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N. 2 febbraio 2006
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Nella
famiglia paolina Il Magnificat di
Don Alberione – 13 Negli ultimi anni di vita, la spiritualità mariana del nostro Padre fondatore si è andata sempre più intensificando, fino alla fine dei suoi giorni. Gli Anni Sessanta [quelli del Concilio Vaticano II] hanno indubbiamente segnato come l’apice del forte interesse mariano di Don G. Alberione, come ricordavamo nel num. del Gennaio scorso. E all’inizio del decennio successivo, il 26 Novembre 1971, il Fondatore della Famiglia Paolina passò all’eternità. Gli ultimi anni della sua vita terrena segnarono un progressivo distacco dalle attività proprie del suo servizio di Primo Maestro, anche perché impedito dall’inesorabile indebolimento delle sue forze fisiche. Ma si può dire – come lasciarono scritto due preziosi testimoni diretti delle giornate trascorse da Don Alberione negli ultimi tempi della vita [fr. Silvano De Blasio e Sr. Giuditta Benzo delle Suore "Pie Discepole del Divin Maestro"] – che l’esistenza del nostro Padre fondatore si sia andata sempre più spiritualizzando. Ed è sintomatico notare di quanta spiritualità mariana egli sia allora vissuto, fino alla fine dei suoi giorni. A conferma di ciò, trascriviamo dal volume "Il sacerdote Giacomo Alberione – un uomo, un’idea" di G. Barbero, pp. 907-912 [Ed. Generalizia SSP, 19912] qualche passo illuminante al riguardo.
"…diceva una sola parola: "Maria!" "Continuando nell’abitudine degli anni precedenti, il Primo Maestro [Don Alberione] si alzava molto presto al mattino, verso le 3.30. L’ora della Messa era le 5.30. La durata della Messa era di circa mezz’ora. Da oltre due anni celebrava quotidianamente quella della Madonna, in latino [anche perché aveva difficoltà di lettura di testi di altri formulari di celebrazione]. La Messa era il centro della sua giornata e vi si preparava lungamente la notte, quando insonnia e dolori lo tormentavano. Il pensiero vi era costantemente rivolto e il discorso vi ritornava con frequenza. […] Sovente, sul mezzogiorno, riceveva qualche breve visita. Per lo più, suoi figli e figlie. Qualche parola di saluto, con molta cordialità. Ultimamente, trovando difficoltà nell’esprimersi, riusciva a dire appena frasi come: "Io prego per voi e voi pregate per me – Avanti, in letizia! – Santificazione!". Amava offrire un’immagine della "Regina degli Apostoli" con la preghiera di Consacrazione a Maria. Potendolo, aggiungeva di proprio pungo una parola di benedizione. Poi alzava le braccia in gesto di affettuoso saluto. Alle 13.00 recita dell’Angelus e pranzo, da oltre un anno insieme con fr. Silvano e Madre Giuditta. Gradiva assai la loro compagnia e si mostrava gioviale. Dopo il riposo pomeridiano, verso le 15.30, si preparava alla recita del Rosario. Lo recitava sempre intero, aiutato da Madre Giuditta o da Fratel Silvano. Pronunciava lentamente l’enunciazione del mistero e, ultimamente, abbiamo notato come si soffermasse più a lungo sul quarto glorioso [dell’Assunzione di Maria in Cielo], talvolta ripetendone le parole. Per conto suo poi, lungo la giornata, recitava un altro Rosario intero. Era una delle sue preghiere più care e continuava a praticarla e raccomandarla come sempre aveva fatto […]. Quando gli si chiedeva se desiderasse qualcosa, sovente rispondeva: "Preghiere, pregare!". Verso le 19.00 aveva piacere di esser lasciato tranquillo per raccogliersi in preghiera più intima, nella lettura e riflessione su di un suo libriccino di Appunti, in preparazione alla Confessione [quotidianamente, circa le ore 19.45]. Alle ore 20.00 cena [abitualmente con Fratel Silvano da oltre un anno]. Quindi attendeva l’arrivo de L’Osservatore Romano a cui dava uno sguardo attento, da solo o aiutato: scorreva titoli ad alta voce e soprattutto si soffermava sulla parola e sull’attività del Papa. S’intratteneva anche volentieri a seguire il Telegiornale. Alle notizie dolorose spesso esclamava: "Oh, preghiamo!". Prima del riposo [alle ore 21.30 circa], gradiva intrattenersi con noi in cordiale conversazione [….]. Con un certo rincrescimento [poiché le ore della notte per lui erano assai lunghe e le avrebbe volentieri accorciate, in un certo qual senso, prolungando la nostra compagnia serale], si doveva lasciare la conversazione e pensare al necessario riposo. Inginocchiati accanto a lui [che abitualmente già si era nel frattempo messo a letto], recitavamo insieme le tre "Ave, Maria", cui talvolta amava aggiungere altre per sue intenzioni particolari; e quindi dava la benedizione, non solo a noi presenti, ma a tutta la Famiglia Paolina. Spesso lo manifestava: "Per tutti, di cuore!". E si addormentava tranquillo, dopo lo scambio della "Buona notte", per un sonno di breve durata. Le ore notturne erano un alternarsi di brevi momenti di riposo a lunghe camminate, per insonnia o per dolori artritici, durante le quali pregava. Si muoveva silenziosamente per non disturbare chi riposava nella stanza accanto per assisterlo. Un’altra cosa ci è particolarmente caro ricordare del nostro Padre: la sua tenera devozione a Maria. Egli che aveva scritto: "Solo con Maria un fondatore può concepire e iniziare una Istituzione!", che aveva mosso i primi passi con Maria, invitato i suoi figli a fare di Maria il modello della loro vocazione all’integralità, a metterla come "sigillo sul nostro essere" e a crescere, fino ad assumere in noi, come ella fece, l’immagine di Dio, ora, al tramonto della sua lunga e laboriosa vita, ci additava l’immagine della "Regina degli Apostoli", ci mostra la Corona del Rosario, che aveva quasi continuamente in mano, e talvolta ci diceva una parola sola: "Maria!", ma col tono e col gesto di chi voleva indicarci, quasi come un testamento, la via da seguire […]. Denaro non ne conservava da quando non ebbe più necessità di amministrare. L’ultimo di cui dispose volle spenderlo per la Madonna – così si espresse –, desiderando far eseguire un bel quadro della "Regina degli Apostoli" [la cui realizzazione, purtroppo, non riuscì soddisfacente]. Così sostanzialmente Don Alberione trascorreva le sue giornate. Per lui sono state la preparazione più intima al Cielo, cui aveva costantemente rivolto il pensiero. Per noi l’esempio vivo, l’insegnamento prezioso e continuo del Padre che si avvia sereno all’incontro col Divino Maestro dopo aver speso la lunga vita d’instancabile apostolo del suo Vangelo" [cfr. Fr. Silvano De Blasio - M. Giuditta Benzo, La giornata ordinaria del Primo Maestro negli ultimi tre anni circa di vita, in "Quaderni di spiritualità" - Società San Paolo, n. 3, pp. 19-25].
L’ultima "Ave, Maria" Commovente è il racconto che don Renato Perino [allora Vicario generale dell’Istituto] fa degli ultimi due giorni di vita e della pia morte del nostro Padre fondatore, ricordando fra l’altro: "…la prima grave crisi sopraggiunse verso l’una di notte di giovedì 25 Novembre. Ad un tratto parve vicina la fine, tanto che per la prima volta Fratel De Blasio e Suor Giuditta si credettero in dovere di chiamare al suo capezzale, prima il medico curante [dott. Pier Francesco Buzzetti] e subito dopo don Luigi Zanoni e suoi diretti collaboratori e i Superiori residenti nella Casa di Roma […]. Verso le 6.00 del mattino il Primo Maestro sussurrò, nel linguaggio che era ormai intelligibile soltanto più a Fratel De Blasio e a Suor Giuditta: "Muoio! Paradiso!"; e dopo un’ora disse: "Prego per tutti!". Pregava infatti, e lo si capiva chiaramente dal movimento delle labbra e dalla sua risposta immediata, quando Suor Giuditta lo invitava a recitare l’ "Ave, Maria" e a baciare il Crocifisso, la corona e la statuina di San Giuseppe. Per conto suo ripeteva flebilmente: "Ave, Maria… Ave, Maria!". Fu durante uno di questi momenti di lucidità che il Primo Maestro diede il suo ultimo addio e l’ultima benedizione ai suoi Figli. Dopo l’"Ave, Maria", coloro che lo assistevano gli chiesero la benedizione. Aiutato da Fratel De Blasio, alzò la mano e benedisse, ma poco dopo da solo, spontaneamente, e con grande fatica alzò lievemente il braccio e tracciò un segno di Croce, cercando affannosamente di dire qualcosa che nessuno ha potuto comprendere […]. Una seconda crisi, che parve stroncare l’incredibile forza di un cuore, che ormai si trovava a lottare con una pressoché totale invasione catarrale dei polmoni e con il blocco renale, sopravvenne alle prime ore del mattino di venerdì 26. Si rimase in preghiera per un paio d’ore attorno a lui già in coma, con la respirazione sempre più debole e la caduta della pressione fino ai limiti pericolosi […]. Nel frattempo, dal Vaticano si annunciò la visita del Santo Padre Paolo VI, che arrivò alle ore 17.00 circa, mezz’ora prima che Don Alberione lasciasse questo mondo. [Pare certo che il santo moribondo non abbia riconosciuto l’illustre Ospite che era venuto, a nome della Chiesa, a dargli l’ultimo saluto e la sua Benedizione]. L’agonia del Primo Maestro stava per avere termine. Pur non potendo manifestarsi con chiarezza, durante gli ultimi minuti parve partecipare intensamente all’invocazione a lui cara: "Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia!". E alle 17.25 è entrato in Paradiso, certamente accolto da Maria che lui ha tanto amato fino all’ultima invocazione e all’ultimo respiro" [cfr. Don Renato Perino, Gli ultimi giorni, in Don Giacomo Alberione apostolo del nostro tempo – Suppl. al CP, Dic. 1971, pp. 4-7] Bruno Simonetto |
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