ci caleranno nella fossa /e ci avranno offerto
assoluzione e messa, /ricorda, o Regina di ogni promessa, /il nostro lungo
cammino, il nostro peregrinare…».
La voce del poeta Charles Péguy attraversa tutto il XX
secolo e porta in eredità a quello che si affaccia sulla scena del terzo
millennio un seme di libertà. La libertà dei figli di Dio. Di Dio e di
Maria. «Mistero, pericolo, gioia, disgrazia, grazia di Dio, scelta unica,
responsabilità spaventosa, miseria, grandezza della nostra vita». Sono
parole sue, estrapolate da un’opera che è un vero inno a Maria, Il
portico del mistero della seconda virtù, data alle stampe il
22 ottobre 1911.
«Ascolta, bimba mia, – dice il poeta – ora ti
spiegherò, ascoltami bene, /ora ti spiegherò perché, /come, in che/ la
Santa Vergine è una creatura unica, rara./ Di una rarità infinita, fra
tutte precellente, /unica fra tutte le creature. / Seguimi bene…».
E comincia, in sordina prima e poi con accenti sempre
più appassionati, il suo canto d’amore alla Vergine:
«A colei che è infinitamente grande /perché è anche
infinitamente piccola…/A colei che è infinitamente ricca/ perché è
anche infinitamente povera…/A colei che è infinitamente alta/ perché
è anche infinitamente discendente…/A colei che è infinitamente salva
/perché a sua volta salva infinitamente…/ A colei che è tutta
Grandezza e tutta Fede / perché è anche tutta Carità…/ A colei che è
la più imponente / perché è anche la più materna…/ A colei che è
infinitamente celeste /perché è anche infinitamente terrestre…/ A
colei che è infinitamente gioiosa / perché è anche infinitamente
dolorosa…/ A colei che è con noi / perché il Signore è con lei…/
Colei che è infinitamente regina /perché è la più umile delle creature…».

Il poeta Charles Péguy in una foto giovanile.
«Ho ritrovato la fede!»
Grandezza e mistero di Maria. Un canto affascinante, il
suo, che ha quasi l’andamento e il sapore di antiche litanie. Ma da dove
nasceva questo elogio della Santa Vergine? Dobbiamo gettare un rapido
sguardo sulla vita – vita in verità assai breve, appena 41 anni, e
altrettanto tumultuosa – di questo grande poeta francese.
Charles Péguy, bisogna dirlo subito, appartiene alla
schiera dei convertiti. E del convertito la sua dimensione di scrittore
avrà sempre l’impronta, negli aspetti di assoluto rigore come nelle
fulminanti accensioni liriche.
Nato a Orléans il 7 gennaio 1873, ancora in fasce perse
il padre, sicché sua madre per sopravvivere dovette imparare il mestiere
di impagliatrice di sedie. Charles potrà studiare grazie alle borse di
studio.
A vent’anni si trasferisce a Parigi, a quel tempo ha
già abbandonato ogni pratica religiosa. È un giovane colto,
intelligente, che diventerà discepolo di Bergson. Sensibile alle
questioni sociali, è acceso da un ideale che nell’ultimo scorcio dell’Ottocento
ha i contorni rivoluzionari del socialismo.
Péguy aderisce al credo socialista con l’intensità
della gioventù e tutto l’ardore del suo cuore appassionato, ma ne
resterà presto deluso. Da tale disillusione prenderà corpo la crisi,
salutare e risolutiva.

L'attrice francese Sandrine Bonnaire nei panni di
Giovanna D'Arco
in uno dei molti film dedicati alla santa guerriera. Per lei il poeta
Péguy
compose nel 1910 una delle sue opere più importanti,
Il mistero della carità di Giovanna D'Arco.
È l’irruzione nella sua vita della Grazia. Evento
misterioso, come ogni conversione, ma evento indubbiamente segnato da
Maria. La storia di tanti convertiti sta lì a dimostrarlo: dietro ogni «caduta
da cavallo», dietro ogni ritorno alla fede, c’è sempre lo «zampino»
di Lei, della Madonna.
È Maria che riconduce a Dio, per sentieri segreti e
imprevedibili che solo Lei conosce. Persino il peccatore più incallito, e
con un piede già nell’abisso, ci rammenta S. Massimiliano Kolbe e con
lui S. Luigi Grignion de Montfort (cfr. Trattato della vera devozione a
Maria, n. 100), si converte ed è salvo per intercessione della
Vergine, che sa come sciogliere i cuori più induriti.
Come nel caso del colto e indifferente scrittore di
Orléans. A un certo punto, infatti, Péguy scrive all’amico Joseph
Lotte, della sua cerchia parigina di intellettuali socialisti, e gli
confessa: «Ho ritrovato la fede…Sono cattolico…».
È il settembre del 1908. Ha 35 anni. Da questo momento
fino al giorno della sua morte – che avverrà nell’estate del 1914, in
guerra, durante la battaglia della Marna – Charles Péguy si dedicherà
a diffondere la fede ritrovata, in scritti di forte ispirazione religiosa.
E’ un cattolicesimo, il suo, vissuto in forma mistica
e rivoluzionaria. Un cattolicesimo che ha il suo centro di luce in Maria,
icona della speranza. I suoi versi, spesso ieratici, a volte ridondanti,
conservano tracce di echi biblici molto forti, tra l’epico e il
profetico. Il suo stile, personalissimo e incisivo, è impossibile da
imitare. E difatti egli è rimasto una voce pressoché unica nel panorama
della letteratura europea del Novecento.

Orléans, la città natale di Charles Peguy, con in
primo piano
un manifesto della Pulzella Giovanna D'Arco.
Maria icona della speranza
Il portico del mistero della seconda virtù
rappresenta la seconda parte di un trittico in versi che il poeta volle
dedicare alle virtù teologali: fede, speranza e carità, comprendente Il
mistero della carità di Giovanna d’Arco (1910) e Il mistero dei
Santi Innocenti (1912).
Delle virtù teologali, secondo il poeta, è la speranza
la più gradita a Dio, forse perché è anche la più difficile: «La Fede
è una sposa fedele. / La Carità è una Madre / la Speranza è una
bambina da nulla», scrive Péguy, «eppure è questa bambina che
traverserà i mondi...».
La speranza, «singolare mistero, il più misterioso»,
precede quindi la fede e la carità, e corrisponde alla «infanzia del
cuore». E’ qualcosa di «più dolce del sottile germoglio d’aprile»,
dice il poeta; essa «vede quello che non è ancora e che sarà, / ama
quello che non è ancora e che sarà», ed è per l’appunto la «seconda
virtù» a cui si fa cenno nel titolo. Una virtù che discende da Maria,
la quale «ha preso a carico e in tutela / e in commenda per l’eternità
/ la giovane virtù Speranza».
Che cosa significa? Significa che la Madre di Dio un
giorno è diventata anche madre nostra («perché il Figlio ha preso tutti
i peccati /ma la Madre ha preso tutti i dolori») e, tra le sue braccia
accoglienti, ci riceve e ci guida al porto sicuro della volontà di Dio,
se appena abbiamo l’ardire («l’audacia», egli scrive) di affidarle
le nostre vite.
«E lei, che li aveva presi, – continua – aveva /
tanti figli sulle braccia. /Tutti i figli degli uomini. / Da quel primo
piccino che aveva portato in braccio / Quel piccolo uomo che rideva come
un tesoro / e che dopo le aveva causato tanto tormento /perché era morto
per la salvezza del mondo…».
Maria è l’immagine della tenerezza di Dio verso tutti
noi, suoi figli, «noi che non siamo nulla, noi che entriamo nella vita e
subito ne usciamo, / come dei girovaghi entrano in una fattoria per un
pasto soltanto, / per una pagnotta e per un bicchiere di vino». Creature
effimere che durano un giorno, infelici, a contatto col dolore e la morte,
anelanti a una difficile se non impossibile innocenza del cuore.
Eppure, dice Péguy, proprio all’uomo, a questo «pozzo
d’inquietudine», Dio ha fatto dono di sé («spaventoso amore,
spaventosa carità»). È questo il suo mistero, il mistero della seconda
virtù: che «il Creatore ha bisogno della sua creatura…/ Colui che è
tutto ha bisogno di ciò che non è nulla…».

Il poeta Charles Péguy ritratto nel suo studio.
Maternità universale
E’ il mistero di Dio, l’essenza per noi inspiegabile
della sua gratuità, che poi fa tutt’uno col mistero di Maria, il suo
essere compresenza e armonia degli opposti: purezza e al tempo stesso
coscienza della miseria umana, senso di finitudine e salvezza donata a
piene mani.
«A tutte le creature – scrive il poeta – manca
qualche cosa, e non soltanto di non essere Creatore. / A quelle che sono
carnali, lo sappiamo, manca di essere pure. / Ma a quelle che sono pure,
bisogna saperlo, manca di essere carnali./ Una sola è pura essendo
carnale. / Una sola è carnale essendo pura. / E’ per questo che la
Santa Vergine non è solo la più grande benedizione che sia caduta sulla
terra / ma la più grande benedizione discesa in tutta la creazione…».
Anche gli angeli, è vero, sono puri, dice Péguy, però
non conoscono la materia, non hanno corpo, questo nostro corpo impastato
di fango e di cenere che sempre ci inchioda alla terra. Maria, al
contrario, pur essendo immacolata, «pura come Eva prima del primo peccato»,
ha sperimentato la realtà della carne, ed è in grado di capire quella
pesantezza tutta umana del vivere. «E finché ci sarà un riparo, /cioè
un ovile, / Essa è la madre del pastore eterno».
Maria, madre del Buon Pastore, è per l’uomo garanzia
perenne di soccorso, e proprio in virtù della sua maternità, che è di
carattere soprannaturale e, perciò, universale. A Lei, quindi, ci si può
affidare infallibilmente, con la certezza di arrivare a Dio; a Lei si
ricorre, infine, nell’ora estrema per trarne speranza di salvezza. «Quando
avremo lasciato sacco e corda, / quando avremo tremato gli ultimi tremiti,
/ quando avremo rantolato gli ultimi dolori, / ricorda la tua
misericordia. / Nulla ti chiediamo, o Rifugio dei peccatori, / solo l’ultimo
posto nel tuo purgatorio, / per piangere a lungo la nostra tragica storia,
/ e contemplare da lontano il tuo splendore…».
Maria Di Lorenzo