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N. 4 aprile 2006
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Piccole
cronache di Maria di Nazareth
di SIMONE MORENO La
Passione del Signore e la "com-passio
Matris" La moltitudine dei figli di Maria, nati
dalle sue lacrime seminate nel cuore di Dio nel tragico Venerdì Santo
della morte di Gesù in Croce. Così, in attesa di cantare l’Alleluja pasquale con Maria, "donna del terzo giorno", accompagniamo prima la Madre del Salvatore nella "Via Matris dolorosae".
Dramma in tre Atti Atto primo – Primavera dell’anno 30, giorno 3 Aprile; da mezzogiorno alle 3 pomeridiane si compie la tragedia dell’assassinio del Figlio di Dio sul Golgota […]. Con i lupi che circondano quella carne nuda appesa alla Croce ci sono, oltre al pettirosso dall’esile becco che cerca di strappare le spine aggrovigliate sul capo di Gesù, due occhi pieni di lacrime che guardano se il rantolo che esce dalla cassa toracica del Dio Crocifisso spaccherà il mondo. Sono gli occhi della mamma: ci sono anche le "donne", quelle che lo avevano seguito dalla Galilea [cfr. Lc 23, 49]. Luca non fa nomi, gli altri Evangelisti sì. E Giovanni narra: "Stavano accanto alla Croce Maria, madre di Gesù, la sorella di lei, Maria moglie di Cleofa, e Maria di Màgdala" [Gv 19, 25]. La sola citazione di Giovanni riscatta in parte l’innaturale e criptico silenzio degli altri; hanno avuto occhi e orecchie soltanto per i ladroni e gli sbirri di quel tragico cerimoniale di condanna a morte… Ma Gesù morente, "vedendo sua madre e, vicino a lei, il discepolo cui voleva molto bene", dice in un soffio alla madre: "Donna, ecco tuo figlio". Poi ripete al discepolo: "Ecco tua madre" [cfr. Gv 19, 26-27]. Gli esegeti si sono scatenati attorno a queste parole di Gesù, trovando simbolismi primari come il rapporto tra la nuova piccola famiglia cristiana presente ai piedi della Croce e quella sterminata che sarebbe venuta, il nuovo Popolo di Dio, e la Madre della Chiesa. Tutto vero. Ma qui preme sottolineare anzitutto il mistero insondabile dell’amore materno di Maria, ferito e straziato: quel corpo raggomitolato ai piedi del figlio morente non è raffigurato nell’evanescenza di una nube: è carne e sangue della "madre dei dolori", come la pietà cristiana avrebbe presto imparato a considerare la Vergine santa.
Atto secondo – La notte di quel Venerdì, chiamato Santo, che seguì la morte del Signore, c’era un frenetico andirivieni di Ebrei da e per il Tempio. Facevano i preparativi della Pasqua, il ricordo del passaggio del Mar Rosso, e venivano scannati con allegria migliaia di capretti o agnelli, secondo la legge dell’Esodo [cfr. Es 12, 21-22]. Nella stessa sera di quel tragico Venerdì si spandeva nell’aria anche il pianto soffocato di un gruppuscolo compatto di donne sconfitte e rinserrate in qualche casa ospitale, o forse i lamenti erano alti e si confondevano con il baccano della festa, con il furore della Pasqua israelita. Il corpo di Gesù Nazareno, mai come in quel momento dimenticato Figlio dell’Altissimo, era stato schiodato dalla Croce per mano dei servi di Giuseppe d’Arimatea. Le "donne", come raccontano gli Evangelisti, dopo aver osservato e controllato la deposizione, si erano ritirate. L’indomani, Sabato, la Legge prescriveva che quasi non si potesse neppure fiatare; ma loro erano pronte a ritornare con le essenze adatte all’imbalsamazione, attendendo la Domenica. Piange Maria Maddalena, rimasta fino a tardi di fronte alla tomba [cfr. Mt 27, 61]; piangono Maria madre di Giacomo il Minore e di Joses, Maria moglie di Cleofa, Salomè e le altre "donne venute dalla Galilea" [Mc 15, 41]; ma per quanto si voltino e rivoltino le pagine dei Vangeli, il pianto di Maria, la madre, non si trova: non una lacrima, non una parola, non un grido. Perché è scomparso il dolore di una mamma? Abbiamo a che fare con le ragioni di Dio, senza anfratti per coloro cui è dato di vedere oltre la dimensione dell’uomo. Però sappiamo che lei è viva. Afferma l’evangelista Giovanni che la colloca vicino alla Croce, che "da quell’ora il discepolo la prese con sé" [Gv 19, 27]. C’è una ragione dietro l’enigma dell’oblio dei Vangeli? Forse perché lo spessore del dolore di una madre poteva "fare ombra" al dramma del Figlio di Dio morto sulla Croce. Maria, senza alcun dubbio, è la più colpita dalla tragedia; ma la propria la nasconde per far risplendere l’altra, quella del Figlio, che esploderà nel lampo di luce della Risurrezione. Persino allora lei sarà "clandestina", perché così vuole la sua umiltà. Anche se a noi pare probabile che Gesù risorto sia apparso di sicuro a sua madre, e che l’abbia abbracciata per prima… Comunque, nell’Atto unico della tragedia del Golgota, svoltasi sotto gli occhi della Madonna e di pochissimi altri che hanno seguito Gesù, il Magistero della Chiesa ha intravisto la maternità universale della Vergine Maria. La "duplice consegna" di Gesù che affida la madre a Giovanni e questi a Maria, è la sua elezione a Madre dell’umanità; e di noi, quindi, a suoi figli preziosi. E ciò perché, se è vero che Gesù sulla Croce non ha proclamato formalmente la maternità universale di Maria, è vero anche che ha instaurato un concreto rapporto materno tra lei e il discepolo prediletto. In questa scelta del Signore noi scorgiamo la preoccupazione che tale maternità non venga interpretata in senso vago, ma indichi l’intenso e personale rapporto di Maria con tutti i figli di Dio, redenti sulla Croce.
Atto terzo – Non si vorrebbe forzare l’interpretazione della storia del popolo ebraico, peraltro meritevole di assoluta partecipazione. Ma è un fatto che gli Ebrei del tempo di Gesù, comprimari del dramma dell’uccisione del Figlio di Dio, hanno invocato: "Il sangue di lui ricada su di noi e sui nostri figli!" [Mt 27, 25]. Certo, il dolore delle madri grida sempre vendetta al cospetto di Dio. Ma il giorno in cui il popolo ebreo domanderà perdono a quella sua figlia negletta che ha dato alla luce il frutto della Nuova Alleanza, finalmente Gerusalemme si rallegrerà. Lei, la piccola Maria di Nazareth, sarà il segno. Sarà la fine delle grida di dolore, dei nuovi "salmi", come quello dell’ebrea russa Katia Molodovsky che supplicava: . Noi siamo stanchi di morire e di morti. Non abbiamo più preghiere, non abbiamo più sangue per il sacrificio. La terra è scarsa di tombe per noi, Con i vecchi, con i giovani Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è forse duro d’orecchio? Noi Cristiani abbiamo di sicuro trovato in Maria l’Ebrea, la protesi auricolare per quel Dio misterioso che ci scelse per la storia della Salvezza, e con lei l’approccio alla sacra soglia dell’Arca è meno difficile. Allora, abitanti sfortunati d’Israele e della Palestina insieme, voi che siete stati bravi a cesellare Salmi come poesie dell’anima, specchio della spiritualità israelita, cantate ora per Maria un canto di pentimento, come il cantico di Davide penitente. Voi non la vedete; ma la pastorella di Nazareth è un gran segno apparso nel cielo: "Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle" [Ap 12, 1]. All’Alleanza sinaitica e all’Alleanza davidica si proponga finalmente l’evento di Nazareth che apre la nuova storia e la nuova Alleanza anche con Maria, la figlia di Sion, il dono di Dio al Popolo eletto, la madre del Salvatore di tutti gli uomini, nostro Signore Gesù Cristo.
Figli delle lacrime Con la levità di altra "poesia dell’anima", Lia Cerrito immagina come l’Angelo mostrò a Maria la moltitudine di figli che erano nati dalle sue lacrime, seminate nel cuore di Dio nel tragico Venerdì Santo della morte di Gesù in Croce. "Quando il sole illuminò sul volto di Maria le sette lacrime, un Angelo le raccolse come sette perle e le seminò come chicchi di grano nel cuore di Dio. Quando si semina un chicco di grano, nel volgere di una stagione, quel chicco dà vita ad una spiga che porta trenta granelli. E se si seminano i trenta granelli, ognuno di essi fruttificherà altri trenta granelli, e così via… Dopo un certo tempo, ci sarà un campo di grano. Erano dunque passati molti anni da quando l’Angelo aveva raccolto dal volto di Maria le sette lacrime e le aveva seminate, come grano, nel cuore di Dio. Quando Maria, nel buio della natura sconvolta di quel Venerdì che noi chiamiamo "santo", raccolse sulle ginocchia il corpo senza vita del suo unico amato figlio, ebbe una visione e, come se il buio si squarciasse, vide una moltitudine che veniva verso di lei ed ebbe anche la sensazione di rivedere in quella moltitudine i visini di Abiud, di Ester, di Noemi, di Issacar, di Simone, di Cassia, di Nacor… "Chi sono costoro? - chiese - Da dove vengono?". L’Angelo che le stava vicino le disse: "Vengono dal tuo cuore e dal cuore di Dio, dove ho seminato come grano le tue lacrime. Esse sono germinate e Dio, oggi, ti restituisce questa moltitudine di figli".
Invocazione a Maria "donna del Triduo pasquale" Siamo soliti invocare Maria "donna del Sabato Santo" e "donna del terzo giorno", quello della Pasqua. Ma tra il Venerdì, il Sabato Santo e la Pasqua di Risurrezione non c’è soluzione di continuità, perché si celebra un unico mistero di dolore e di gioia. Alla Vergine Addolorata, sempre con Tonino Bello, rivolgiamo perciò un’unica preghiera: "Santa Maria, donna del Sabato Santo, aiutaci a capire che, in fondo, tutta la vita, sospesa com’è tra le brume del Venerdì e le attese della Domenica di Risurrezione, si rassomiglia tanto a un perenne Sabato, giorno della speranza… Ripetici ancora che non c’è croce che non abbia le sue deposizioni. Non c’è amarezza umana che non si stemperi in sorriso. Non c’è peccato che non trovi redenzione. Madre dolcissima, prepara anche noi all’appuntamento con il Signore Risorto. Destaci l’impazienza del suo domenicale ritorno. Per ingannare il tempo, mettiti accanto a noi e facciamo le prove dei canti. Perché qui le ore non passano mai…". Simone Moreno |
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