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N. 2 febbraio 2006
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Piccole
cronache di Maria di Nazareth
di SIMONE MORENO La fornarina di
Nazareth Maria, "donna del pane" – Nella
preghiera del "Padre nostro", Gesù avrebbe magari voluto
metterci anche: "… mi raccomando, caro Padre nostro, che sia
come quello che fa la mia mamma!". Prendiamo ancora spunto da "tasselli" che compongono il mosaico del volumetto "Una Madonna nuova" di Giorgio Patelli [Edizione S. P. Self-Pubblished, 1998], integrandoli con altre "fonti apocrife" e con riferimenti ad analoghe "testimonianze" che ci aiuteranno a comporre, tassello dopo tassello, un bel quadro di devozione mariana vissuta dalla gente comune. E continuiamo a mutuare dall’aureo libro "Maria donna dei nostri giorni" di Tonino Bello ispirazione per le preghiere più semplici e più vere alla Santa Vergine, che chiuderanno le nostre riflessioni.
Il pane fresco di giornata Con singolare ‘traduzione’ dell’espressione corrente della preghiera del "Padre nostro" insegnataci da Gesù: "… dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano" [Lc 11, 3], Giorgio Patelli – osservando che le nostre traduzioni non rendono giustizia alla parola aramaica "abbà" né a quello che segue – preferisce esprimere così il concetto: "Mio caro padre, il pane nostro necessario daccelo alla giornata…". E chiosa: "Non disse Gesù all’anonimo discepolo che gli chiedeva di insegnarci a pregare: "Dacci il nostro cibo, il ‘fafael’ " [frittelle di farina di ceci con erbe e spezie]; oppure: "Dacci oggi lo ‘shwarma’ " [fette di carne di agnello con la ‘theina’, salsa di semi di sesamo con olio di oliva]; o: "Dacci l’ ‘humus’ " [purè di ceci con olio d’oliva]; o: "Dacci quattro pesci arrosto"… No. Disse più precisamente: "…il pane nostro necessario daccelo alla giornata…". Di tutto questo c’è una ragione tanto semplice quanto tenera e dolcissima". E qui entra in giuoco la funzione casalinga di Maria, "donna del pane" come tutte le donne ebree, alle quali era affidata in famiglia la panificazione, tutti i santi giorni. La legge – ricorda sempre Giorgio Patelli, continuando la sua narrazione su "la fornarina di Nazareth" – vietava di preparare il pane anche per il giorno successivo, eccettuato il venerdì, allorché bisognava provvedere per il pane del sabato, giorno in cui era quasi vietato respirare. L’operazione era lunga e noiosa: prendere la giusta quantità di grano dalla giara, versarlo nell’incavo della pietra e pestarlo, oppure portarlo alla macina comune, spingere la stanga e far girare la mola di arenaria. Poi raccogliere la farina, impastarla con l’acqua [da attingere alla fonte o al pozzo comune], aggiungere il lievito e, alla fine, portare la pasta lievitata al forno della comunità con la propria legna, raccolta chissà dove, cuocere il pane e, finalmente, portarselo a casa. Lavoro femminile, soltanto ed esclusivamente delle donne. Gesù ha visto per quasi trent’anni sua mamma a preparare il pane giorno dopo giorno, fino a quando l’ha lasciata per andare lungo i sentieri della Palestina a fare il Figlio di Dio; il che comportava anche privarsi del casalingo pane quotidiano. E magari, nella sublime preghiera del "Padre nostro", Gesù avrebbe voluto metterci anche: "… mi raccomando, caro Padre nostro, che sia come quello che fa la mia mamma!". Altrove il Vangelo ricorda che "il Regno dei Cieli è simile al lievito che ‘una donna’ prese e mise in tre misure di farina…" [Lc 13, 21]. Innocenza e fantasia possono farci immaginare che fosse proprio sua madre ‘la donna’ alla quale Gesù pensava, usando questa parabola del Regno. Ma perché "tre misure", corrispondenti a circa 20 chili di pane cotto? Erano decisamente troppi per una famigliola di tre persone [Gesù, Maria e Giuseppe]; e probabilmente era questa la capacità ‘produttiva’ del forno comune… Chi erano, allora, gli altri beneficiari della panificazione? La coerenza del Maestro e l’inclinazione della madre per i poveri ci fanno rintracciare i "consumatori" di pane. Luca ci dà una mano, quando scrive: "… quando dài un pranzo, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi e sarai felice che non abbiano come ricambiarti" [Lc 14, 13]. È verosimile, infatti, che alla casupola di Maria abbiano iniziato molto presto a presentarsi i bisognosi, gli affamati, gli afflitti, gli esclusi di sempre a chiedere cibo e aiuto. Una folla che crescerà nei secoli attraverso il tempo, sempre con la stessa fame, con l’identico desiderio di ottenere comprensione e compassione nelle prove della vita.
Alla mensa della casa di Maria a Nazareth Quasi a conferma di questa supposizione, leggiamo nella bella raccolta dei "Fioretti di Maria" che Lia Cerrito ha immaginato di presentare alla Vergine "per farla sorridere", quello che narra come la Madonna vide un giorno entrare dalla porta di casa tante panche, portate dal vento. Ecco il racconto: "Nella casa di Nazareth c’erano due panche ai lati della tavola. Le aveva fatte Giuseppe. Su una sedeva lui. Sull’altra, di fronte a lui, sedevano Maria e il Bambino. La bottega di Giuseppe era adiacente alla loro abitazione: Maria, lavorando, vedeva Giuseppe che lavorava nella bottega, sentiva il rumore della pialla e della sega, assaporava la fragranza dei trucioli. Giuseppe sentiva lo sbattere del telaio di Maria e assaporava il profumo del pane, fatto dalle sue mani, appena uscito dal forno. C’erano due panche nella casa di Giuseppe e di Maria; ma un giorno, al ritmo sempre uguale della sega, Maria fu presa come da un torpore e, nel dormiveglia, le sembrò che la porta si spalancasse a un impetuoso sbuffo di vento e che, una dopo l’altra, come portate dal vento, entrassero tante panche, ma veramente tante per quella stanza piccolina che però non si riempiva affatto. La sega andava andava con lo stesso ritmo e dalla porta, come portate dal vento, continuavano ad entrare panche, panche e panche… Maria si sfregò gli occhi riscuotendosi e, dopo avere raccolto il lavoro che le era caduto di mano, raggiunse, nella bottega, Giuseppe che portava avanti e indietro la sega su un grosso pezzo di legno. "Quante panche hai fatto, Giuseppe?" – gli chiese Maria. – "Non più di una decina, da qualche tempo a questa parte", rispose Giuseppe. – "Ma quelle che ho visto entrare dalla porta di casa spalancata erano più e più di una decina… ed era come… come se fossero portate dal vento", continuò Maria. – "Avrai sognato", disse Giuseppe, posando la sega e guardandola pensieroso. – "Sì, avrò sognato – rispose ancora Maria –, ma che vorrà dire ciò?". Giuseppe ci pensò un po’ e concluse: "Vorrà dire… che molta gente entrerà nella nostra casa e si sederà alla nostra mensa". E riprese a lavorare".
Maria, donna del pane In una delle pagine stupende del suo libro d’oro "Maria, donna dei nostri giorni" [Ed. San Paolo, 200114], Tonino Bello dà una interpretazione piena di Maria, "donna del pane". "E [la madre] lo depose nella mangiatoia"[Lc 2, 7]. Nel giro di poche righe – annota l’Autore –, la parola "mangiatoia" è ripetuta tre volte. La qual cosa, tenuto conto dello stile di Luca, insospettisce un poco. L’evangelista allude: non c’è dubbio. Lui, il pittore, vuole ritrarre Maria nell’atteggiamento di chi riempie il cestino vuoto della mensa. Se è vero che nella mangiatoia si mette il pasto per gli animali, non è difficile leggere in quella collocazione l’intendimento di presentare Gesù, fin dal suo primo apparire, come cibo del mondo. Anzi, come il pane del mondo. Sotto, quindi, la paglia per le bestie. Sopra la paglia, il grano macinato e cotto per gli uomini. Sulla mangiatoia, avvolto in fasce come in candida tovaglia, il pane vivo disceso dal Cielo. E accanto alla mangiatoia, come dinanzi a un tabernacolo, la fornaia di quel pane.
Maria aveva capito bene il suo ruolo fin da quando si era vista condotta dalla Provvidenza a partorire lontano dal suo paese, lì a Betlem: che vuol dire, appunto, casa del pane. Per questo, nella notte del rifiuto, ha usato la mangiatoia come il canestro di una mensa. Quasi per anticipare, con quel gesto profetico, l’invito che Gesù, nella notte del tradimento, avrebbe rivolto al mondo intero: "Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi" [Lc 22, 19]. Maria portatrice di pane, dunque. E non solo di quello spirituale. Deformeremmo la sua figura se la sottraessimo alla preoccupazione umana di chi si affatica per non lasciare vuota la mensa di casa sua. Sì, ella ha tribolato per il pane materiale. E qualche volta, quando non riusciva a procurarselo, forse avrà pianto in segreto. Come quell’altra Maria, povera donna, che abita in un sottano con una nidiata di figli e col marito disoccupato, e, per insolvenza, non le fanno più credito neppure al negozio di generi alimentari. Gesù deve aver letto negli occhi splendenti di sua madre il tormento del pane quando manca […]. Per questo, al centro della preghiera da rivolgere al Padre, ha inserito la richiesta del pane quotidiano… Simone Moreno
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