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N. 12 dicembre 2002
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Con
Maria nel nuovo millennio Maria educatrice di
Cristo e del cristiano
L’impegno di teologi, educatori e mariologi nel proporre e approfondire il singolare argomento circa "Maria e l’educazione di Cristo e del cristiano" nella sua duplice valenza, cioè in rapporto al Figlio e ai suoi discepoli. – Qui trattiamo il primo aspetto del tema. Il teologo Giuseppe Colombo constata la mortificazione o rimozione della tematica educativa nell’ambito della teologia: «L’interesse della teologia per il tema dell’educazione è stato sempre assai sporadico. […] Il tema dell’educazione non ha consistente tradizione nella ricerca teologica. Non appartiene, infatti, al repertorio dei temi previsti dall’enciclopedia teologica convenzionale». Nell’analisi dello stesso teologo, la causa dell’indifferenza teologica per l’educazione non è tanto la marginalità di questa nella costituzione umana, ma piuttosto la sua "connotazione culturale" che la distanzia dal concetto classico, insieme naturalistico e razionale, dell’uomo. Se prima era lo stesso programma cartesiano a porsi come sapere critico nei confronti delle opinioni vigenti nella Chiesa, ora la censura viene dal fatto che attualmente l’asse educativo si è spostato dalla famiglia all’istituzione scolastica. La stessa diagnosi si può trasferire in campo mariologico, dove la tematica del compito di Maria nell’educazione di Cristo e dei Cristiani raramente emerge in primo piano. Basti considerare l’assenza del termine "educazione" negli indici della Bibliografia mariana di G.M. Besutti. È troppo presto per dire che ci troviamo di fronte ad un deserto… Proviamo a raccogliere le testimonianze sul tema educativo da parte da Maria nella duplice missione: quella riguardante Cristo da lei svolta durante la sua vicenda terrena e quella riguardante i Cristiani e che continua a svolgere durante la sua vita glorificata.
Maria nel processo educativo di Gesù A questo proposito la teologia contemporanea non è uniforme, ma registra un emergere della missione educatrice di Maria nei confronti di Gesù, seguita da un movimento che attutisce questa realtà per sottolineare il passaggio di lei verso un atteggiamento discepolare nei confronti del Figlio, quando questi inizia la sua vita pubblica. Insieme all’attenzione per i dati biografici di Gesù, convogliate nelle varie Vite di Gesù, a cominciare da metà Ottocento (quella di E. Renan data del 1863), si desta un interesse anche per la Vita di Maria, come testimonia all’inizio del Novecento la fortunata opera omonima del francese De la Broise. Questi non si sofferma sull’educazione di Gesù che per accenni, per esempio quando nota a proposito degli anni trascorsi da lui nella casa di Nazaret: "È la soddisfazione di Maria di vedere diventar grande Gesù, di ascoltarlo pronunciare le sue prime parole, di aiutarlo a fare i primi passi. Egli ha assunto veramente la nostra natura, con tutta la sua debolezza, come tutti i bambini della terra; inoltre, egli non ha esercitato nessuna delle azioni umane, se non quelle che l’età gli consentiva". La dottrina della visione beatifica che fa di Gesù un essere "simul comprehensor et viator" e la scienza infusa da lui goduta conducevano a svalutare la sua conoscenza sperimentale e quindi la possibile educazione ricevuta nell’ambiente familiare. De la Broise può concludere che: "In verità, Egli non ha conosciuto niente di nuovo. Per questo motivo, e a ragione della sua dignità di primo Maestro (S.T. III, q. 12, art. 3), non avrebbe potuto apprendere niente di nuovo né da Maria, né da Giuseppe". Di fronte a Gesù maestro onnisciente, il ruolo di Maria e di Giuseppe si riduce ad essere "occasione" di manifestare con atti e parole "qualcosa della sua scienza e della sua sapienza". Intorno agli anni 1930-50 si acuisce nell’ambito del movimento biblico un interesse per la situazione reale della Vergine di Nazaret nella sua vita terrena, ma questa volta si cerca di ricostruirla sulla base dei dati della storia d’Israele. Annoto a tale proposito nella mia opera Maria nella teologia contemporanea: "Questa corrente è rappresentata, per esempio, da F.M. Willam, Vita di Maria la madre di Gesù, che ha avuto parecchie edizioni e traduzioni. In essa non solo si ricostruisce l’ambiente palestinese all’epoca di Gesù, riguardo alla preghiera, all’attesa messianica, al lavoro della donna, agli usi circa il matrimonio, ma si affronta in maniera nuova il problema della fede di Maria".
Gesù è stato veramente bambino Oltre alla descrizione della gerarchia all’interno della famiglia e al suo modo di vivere, Willam scrive un paragrafo su "Maria come guida spirituale del Bambino Gesù" dove sconfessa tanti pregiudizi circa il loro rapporto, dimenticando il realismo dell’Incarnazione: "Gesù è stato invece veramente bambino e non ha fatto solo le viste di esserlo; sua madre, anzi proprio l’aspetto di sua madre, fu il primo specchio da cui imparò a vedere il mondo. […] La divinità [di Gesù] si occultava nella sua umanità per compiere tutte le esperienze della vita umana che si venivano presentando via via che cresceva. E Maria era la madre infinitamente più disposta di qualunque altra a guidare la sua creatura a Dio". Certo, Maria si distingueva dalle altre madri non solo perché adempiva in modo perfetto il suo compito materno, ma anche perché riconosceva in Gesù "il figlio stesso di Dio". Ciononostante, Maria e Giuseppe non si sottraevano al dovere di trasmettere a Gesù gli usi religiosi d’Israele: "La Sacra Famiglia di Nazareth era una nuova formazione umana in mezzo all’umanità. Prendeva dalla tradizione le forme della preghiera e del servizio sacro, ma gli oranti questa volta erano i primi ad afferrarne sino in fondo il senso". Non superano le varie pagine che Willam dedica al soggiorno di Gesù a Nazareth altre vite di Maria, anche se intendono valorizzare gli usi palestinesi. Roschini, ad esempio, non va oltre quanto si può dire di una mamma colma di affetto nei riguardi del frutto del suo grembo, che è anche il Figlio di Dio. "La Vergine santissima seguiva con occhi d’amore questo continuo sviluppo del suo divin Bambino per il quale – letteralmente – viveva. Poiché egli era il centro di tutte le sue occupazioni e preoccupazioni, in una dedizione sconfinata d’amore. Completamente assorta nel suo divin Figlio, Ella – al dire di San Giovanni Damasceno - "ignorava perfino quel che accadeva davanti alla sua porta" (Homil. 1 in Dormit. B.M.V., n.6, PG 96, 709). Uno dei momenti più singolari del crescente sviluppo del Verbo Incarnato dovette essere indubbiamente quello in cui incominciò a balbettare le sue prime parole e a pronunziare "Mamma mia!", "Immi!". Il cuore di Maria, di quella singolarissima creatura, nel sentirsi chiamare col dolce nome di "Mamma" dal suo stesso Creatore, dovette addirittura liquefarsi d’amore nel petto". Non molto più in là procede Pier Carlo Landucci nel suo grosso volume Maria nel Vangelo, dove riserva un paragrafo all’educazione, nel senso di "relazione educatrice materna e paterna col Figlio di Dio". L’Autore si dibatte nell’affermare e nel negare subito dopo che si tratti di vera educazione, condizionato com’è da una concezione dell’Incarnazione, quasi rivestimento della divinità e non come vera situazione di kénosi. Landucci può ammettere un’educazione solo esterna, che rischia di non toccare la plasmazione dell’io di Cristo. Non si deve pensare certo a una educazione interna dei costumi e del cuore tendente, come ogni vera educazione, a estirpare i vizi e a consolidare le virtù. Non ne aveva certo bisogno Gesù divinamente santo e – in tutto – perfettissimo. Era anzi Lui che, con i suoi esempi mirabili e le sue luminose e amorose parole, educava a sempre più alta perfezione i santissimi suoi genitori. Tuttavia, v’era l’elemento esterno dell’educazione – collegato con le note anche più intime e spirituali dell’anima – l’ordine cioè esteriore delle attività quotidiane, che dipendeva ed era regolato certamente da Giuseppe e Maria, a cui Gesù era «soggetto». E ciò costituiva, in qualche modo, l’attività educativa dei genitori verso il divino Figliolo.
Nell’ordinarietà della vita di Maria Essa doveva andare dalle infime cose materiali come il muovere i primi passi, il vestirsi, ecc., all’orario e ai compiti della giornata (incluso, a una certa età, l’aiuto al mestiere paterno) e perfino all’esercizio dei primi atti di culto proporzionati all’età, alle prime visite al tempio, ecc. Nella stessa linea di accentuazione dell’umanità di Maria, ma con maggiore preparazione biblica, si muove P. Gaechter, che intitola la sua raccolta di studi mariani neotestamentari Maria nella vita terrena. A parte alcune ipotesi originali, come il trasferimento del Magnificat a dopo la nascita di Gesù, Paul Gaechter segue Willam nell’inquadrare i racconti evangelici nel contesto palestinese e insiste sulla ordinarietà della vita di Maria, che "visse in tutto come le sue compagne d’età e di sesso di Nazareth". Date le poche notizie circa le scuole per donne, Maria non dovette essere una persona istruita; al contrario fu caratterizzata dalla «tapéinosis» (Lc 1,48), che indica povertà, umiliazione e persecuzione; anzi, la situazione creata dalla concezione verginale avrebbe posto Maria in un clima di solitudine e incomprensione da parte dell’ambiente, che Gaechter caratterizza psicologicamente come "depressione", da cui si sarebbe liberata con la nascita di Gesù. Dopo il Concilio Vaticano II, riprendendo il discorso sulla Theotókos, J. Galot precisa che "la maternità non consiste soltanto in un atto di generazione" ma "costituisce una relazione permanente da persona a persona". Ne consegue nel Figlio di Dio una relazione filiale in rapporto a Maria sua madre (relazione reale, e non di ragione come sosteneva San Tommaso). Ne deriva un’altra conclusione: un’autentica maternità comporta, oltre il piano biologico, un "compito educativo" che è più importante della semplice generazione e rende Maria "colei che ha educato Dio". Galot aggiunge una parola chiarificatrice che supera ogni dubbio: non bisogna, cioè, seguire quei teologi che rimangono perplessi "di fronte a questa prospettiva di un influsso morale di Maria su colui che era Dio", perché questo rientra nello statuto dell’Incarnazione. Su questa linea si pone la catechesi di Giovanni Paolo II che puntualizza come Maria, "al pari di quanto avviene per ogni altra madre, ha donato anche un contributo essenziale alla crescita e allo sviluppo del figlio". Similmente precisa che in virtù dell’Incarnazione "la crescita di Gesù, dall’infanzia fino all’età adulta (cfr Lc 2,40), ha avuto bisogno dell’azione educativa dei genitori". Anche se il Vangelo non consente di valutare completamente "le modalità dell’azione pedagogica di Maria", è certo che è stata lei, insieme con Giuseppe, ad introdurre Gesù nei riti e prescrizioni di Mosè, nella preghiera al Dio dell’Alleanza mediante l’uso dei Salmi, nella storia del popolo d’Israele centrata sull’esodo dall’Egitto. Infine, la Lettera n. 14, A. 2000, della Pontificia Accademia Mariana Internazionale ("La Madre del Signore. Memoria, presenza e speranza. – Alcune questioni attuali sulla figura e sulla missione della Vergine Maria") afferma che Maria è "vera madre" di Gesù, quindi "lo ha educato, insieme con Giuseppe, suo sposo, nella tradizione del suo popolo". Stefano De Fiores |
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