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N. 4 aprile 2004
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Sempre motivo di
speranza
di ALBERTO RUM Maria, la
tenerezza materna di Dio A questa madre che Dio ha donato all’umanità ci affidiamo filialmente, introducendola in tutto lo spazio della nostra vita di uomini e di credenti. È rimasta indimenticabile, a proposito della tenerezza materna di Dio, la riflessione che Papa Luciani fece all’Angelus domenicale del 10 Settembre 1978. A Camp David, allora, tre Presidenti trattavano della pace. Il Papa si associava alla loro speranza. Disse: "Il presidente Begin ricorda che il popolo ebreo ha passato un tempo momenti difficili e si è rivolto al Signore lamentandosi, dicendo: "Ci hai abbandonati! Ci hai dimenticati!". "No! – ha risposto per mezzo di Isaia Profeta –. Può forse una mamma dimenticare il proprio bambino? Ma anche se succedesse, mai Dio dimenticherà il suo popolo". E Giovanni Paolo I così proseguiva: "Anche noi che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti: noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra che ci sia notte. È papà; più ancora, è madre. Non vuol farci del male, vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. E anche noi, se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore". Dall’immagine materna del Padre che è nei Cieli traspare a noi, come per dissolvenza incrociata, la figura di una donna – Maria – che Dio ha collocato nella sua famiglia, la Chiesa, come in un focolare domestico, perché in spirito di servizio vegli su di essa e benignamente ne sostenga il cammino verso la patria. All’amore di questa madre, di cui Dio ha fatto dono all’umanità, e che Gesù stesso offre personalmente ad ogni suo discepolo: "Ecco la tua madre!" (Gv 19, 27), noi affidiamo filialmente noi stessi, introducendola – come direbbe il Papa del Totus tuus – in tutto lo spazio della nostra vita interiore, e cioè nel nostro "io" umano e cristiano.
L’insegnamento del Montfort e di Giovanni Paolo II Uno dei più grandi maestri di tale affidamento a Maria rimane il Santo di Montfort del quale così scrisse l’amico Blain.: "Aveva tanta fiducia nella sua ‘buona e cara madre’. Tutto era fatto, secondo lui, una volta che l’aveva pregata... Pareva che Maria lo conducesse per mano e che da lei egli venisse a sapere ciò che doveva fare, anche nei casi più oscuri e difficili". Nel 1714, due anni prima di morire, il Montfort confida al Blain la grazia singolarissima che Dio gli faceva: quella, cioè, di avvertire la continua presenza di Gesù e di Maria nel profondo della sua anima. È questa stessa singolarissima grazia che il Montfort canta riconoscente in uno dei suoi Cantici mariani: "Forse non sarò creduto, / ma la porto nel mio cuore, / sfolgorante in luce e gloria, / ella è luce al mio vagare". E nei suoi scritti il Montfort invita ripetutamente il cristiano a far propria l’abbondanza di beni e di grazie che si sperimentano nel dono totale di sé a Maria. Una vita esemplare di totale abbandono a Maria è sicuramente quella di Giovanni Paolo II. Come non ricordare il suo Radiomessaggio ‘Urbi et Orbi’ dalla Cappella Sistina, l’indomani della sua elezione a Sommo Pontefice? "In quest’ora – egli disse – per Noi trepida e grave, non possiamo fare a meno di rivolgere con filiale devozione la Nostra mente alla Vergine Maria, la quale sempre vive ed opera come Madre nel mistero di Cristo e della Chiesa, ripetendole le dolci parole ‘Totus tuus’ che venti anni fa iscrivemmo nel Nostro cuore e nel Nostro stemma, al momento della nostra Ordinazione episcopale". Venticinque anni dopo, il 16 ottobre 2003, Giovanni Paolo II celebra il XXV di elezione alla Cattedra di Pietro. Nell’omelia della solenne Concelebrazione eucaristica, il Pontefice rinnova l’atto del suo affidamento interiore a Dio, dicendo in forma di preghiera: "Signore, ti rinnovo per le mani di Maria, Madre amata, il dono di me stesso, nel presente e nel futuro: tutto si compia secondo la tua volontà!". Alberto Rum |
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