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N. 02 febbraio 2005
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Riflessioni sull’
"Ave, Maria"
di DAVID M. TUROLDO "… piena di
grazia " Nel saluto dell’Angelo alla Vergine c’è
la definizione della sua essenza di creatura miracolosa: la natura
incontaminata come Dio la pensava, la terra ripiena della grazia del suo
Signore, il disegno divino attuato.
Sappiamo che il tuo nome è "Piena di grazia". L’Angelo non ti chiama neppure Maria: la tua essenza ormai è rivelata. Tu sei il riassunto di tutta la creazione come Iddio la pensava: armoniosa, bellissima, pacificata. Gli elementi in Te prendevano coscienza e confluivano nell’atto di Amore: sei dunque il pensiero e la volontà, ricomposti in perfetta obbedienza, sei la terra in ginocchio che ama a adora. Ormai abbiamo capito perché la tua concezione ha portato il gaudio a tutte le creature: il gaudio ontologico dell’essere, la pace con noi stessi in favore del fatto che esistiamo. Prima di Te tutta la natura gemeva e sospirava in attesa della rivelazione dei figli di Dio, per essere liberata dalla vanità della morte. Prima era solo il deserto; la guerra era nelle cose, per l’inutilità dell’esistere, per il tradimento cui erano sottoposte tutte le creature. Prima non avevano scopo, perché costrette a servire quegli esseri maledetti che eravamo noi uomini; mentre ogni cosa si sentiva di fattura divina e lo scopo era precisamente la gloria di Dio.
Simone Martini e Lippo Memmi, Annunciazione – Galleria degli Uffizi, Firenze. Ma poi non avevamo resistito a tanto peso; si era rotta la relazione, finita già dall’origine la comunione con Lui, Signore di tutta la creazione […]. Ma, pur dopo la colpa, Iddio – Amore sommo – ha continuato ugualmente a operare, per trarre a Sé, con la sua volontà, ogni cosa. Egli non può rinunciare alla sua creazione; sarebbe come se rinunciasse alla sua divinità, a non essere più il principio e la fine di quanto esiste. E allora avevamo, da una parte, la spinta cosmica, il desiderio dei cieli di celebrare il suo nome e di tramandare una notte all’altra la sua notizia e il giorno di rivelare l’opera delle sue mani. Perché la pietra esiste per Iddio, e le montagne sono un’immagine della sua maestà e i mari una figura della sua infinitudine. Ogni cosa non è che un involucro della Parola divina, sillabe che tutte insieme compongono il discorso interminabile del Verbo creatore: ovunque sono visibili le sue vestigia. Perfino nella sabbia, perfino nei deserti, perfino nel vento e nella bufera – e non solo nella calma notte, non solo nel gioioso splendore delle stelle –; perfino nel più umile fiore dei campi, nel silenzio della foresta, nella miracolosa luce dell’occhio dell’uomo, in queste mani simili a fiori di carne e sangue, in ogni creatura è rintracciabile l’orma divina.
L’uomo fatto "ex limo terrae" E perciò l’uomo, essere sopravvissuto per prodigio al disastro, ormai sintesi inconsapevole di questo destino mondiale, consumato dal bisogno di adorare, si pose in ginocchio davanti alle immagini e cominciò a immolare le sue vittime ora al fuoco, ora al sole, ora alle stagioni; cominciò a propiziare il tempo e gli elementi, e invocò pietà per tutte le sciagure, e cercò un senso al suo dolore e una ragione che spiegasse la sua inquietudine. Così abbiamo cominciato ad adorare le creature, impauriti e disperati. E non sapevamo più di essere noi quel bisogno cosmico, allo stato incosciente, di portare in ginocchio tutta la terra all’altare di Lui: dovevamo essere noi la terra che pregava e Lo amava consapevolmente. Per questo eravamo fatti "ex limo terrae", ultimo atto della sua fatica, fatti a sua immagine, sulla cui faccia aveva infuso lo spirito della sua vita. Da una parte, dunque, avevamo tutta la creazione che ci premeva contro, scatenata e furente per l’alto tradimento e, dall’altra, Iddio ormai irraggiungibile; tra la creazione e Dio, questo abisso, scavato dalla nostra colpa. Da una parte tutta la natura invocava la pace col Signore e, dall’altra, il ponte infranto, l’uomo che non rappresentava più nessuno. E il nostro cuore era un deserto e la vita scorreva come un fiume inutile, disperato e senza foce. Da una parte, rimaneva ancora efficace e operante il disegno interiore tracciato dallo stesso Iddio nella struttura delle cose; restava il fatto dell’origine che ci tormentava, queste proporzioni divine che ci rendono implacabili, questa storia sproporzionata tra la ricerca di un bene che non possedevamo più e la realtà di un male che ci uccideva […]. Tutta questa tragedia era da una parte e ci pesava sulle braccia come infinita desolazione e, dall’altra, il volume del dolore e della morte, la crudeltà di una espiazione inutile, poiché nessuno poteva dire di aver placato la divina giustizia: Dio restava come nemico, assente e lontano.
Maria, schema universale della santità del creato Ormai comprendiamo, o Maria, perché l’Angelo ti rivolge quel saluto: esso è la definizione della tua essenza di creatura miracolosa. Tu sei tutta la natura come Egli la pensava, la terra ripiena della grazia del suo Signore, il disegno attuato. La creazione che è ritornata sacra. Tu sei la santità ridonata alle radici delle cose, comunicata al sangue dell’uomo. Tu sei la fontana del desiderio, terra sacra e vita immacolata per cui i fiori hanno ritrovato la ragione di fiorire e le madri di generare ancora. Tu non sei neppure la concepita immacolata, ma la stessa Immacolata Concezione, lo schema universale della santità delle cose. Ora finalmente la speranza non può dirsi un nome vano: era il segreto nascosto nel cuore delle creature fin dal giorno della maledizione. E la promessa della tua comparsa era l’atto d’amore di Dio, che non ci voleva irrimediabilmente perduti e irreparabilmente colpevoli del sacrilegio cosmico. Tu sei la testimonianza creata di come Iddio ci amava anche nella colpa. E il rimando nei millenni della tua venuta voleva semplicemente significare la grandiosità del nostro peccato, il volume delle rovine e l’impossibilità di fare da noi, l’incapacità di bastare a noi stessi; era la vastità della nostra disperazione di essere senza ragioni, pur ugualmente e divinamente obbligati a vivere. Ma Tu eri avanti di ogni cosa, termine fisso del pensiero divino e per Te la terra ritornava ad essere l’Eden ove Iddio avrebbe ripreso a passeggiare e dialogare con l’uomo e a godere della sua creazione. Tu eri fin dall’inizio creata alla radice dei secoli e senza possibilità di venire meno e sempre in servizio divino, in adorazione nel nome di tutti noi nella sua abitazione ritornata sacra. Sei Tu la pienezza dei tempi, l’avverarsi della storia santa fin dalla tua prima goccia di sangue. Lo stesso germe della tua esistenza era il segno che Dio non si contentava di cancellare il nostro peccato, ma che la stessa vita delle cose sarebbe ritornata sacra.
Appunto perché Immacolata Concezione, in Te la creazione si rispecchiava realmente santa e pura, non esistendo in lei il male, ma soltanto in questa zona oscura delle volontà umane, unico spazio di frattura fra Dio e la sua opera. Perciò pienezza dei tempi, creatura che ritorna a giocare davanti a Lui e a comunicare a Lui e a noi la gioia dell’essere e dell’esistere. Donde il suo piacere, ormai prossimo, di ritrovarsi con i figli degli uomini. Perciò Tu hai trovato grazia presso il Signore: non solo Egli Ti ha riempito di grazia, ma pure Tu hai risposto in pienezza d’amore, con la sensibilità intatta, con la volontà fissa a Lui, quale desiderio di tutta la terra consumata dal bisogno di possederlo e di esserne posseduta, e con la mente aperta alla sua rivelazione come il giglio alla luce. Per questo l’Angelo che Ti saluta già madre, quasi Tu fossi stata sempre madre, come sei stata piena di grazia fin dal primo istante del tuo concepimento: quasi Tu fossi la "Madre terra" che finalmente riesprime dal proprio seno Iddio stesso che l’ha concepita. Perché Tu eri pensata, concepita, generata, allevata sempre e solo quale madre, madre di Dio e, perché madre di Lui che viene a redimerci, finalmente anche madre nostra: neppure madre dei viventi, ma addirittura madre della stessa vita. David M. Turoldo |
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